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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 1
Le stelle, come lacrime su un volto scuro, scorrevano veloci, mentre l'USS Enterprise NCC 1701-E viaggiava a curvatura cinque verso il tunnel spaziale bajoriano. Dietro ad essa, a formare un enorme sciame, migliaia di navi stellari, di vario genere e dimensione, della Federazione, romulane, klingon, cardassiane, da guerra, cargo, yacht privati.
La più imponente carovana di profughi che il quadrante Alfa avesse mai visto dai tempi della caduta dell'Impero T'Kon.
Il capitano Picard, seduto alla poltrona della saletta tattica, contemplava, in solitudine, lo spazio profondo e le stelle che fuggivano veloci, domandandosi con profonda desolazione, quanto ancora sarebbe rimasto in vita per godersi uno spettacolo così sublime.
Quello che aveva sempre temuto, era purtroppo accaduto.
Dopo solo due anni erano tornati. La prima volta furono fermati ad un passo dalla Terra. La prima volta, divenne parte di loro e quasi li condusse alla vittoria. La seconda volta, fu proprio la sua esperienza, maturata nell'attacco precedente a salvare la Terra, da un tentativo più ingegnoso. Avevano tentato di modificare il passato dell'umanità, per sottometterli più facilmente nel presente. Anche allora erano stati sconfitti. Sempre grazie a lui ed al suo equipaggio.
Alcuni anni erano trascorsi in una relativa tranquillità. La guerra contro il Dominio aveva profondamente scosso l'equilibrio del quadrante Alfa. Poi era terminata e finalmente parve che un'era di pace fosse alle porte.
Invece, tre mesi addietro, prima un'unità isolata, che seppure con qualche difficoltà fu annientata ben lontana dal settore zero-uno. Poi ne arrivarono due, e fu più difficile fermarli. Ma furono annientati. Poi furono dieci. Senza tregua, la Federazione dovette chiedere aiuto a tutte le forze del quadrante Alfa. Per la prima volta, Terrestri, Klingon, Romulani, Cardassiani, Vulcaniani, Breen, Ferengi e decine di altre razze combatterono fianco a fianco. La battaglia di Kaatana fu un successo, ma ci furono molte perdite. La Flotta era ormai ridotta a poche centinaia di vascelli, molti dei quali gravemente danneggiati. Anche gli alleati non stavano meglio.
Ma proprio quando si pensava che fossero stati definitivamente sconfitti, tornarono. Questa volta dovevano avere deciso di chiudere la questione con il quadrante Alfa.
Picard ricordava ancora quella tragica mattina, in cui fu informato del ritorno dei Borg. Solo tre settimane dopo la battaglia di Kaatana. Un moto di sconforto gli strinse il cuore, la tanto agognata pace era ancora rimandata, ma avrebbe combattuto ancora. L'Enterprise aveva quasi ultimato le riparazioni ed era nuovamente pronta a scontrarsi con i Borg. Ma il suo orgoglio e la sua incrollabile fiducia, che l'avevano sorretto in quegli ultimi terribili mesi, e che nulla all'universo avrebbe potuto scalfire, trovarono un muro invalicabile, quando l'Ammiraglio Summer gli comunicò il dispiegamento delle forze nemiche. Questa volta, non erano né uno né dieci né venti.
Più di cento cubi Borg viaggiavano a tutta velocità verso il quadrante Alfa, diretti ai pianeti natale delle principali forze del quadrante. Nulla di conosciuto avrebbe potuto resistere ad una tale potenza. Nemmeno se la Federazione e gli alleati fossero stati al massimo delle loro forze, avrebbero potuto sconfiggere un'armata così numerosa. Quel giorno, Picard si chiese se quello non fosse che l'inizio della fine. Entro pochi mesi i Borg avrebbero devastato migliaia di pianeti, assimilato razze, popoli, mondi interi. Era quello il destino dell'Homo Sapiens? Dopo aver lottato per millenni contro le forze della natura, evolvendosi lentamente, fino a riuscire ad elevarsi al di sopra della sua bestialità, dopo aver imparato a volare, a viaggiare nel cosmo, spinti da insaziabile curiosità, tutto sarebbe finito così? Rinchiusi per l'eternità in alveari Borg, con le carni straziate dagli impianti cibernetici?
