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Non
sapevo come fosse successo. Ero scivolato e basta. Nella vita, in
una vita media, coi propri piedi, si macinano kilometri e kilometri,
coprendo distanze quasi siderali. Così ci dicono certe strampalate
statistiche, su giornali da barbiere. E fra quei milioni di passi,
alcuni purtroppo, riescono meno bene di altri. Si inciampa. C'è
chi riesce a recuperare l'equilibrio e c'è chi invece cade
a terra. La legge di gravità non fa sconti a nessuno.
Io ero fra quelli che oltre ad essere caduti, avevano scelto pure
un luogo poco adatto per farlo. La cima di una rampa di scale. La
sfortuna di un luogo tanto infelice era stata in parte compensata
dalla fortuna di non essermi rotto l'osso del collo. Solo una forte
distorsione alla caviglia destra. Solo, si fa per dire, visto che
non sempre il dolore è commisurato all'entità del
danno. E la caviglia fa male, molto male. Più di un ginocchio,
ma forse meno di un calcio nelle palle.
Mentre mi portavano al più vicino Pronto Soccorso, per un
controllo, guardavo la mia povera caviglia gonfiarsi come un pallone,
intuendo che non me la sarei cavata con una pomata ed un buffetto
consolatorio.
E difatti, eccomi qui, nel mio appartamento di periferia, con lo
sguardo perso verso l'enorme involucro di gesso e bende che ricoprono
il mio piede, fin su appena sotto il ginocchio. E come pulsa diamine!
Fa ancora un male del diavolo, nonostante siano passati ben due
giorni.
L'ospedale mi ha prestato una vecchia seggiola a rotelle, con lo
schienale di pelle consunto da anni di uso intensivo e con una delle
ruote, leggermente fuori convergenza. Ma si sa, a caval donato non
si guarda in bocca. Sempre meglio che restarsene nel letto. Anche
se avrei preferito delle stampelle.
Chissà quanti ne ha visti questa seggiola e chissà
quanti ancora ne vedrà.
Mi sto annoiando. Incredibile ma vero.
Pochi giorni prima invocavo gli dei per qualche giorno di ferie
ed ora, volendo, questo piccolo incidente mi darà la possibilità
di assentarmi dal lavoro per ben trenta giorni, ma dopo soli due
giorni, mi sto rendendo conto che privato della mia solita libertà
motoria, sono come un topo in trappola. Non posso fare nessuna delle
mie attività preferite se si esclude un po' di sano sesso
con la mia Julie. Ma lei viene solo di sera e solo tre volte a settimana.
Lavora il mio angelo. E tanto purtroppo. E soprattutto non ne vuole
sapere di venire a vivere con me. Dice che ha bisogno dei suoi spazi,
della sua libertà, che la soffocherei. Io a volte penso invece
che abbia qualche altra storia in giro, ma non glielo ho mai detto
seriamente. Solo vaghi accenni, inseriti in un contesto scherzoso.
Le classiche battute fra amici. Sperando che non vada a letto con
uno di loro!
Mi guardo intorno alla ricerca di idee per impiegare il tempo. Cosa
può fare un povero trentenne, alle sei della sera, su una
seggiola a rotelle, con una caviglia ingessata?
Guardare la Tv no. Oggigiorno è troppo da rimbambiti. Ascoltare
musica. No, mi verrebbe mal di testa.
Collegarmi ad Internet? No, meglio di no. La notte scorsa sono rimasto
connesso fino alle quattro del mattino e il mio stretto budget non
mi permette spese telefoniche folli. La vita da single è
dura al giorno d'oggi. Affitti cari, bollette, amici scrocconi,
donne esigenti.
Con fatica riesco a portare la seggiola vicino alla finestra che
guarda verso l'androne del palazzo in cui abito. Un grande complesso
popolare, con i muri di cartone, gli ascensori sempre rotti e attività
illecite ad ogni pianerottolo. Ma io ci sto bene e conosco quasi
tutti.
E dico quasi. Guardo sotto, io sono al terzo piano, e vedo avvicinarsi
all'entrata dell'ala sud, una figura nuova. Figura di donna. Lo
capisco solo da come cammina che è una donna. Si perché
lo sanno tutti che uomini e donne non camminano allo stesso modo
no?
Non l'ho mai vista prima. Forse è in visita a qualcuno del
palazzo.
E' vestita di scuro. Sembra indossi un giaccone nero, forse di pelle,
che le arriva fino al ginocchio. Sotto dei pantaloni, anch'essi
neri. I capelli sono biondi
no! Castani! No
forse solo
tinti. Non riesco a vedere bene, sono troppo lontano e la mia vista
è pessima. Miope da mezza vita.
