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ELENA
CAPITOLO 5

Nell'anno ci sono trecentosessantacinque giorni. Apparentemente, sul piano statistico sono tutti uguali. Ognuno di essi ha la medesima possibilità di essere qualunque cosa nell'arco di una vita. E così se mettessimo in fila tutti i giorni della nostra vita. Potenzialmente, alla partenza ognuno di essi si candida ad essere quello veramente straordinario. Poi la vita procede. I giorni si susseguono, apparentemente tutti sulla stessa falsariga fino a che non ci capita il nostro primo giorno straordinario e da quel momento tutto cambia nella vita. Non si vive più godendosi il giorno presente, ma ci si gongola nell'aspettativa del prossimo giorno straordinario. E' qui che parte la base per la convinzione di base diffusa nella civiltà occidentale, che nella vita ci siano pochi giorni veramente unici e che il resto sia in fondo poco meno di merda.
E' tutta colpa di quel primo giorno straordinario, che per la prima volta nella vita ci obbliga a fare un bilancio, un confronto con i giorni precedenti e che finisce col diventare, e qui sta l'errore, il metro di misura della nostra vita. E fa nascere in noi un nuovo bisogno che la natura non annovera fra i primari, ovvero il bisogno di altri giorni straordinari, che genera ansia, senso di insoddisfazione e che ci fa credere che il vero gusta della vita sia vivere nell'aspettativa di quel che verrà. In fondo, tutti i sistemi di predizione del futuro, che si basino sulla posizione degli astri, sulle cazzate orientali o sui fondi di caffè, hanno il solo scopo di quietare questa nostra ansia verso il domani, incapaci di rivelarci realmente cosa accadrà, ma pronti a fornirti il carburante per alimentare la speranza che domani, un qualsiasi domani, perché c'è sempre domani, sarà un giorno straordinario. E questo discorso vale in tutti i due sensi di marcia. Il giorno straordinario può essere tale perché straordinariamente positivo quanto negativo. Non importa in quale campo stia. Si vive nell'ansia e si trascura il presente, come se i giorni fossero carte di un mazzo personalizzato che si sfoglia lentamente, ma solo certe figure paiono meritare una qualche attenzione. Eppure per fare scala servono anche i sette e gli otto. Per assurdo, una persona che non avesse mai avuto giorni straordinari sarebbe la più felice del mondo. Per lui, ogni singolo giorno della sua vita avrebbe avuto un gusto pieno.
Tutto questo divagare per dire che quella mattina, quando mi svegliai avevo persino dimenticato i pensieri della sera. Andai in bagno e poi in cucina tranquillo. Elena non era nei miei pensieri. O meglio c'era ma era parcheggiata in un'area di sosta, un'area dalle tapparelle abbassate.
Stavo bevendo del caffelatte, ascoltando distrattamente uno dei tanti telegiornali del mattino, quando un riflesso di sole tagliò in due la penombra della cucina. Come un disco volante scomparve al limite estremo a tutta velocità.
Rimasi con la fetta biscottata mezza zuppa a mezz'aria. Il riflesso non poteva che provenire che dalle finestre di fronte. Perché pareva proprio il riflesso di luce proveniente dal vetro di un'anta che si apre.
Elena tornò fra i miei pensieri. Infilai quel che restava della fetta in bocca e rapidamente mi portai al mio punto di osservazione preferito.
Mi tremavano le mani mentre per l'ennesima volta scostavo la tenda.
E capii che la mia ansia, almeno per oggi poteva avere soddisfazione. Il giorno straordinario era arrivato.
Le tapparelle erano nuovamente tutte alzate. La casa pullulava di vita. Un tappeto penzolava moscio dalla finestre del suo soggiorno. Pulizie. E' tornata. Chissà dove è stata. E con chi.
Una miriade di pensieri affollarono la mia mente. Dovevo agire, passare all'azione, dovevo farle capire che io c'ero, che ero reale ed in carne ed ossa e non solo una sua sensazione, creata dalla mia fantasia.
Ma lei dov'è? Non riuscivo a scorgerla. Forse era in camera da letto che dava sul lato opposto e mi era nascosta alla visuale. Tremai al pensiero di vedere improvvisamente una figura umana che non fosse la sua, segno evidente di un improvviso trasloco o forse di un compagno.