A quel punto scoppiò il panico e la Federazione andò letteralmente in pezzi. Il terrore fu più forte di ogni altro freno morale. Saccheggi, devastazioni, follia collettiva trasformarono pacifici pianeti in fornaci di violenza e morte.
In quei terribili giorni di puro caos, Picard cercò di mantenere l'ordine, e cominciò a studiare un piano. Ma non per sconfiggere i Borg, bensì per lasciarseli alle spalle, conscio del fatto che non vi era speranza alcuna di salvare l'universo che aveva conosciuto. Raccolse quante più navi della Flotta possibile e iniziò il viaggio che li avrebbe portati verso il tunnel spaziale bajoriano. Sempre più navi si unirono al convoglio, che di giorno in giorno cresceva. Su di esse decine di migliaia di profughi avevano trovato posto, assiepati quasi come animali. Picard poteva ancora udire le urla strazianti di coloro che erano stati costretti, causa mancanza di spazio a rimanere nelle colonie indifese, consci che mai sarebbero potuti sfuggire ai Borg. Ogni angolo dell'Enterprise non essenziale venne riadattato per essere utilizzato da alloggiamento. Più di ventitremila persone avevano trovato rifugio sulla nave. I sistemi di rigenerazione dell'atmosfera interna erano al limite dell'operatività e nei corridoi, affollati di profughi, il puzzo era quasi insopportabile.
Una volta raggiunto il Quadrante Gamma, era intenzione di Picard richiudere definitivamente il tunnel spaziale, Profeti o non Profeti. I Borg avrebbero potuto raggiungerli ugualmente, prima o poi, ma Picard sperava che tutto ciò sarebbe avvento in un futuro così lontano da permettere ai loro discendenti di trovare una valida difesa. La priorità ora era impedire che intere civiltà venissero sterminate e che non restasse più nessuna testimonianza della loro esistenza. Nel Quadrante Gamma avrebbero dovuto affrontare i rimasugli del Dominio, il quale sicuramente non avrebbe gradito tale intrusione. Ma a quello ci avrebbe pensato dopo, meglio affrontare i problemi uno per volta. Ed ora, la sua principale preoccupazione erano quei cinque cubi che li stavano inseguendo. Li avrebbero raggiunti in quattro giorni. E al tunnel bajoriano ne mancavano ancora dieci. Picard si alzò e si portò al replicatore della saletta "Te, Earl Grey, caldo"
"Impossibile eseguire. Risorse insufficienti. Sistemi in sovraccarico" Picard fece una smorfia di disappunto. - Forse è proprio la fine - pensò amaramente Picard che, sistemandosi l'uniforme, tornò alla sua poltrona, voltandosi ancora verso le stelle, dando la schiena alla scrivania.
"Prego signore! Ecco il suo te! Earl Grey, caldo!"
Picard si voltò di scatto, riconoscendo quella voce.
"Q!"
L'entità onnipotente e onnisciente, conosciuta come Q, che negli anni passati aveva procurato parecchi grattacapi a Picard e al suo equipaggio, stava in piedi, acconciato come un cameriere. Con un tovagliolo sull'avambraccio sinistro, una giacchetta bianca, con un curioso cravattino nero, che pareva stringergli il collo, porgeva a Picard un vassoio con una tazza fumante di te, accompagnata da un sorriso forzato.
"Jean-Luc! Che piacere rivederti!"
"Q! Ci sei tu dietro a tutto questo? Sappi che questa volta hai esag…"
Q sgranò gli occhi, fintamente sorpreso dalla pessima accoglienza, assumendo l'atteggiamento di chi è rimasto davvero ferito nei sentimenti.