Mi aspetto che suoni uno dei tasti sulla rastrelliera del campanello,
invece, con mia sorpresa, rovista nella borsetta, sbucata da sotto
il giaccone e estrae un mazzo di chiavi. Un attimo e il portoncino
è aperto. E scompare ai miei occhi. Andata.
E questa chi è? Penso fra me e me. Una nuova inquilina?
La luce delle scale si accende. Vediamo se riesco a capire a che
piano sta andando. Sicuramente avrà trovato l'ascensore fuori
sevizio, ed ora starà risalendo la rampa di scale.
Infatti, eccola che fa capolino alla finestra del primo piano, la
finestra che da sulle scale.
Sale veloce, è di fretta. Attendo di vederla sbucare al secondo
e vengo premiato. Eccola ancora. Ma non si ferma, prosegue per il
terzo. Se salirà ancora la perderò di vista.
Eccola alla finestra del terzo piano, proprio di fronte a me, a
circa cinquanta, forse sessanta metri in linea d'aria, solo un poco
spostata sulla destra. Li c'è il mio appartamento gemello,
identico al mio, ma nell'ala sud. Io invece, da buon settentrionale
sto nella nord.
Si è fermata sul pianerottolo. Ne vedo solo le gambe, in
quanto la finestra è leggermente sfalsata. Ma è ferma.
Davanti alla porta del mio appartamento gemello. Non sapevo fosse
sfitto. Fino alla settimana prima vi abitava una vecchietta. Morta?
Trasferita? Mi ripromisi di fare indagini presso la portinaia.
L'appartamento era sicuramente vuoto. Infatti appena la donna vi
entrò ed accese le luci, si vide chiaramente che non vi erano
più tende alle finestre, ed ora ero libero di vederne l'interno.
Spoglio. I mobili erano stati portati via.
Ok. Ovunque fosse finita la nonnetta, ora non abitava più
li. Pace all'anima sua.
Ora che la donna era all'interno dell'appartamento, faticavo a seguirla.
Si muoveva frenetica da una stanza all'altra. Che stava facendo?
Maledetta miopia! Maledetto bulbo oculare di serie B, perché
è una vita che mi impedisci di leggere un cartello autostradale,
prima che sia troppo tardi per svoltare?
Fui folgorato. Grande idea. Il binocolo di mio padre, da lui regalatomi
in quanto mal funzionante. Bel regalone eh?
Con fatica, ma cercando di fare il più in fretta possibile,
spingo le ruote della carrozzina, verso la mia stanza da letto.
Il mio regno di dormitore accanito e scopatore occasionale. Riesco
a raggiungere il mobile davanti al letto, ma tra la foga e la carrozzella,
fatico non poco per aprire il cassetto, naturalmente quello più
lontano e scomodo, dove il binocolo giace inutilizzato da anni.
E chi l'avrebbe mai detto che mi sarebbe venuto un giorno utile.
Eccolo! Nella sua custodia di pelle marrone, con la cintura e la
fibbia dorata. Lo prendo fra le mani e l'odore che emana mi rimanda
a ricordi d'infanzia, nella casa sulla collina, quando spiavo i
boschi, giocando al piccolo soldato. Fu durante una delle mie missioni
più pericolose che cadde, rompendosi. E da allora, nonostante
una riparazione, non era stato più così efficiente.
E mio padre così stupido da lasciarmelo ancora in mano. Ora
era tornato a me. Che di soldato non avevo più nulla, nemmeno
il servizio di leva a cui avevo obiettato.
Mi riposto verso la finestra. Le luci dell'appartamento di fronte
sono ancora accese. Bene. La donna è ancora li.
Tolgo i tappi protettivi dalle lenti del binocolo e comincio a stringerlo
fra le mani, poggiandolo contro le mie orbite, alla ricerca di una
posizione ottimale. Lo inclino, lo piego sul suo asse, fino a che
non sento i miei bulbi oculari, ben comodi e poi, con l'indice della
mano sinistra inizio lentamente a regolare la rotella che sta nel
suo centro, necessaria per mettere a fuoco le immagini. Ecco, ora
vedo bello nitido il muro dinanzi a me. Lentamente mi sposto verso
destra e poi sinistra, cercando di inquadrare la finestra.
Ecco, ecco, quasi ci siamo
ecco un pezzo di davanzale, allora
no
più su! Ecco! La finestra della cucina!
Regolo ancor la messa a fuoco, per visualizzare meglio l'interno.