Ma tutto durò poco.
Comparve all'improvviso, sbucando rapida dal corridoio. Lei, sempre lei.
Battipanni alla mano si affacciò alla finestra e cominciò con un ritmo forsennato a sfogare violenza contro il tappeto. Un gesto semplice, apparentemente di nessuna importanza, ma a me sembrò compiuto con una grazia incommensurabile. Desiderai essere il tappeto o il battipanni. Desiderai che quello fosse il tappeto della nostra casa. Desiderai l'impossibile.
Ora però, ero libero di muovermi, di agire. Ora avrei potuto scendere in strada, fingere un incontro casuale: - buongiorno è nuova? Non l'ho mai vista qui. Piacere sono il suo vicino… - E poi sarebbe stato facile invitarla per un caffè, avremmo fatto conoscenza, non sarei più stato uno sconosciuto, Avevo in mente un piano di conquista con i fiocchi, certo che non appena i miei occhi ed i suoi si sarebbero incontrati tutto quanto io già provavo si sarebbe automaticamente trasmesso anche a lei e sarebbe stato tutto più bello.
Ne ero talmente convinto che decisi di passare immediatamente all'azione.
Aprii con fare sicuro la finestra e mi affaccia. E feci il tutto nel modo più rumoroso possibile affinché lei non potesse fare a meno di notarmi. Non mi fu difficile, ero talmente emozionato da essere goffo come un orso.
Per prima cosa alzai di scatto quel che restava della tapparella in modo che desse un bel colpo secco e schioccante, poi, con la stessa grazia, aprii le finestre facendo tremare leggermente i vetri.
Ed infine, pezzo forte mi affacciai e allargai le braccia al mondo, stiracchiandomi per bene, accompagnando il tutto con rumorosa espirazione e un versettino ridicolo, nemmanco mi stessero facendo il solletico.
E tutto questo tenendo gli occhi ben fissi sull'obbiettivo, sicuro che avrebbe alzato la testa e i nostri sguardi si sarebbero incrociati finalmente alla luce del sole e non più nella penombra. Non vedevo l'ora che accadesse per godermi quello sguardo tanto pieno di energia.
Ma come a volte accade, anche con tutte le migliori intenzioni non si ottengono i risultati sperati se si manca di un fattore indispensabile: il tempismo.
Quella mattina dovevo averlo esaurito, in quanto, non appena ebbi terminato il mio piccolo show mi resi conto che lei non era più dove doveva essere. Niente battipanni, niente tappeto, niente Elena. Tutto volatilizzato in meno di cinque secondi. Ecco, questo forse non è poi un giorno così straordinario, pensai. L'aspettativa per il domani tornò a gonfiarsi orgogliosa. La caccia al giorno veramente straordinario era ricominciata. Con la conseguenza di declassare la giornata in corso ad un gradino intermedio fra lo straordinario ed il classico giorno di ordinaria merda quotidiana.
Ma a volte il destino ci viene in soccorso. Inaspettatamente. Quella serie di eventi casuali, che noi subiamo, incapaci di controllarli, che possono far si che un bimbo con palla ti attraversi la strada facendoti schiantare contro un platano o la schedina che giochi da anni risulti incredibilmente vincente. Sotto di me, pochi metri sotto, l'unico spettatore del mio spettacolo era Giuàn el Pustì che mi salutò in maniera alquanto fragorosa, urlando a squarciagola il mio nome.
La voce altisonante di Giuàn attirò la mia dolce Elena a riaffacciarsi discretamente alla finestra. Prima diede un'occhiata da basso e poi, secondo logica andò alla ricerca dell'interlocutore del vecchietto di sotto.
E io ero li. Pronto ad accoglierla, semplicemente raggiante.
Non mi dedicò più di una frazione di secondo, sufficiente per inquadrarmi e catalogarmi alla voce "vicino della finestra di fronte". Non sapevo se accanto avesse qualche notazione tipo: è molto carino, o tipo interessante.