"Jean-Luc!" e fece comparire nuovamente il finto sorrisetto "il tuo te, si fredda."
Picard, con un gesto pieno di rabbia scagliò lontano il vassoio, che andò assieme alla tazza a sbattere contro una paratia. Il te si rovesciò sul pavimento, rilasciando il suo aroma nell'aria. Quando raggiunse le narici di Picard, egli fu colto, per un breve istante, dal rimpianto per non avere accettato il dono di Q. Una tazza di te era proprio quello di cui aveva bisogno.
Q osservò il vassoio e i cocci della tazza sparsi sul pavimento "le buone maniere non sono mai state il tuo forte Jean-Luc" commentò scuotendo il capo e con uno schiocco delle dita il vassoio, la tazza e il te scomparvero.
Picard non si lasciò intimorire dal giochetto di Q. Era ormai abituato a molto peggio. Ma ora, quello che catturava la sua attenzione era il motivo della visita di Q. In cuor suo, sperava che lui centrasse con tutta la devastazione e la miseria di quegli ultimi giorni. Se non altro, forse, ci sarebbe stato un modo per rimettere le cose a posto. Parecchi anni prima, era stato proprio Q a fare incontrare, per la prima volta, a Picard i Borg, permettendo alla Federazione di prepararsi in anticipo all'inevitabile incontro successivo, anche se non era servito a nulla. Forse tutto era opera sua, forse era tutto un lungo, terribile incubo.
Q, con un altro schiocco si cambiò d'abito, indossando un'uniforme della Flotta, con i gradi di Ammiraglio.
Picard noto con disgusto, che a Q, continuavano a piacere le sceneggiate. Q era davvero l'ultimo gradino dell'evoluzione? Se era così, augurò all'umanità di estinguersi ben prima. E forse stava accadendo.
Q si accomodò sul divanetto della saletta, incrociando le gambe.
"Allora Jean-Luc? Che mi racconti?" domandò con fare confidenziale, come se stesso parlando ad un vecchio caro amico.
"Ci sei tu dietro tutto questo?" Picard era furioso e non tolse un attimo lo sguardo da quello dell'entità.
"Dietro a cosa?" chiese Q, allargando le braccia.
"Ai Borg! E' opera tua quest'invasione? Ci stai ancora mettendo alla prova? Non ti abbiamo dimostrato già più di una volta che l'umanità merita rispetto?"
Q scosse nuovamente la testa "quanto siete presuntuosi, cosa ti fa supporre che io, Q, l'essere supremo, stia sprecando il mio tempo per una specie primitiva e rozza come la vostra?" Una divertita risatina accompagnò le ultime parole.
Picard fu preso da una rabbia incontrollabile. La Federazione, il suo universo, la sua vita erano sull'orlo del baratro e anziché lottare per impedire che accadesse l'inevitabile, stava perdendo, lui si, il suo tempo, dietro alle menzogne di Q.
Q si rese conto della rabbia di Picard e, quasi dispiaciuto per averlo fatto infuriare, cambiò sia tono della voce che espressione. Con finta umiltà si scusò: "scusami Jean-Luc, questo forse non lo dovevo dire."
Picard, si rilassò, udendo l'ammissione di Q, il quale non tradendo il suo solito atteggiamento irriverente, non rinunciò ad un'ultima stoccata "anche se devo ammettere che voi umani non avete rappresentato, un grosso stimolo!"
"Vieni al dunque! Perché sei qui questa volta? come saprai abbiamo ben altro di cui preoccuparci di questi tempi!" inveì Picard.
"Ah! Si, certo. I Borg" con uno schiocco delle dita, Q si trasformò in un drone Borg. Picard d'istinto voltò lo sguardo, disgustato da quella visione. Quanti di quei droni aveva visto massacrati negli ultimi mesi? Quanti amici, compagni, ufficiali erano diventati droni?