Mamma mia, sembra che le piastrelle siano ad un palmo del mio naso!
Mi sposto dalla finestra della cucina verso quella del salotto.
L'appartamento è proprio vuoto.
Anche i lampadari sono stati portati via. Una lampadina penzola
solitaria dal soffitto, legata a due cavi elettrici avviluppati
fra loro.
Ma dove è finita? Non la vedo più! Impreco fra me
e me.
Eccola! Era nel bagno! La terza finestra da destra!. Sta controllando
qualcosa, forse lo stato dei sanitari. E' proprio a ridosso della
finestra. E la finestra ora è aperta. Deve averla spalancata
per dare aria. Forse c'è puzza di morto li dentro, sghignazzo.
Sta pigiando il pulsante del water. E' di profilo ora, ma i capelli
nascondono il volto ancora. Si vede solo emergere la figura inconfondibile
di una sigaretta accesa con sbuffo di fumo annesso.
Mio dio se sembra vicina. Chissà se sapesse che la sto osservando.
D'improvviso porta una mano al volto e getta la sigaretta nel cesso.
E si volta. Di scatto, solo la testa.
E i suoi occhi, ora stanno proprio guardando verso di me. Le sue
pupille si sono divise fra le due lenti del cannocchiale. Occhi
scuri, intensi, rabbiosi, incastonati in un viso ovale, con una
piccola e stretta bocca, dalle labbra sottili. E sento una scarica
elettrica percorrermi tutto il corpo, da capo a piedi. Qualcosa
di inspiegabile
ma di dannatamente eccitante.
D'istinto mi chino! Come un bambino che sta giocando a nascondino
e sa di essere stato scoperto!
Eppure so che è quasi impossibile che si sia accorta di me.
E' colpa del potere ingraditore del binocolo, penso. Un'illusione
ottica. Mi rialzo lentamente, fino a far riemergere solo metà
della mia testa e con l'occhio cerco di capire se la ragazza stia
ancora guardando verso di me.
No, non c'è più. E' uscita dal bagno. Mi rimetto il
binocolo sul naso e torno a cercarla nella casa.
E' nel salotto ora. Si si. Non si è accorta di me. Adesso
sta prendendo delle misure. Ha un metro da falegname fra le mani
o da muratore, insomma quelli gialli che si ripiegano su se stessi.
A scuola ne avevo uno con cui mi divertivo a creare quante più
forme possibili. Poi mi fu sequestrato da un insegnante, che non
gradiva che il mio senso artistico si sviluppasse proprio durante
la sua ora di lezione.
Alta, più della media, con un fisico snello. Si era levata
il giaccone. Sopra i pantaloni portava una maglia a maniche lunghe
e collo alto, piuttosto stretta, che le fasciava il busto. Scarsina
di seno e forse con il culo un po' basso, ma ragazzi che culo
Il mio occhio di maschio catalogatore era già entrato in
funzione. Alta, magra, poco seno ma gran culetto. Ok, scopabile.
Anzi più che scopabile. Corressi il tiro.
Si vero, a volte noi maschietti siamo un po' crudi nei giudizi.
Ma l'esperienza mi ha insegnato che le donne sanno anche essere
peggiori.
Rimasi ad osservarla per almeno un'ora, come un vecchio guardone,
al punto che si cominciarono ad incrociare gli occhi per la stanchezza.
Non so perché ma ero rimasto colpito da quella donna. Soprattutto
dai suoi occhi, dal suo sguardo, che mi aveva letteralmente fulminato.
E sentii il bisogno di conoscere quanto più possibile su
di lei. Al più presto avrei fatto ricorso ai mie informatori.
La portiera Luigina e il Giuàn el Pustì, un anziano
catanese, postino per trentacinque anni ora in pensione, che aveva
come unica occupazione quella di farsi gli affaracci altrui.
In quel palazzo la privacy era un concetto sconosciuto ai più.
Verso le sette e mezza si spensero le luci dell'appartamento per
riaccendersi quelle delle scale. E con passo svelto, seguii attentamente,
la ragazza tornò a piano terra, per aprire il portoncino
e incamminarsi verso il parcheggio interno.
Scomparve dal mio campo visivo, lasciandomi in preda ad una strana
eccitazione e con una tonnellata di curiosità da smaltire.
E' ora di cenare, mi dissi, lascia perdere sti giochetti da bambino.
Chiama Julie e fatti portare una pizza! Mi ordinai.
Chiamai Julie e come al solito il suo cellulare risultava spento.
Ma dove sei mia bella Julie? Vabbè, anche stasera sofficini
e un bicchiere di vino.
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