Comunque fosse per un brevissimo istante i nostri sguardi si incontrarono. Io ricevetti una scarica di energia pura che arrivò credo dritta al cuore, facendogli saltare un paio di battiti. Io, intimamente pregai il cielo che qualcosa, qualunque cosa si fosse trasmesso durante quel breve contatto. A quel punto continuai la conversazione molto cordiale con Giuàn esibendomi come un pavone, con occhiate rapide e frequenti verso la mia dirimpettaia alla disperata ricerca di un altro segno di contatto. Un segno che in qualche modo mi provasse che l'avevo colpita al punto da meritarmi una seconda occhiata. Se una persona ti guarda una volta sola è segno che non sei classificabile più di una parte dell'arredamento. La seconda occhiata è da sempre sintomo di un interesse, anche se minimo.
Ma non arrivava. Lei proseguiva le sue faccende domestiche, mentre io non sapevo più come proseguire la discussione con il mio interlocutore di sotto, che già manifestava l'intenzione di interrompere li i contatti.
Diamine guardami ancora! Gridai dentro di me. Ma nulla.
Giuàn si congedò ed io rimasi li, solo, alla finestra, con gli occhi fissi su di lei. Troppo fissi, mi resi conto.
Decisi allora di rientrare, anche perché la temperatura era rigida ed io ero in pigiama.
Chiusi stavolta con dolcezza la finestra. Deluso. Deluso dall'eccessivo ottimismo delle mie aspettative. Mi ero punito da solo. Così imparavo a costruire castelli in aria senza solide basi. Un mio grande difetto fin da bambino. Dietro uno sguardo rubato costruivo intere amicizie, una parola gentile poteva diventare un grande amore, un complimento ed ero l'essere migliore del pianeta.
Anche stavolta avevo peccato sia di presunzione che di eccesso di fantasia. Forse mi stava bene. In fondo era solo una tizia sconosciuta che spiavo da un mese. E che solo oggi, per la prima volta mi aveva visto in faccia. Una che sicuramente non poteva aver mai pensato, nemmeno per un istante a me. Lo aveva fatto solo nelle mie presunzioni. Oggi giustamente punite.
Rimasi accanto alla finestra ancora qualche istante, incapace di allontanarmici, di arrendermi, di accettare la realtà.
Con un gesto rapido spostai di poco la tenda. Decisi così, con un ultimo furtivo assalto di concludere la mia battaglia. Avrei perso, ma combattendo fino all'ultimo. Ancora una volta sulla breccia amici miei?
E lei era li. I suoi occhi per la precisione. Quello sguardo era li. Vidi solo quello, puntato dritto verso la mia finestra, il resto scomparve, avvolto dall'oscurità. Ancora una volta percepii chiara quella che saprei definire solo come una scarica di pura energia che mi scosse nel profondo. Durò pochissimo, perché quasi spaventato lasciai andare la tenda che tornò a frapporsi fra noi due.
Lei stava guardando qui. Guardava la mia finestra. Anche lei sperava come me che io ricomparissi all'improvviso? Quanto materiale per ricostruire i miei castelli in aria. Ne fui felice, a volte un giorno straordinario è quello che ti permette di darti la sufficiente dose di illusione necessaria per arrivare al successivo senza cadere nella disperazione di una vita vuota. Timidamente scostai nuovamente la tenda e come nelle migliori favole lei non era più li. Non era nemmeno più nel soggiorno, di nuovo dedita alle sue faccende. Forse anche lei intenta a meditare su quel giovane alla finestra, consapevole di essere stata in un qualche modo scoperta. La battaglia era dura, la guerra feroce, ma oggi, in un qualche modo, avevo vinto.
Con il cuore colmo di una strana eccitazione andai a prepararmi. Anche i single, a volte, fanno la spesa e non c'è niente di più piacevole di godersi un periodo di malattia, alla faccia dei controlli medici, uscendo quando il sole è ancora alto. Perché se ci pensiamo, a meno che uno non lavori all'aperto, gli è più facile quasi godersi un'alba od un tramonto che il sole alto nel cielo.
Ero tanto raggiante che la caviglia non mi faceva nemmeno tanto più male e ci camminai sopra tranquillo per un po'. Raccolsi il portafoglio, infilai il giaccone e scesi al piano terra, mischiandomi alla gente che ogni giorno affolla le strade della città.
Buona giornata Elena. Buona giornata.


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