"Ormai sarà questo l'aspetto che dovrò assumere. Peccato. Le uniformi della Flotta, seppur poco eleganti e notevolmente scomode, erano sicuramente meglio di questi bio-impianti" Q azionò uno degli strumenti che costituivano il prolungamento del suo avambraccio, e un fascio sottile di luce rossa colpì il soffitto della saletta.
"Primitiva ma divertente, non trovi?" chiese Q, che pareva affascinato dagli impianti.
A quel punto, Picard, sconsolato, decise di non opporsi più alle provocazioni di Q. Si lasciò andare sulla poltrona, afflosciandosi come un corpo morto, troppo stanco per continuare a ribattere.
Per contro, Q, un po' scocciato dall'aver perso l'unico suo spettatore, tornò ad indossare l'uniforme della Flotta scomparendo in un lampo di luce, per ricomparire, un istante dopo, alle spalle di Picard, con lo sguardo rivolto la dove, poco prima, il capitano aveva lasciato i suoi pensieri. Il cielo stellato.
"E come accadde per l'impero T'Kon, anche per la Federazione sembra siano arrivati i giorni dell'agonia che precede la morte" esclamò un Q dall'espressione seria. Quasi dispiaciuta. Possibile che Q potesse nutrire un qualche tipo di affetto per l'umanità? Si domandò Picard.
"Così pare Q. Ma io spero che sia invece l'inizio di una nuova era, nel Quadrante Gamma" rispose Picard, mentendo spudoratamente anche a se stesso. Ma non voleva che Q pensasse che lui si fosse arreso. Anche se probabilmente era così.
"Peccato. Mi mancherete. E credimi, fatto da un Q, questo è davvero un apprezzamento notevole, Jean-Luc!"
"Vuoi anche che ti ringrazi?" chiese con tono sarcastico Picard.
"No, figuriamoci. Non mi sono mai aspettato la gratitudine da voi umani!"
Picard trovò persino la forza di sorridere. Era l'inizio della follia? O era solo il fondo dell'esasperazione?
"Vuoi, dirmi, una volta per tutte, cosa vuoi questa volta?" insistette Picard
Q fece una pausa, come se stesse raccogliendo le parole da dire.
"Diciamo che il Q-Continuum, ha preso a cuore la vostra causa, diciamo che io" e sottolineò l'io alzando il tono della voce "li abbia convinti, che lasciare che la Galassia diventi un unico alveare Borg, pieno di noiosissimi droni, non sarebbe una cosa, come dire, divertente! E…"
"E? Continua!"
Q prese il respiro. Possibile che quanto stava per dire gli pesasse così tanto? Picard attese fremente una luce nella notte buia del suo futuro.
"E, in accordo con il Q-Continuum, abbiamo deciso di darvi un'ulteriore possibilità, davvero immeritata credimi!" concluse Q, che pareva davvero imbarazzato.
Picard meditò sulle parole di Q. Quella che gli stava dando, seppur non conoscesse ancora i dettagli, era una possibilità davvero unica. Ma Picard scosse la testa.
"Non posso accettare. Dobbiamo cavarcela con le nostre gambe. E poi, l'idea di esserti debitore, per l'umanità intera, mi disgusta!" fu la risposta tagliente di Picard.
"Sciocchi! Non lo capisci che quella che ti sto dando è una possibilità irripetibile? Lo sai anche tu che siete spacciati! Non arriverete mai al tunnel bajoriano! Le navi Borg vi raggiungeranno prima e vi annienteranno!" urlò con rabbia Q, perdendo il suo solito autocontrollo.
"Se il destino dell'umanità è quello di venire assimilati, io lotterò fino all'ultimo per impedirlo, ma non scenderò mai a compromessi con te! Condannerei l'Universo intero ad una piaga ben peggiore di quella dei Borg!"
"Ovvero?"
"A doverti riconoscenza" concluse amareggiato Picard. Q era venuto sull'Enterprise solo per divertirsi, probabilmente un'ultima volta, mettendo alla prova i suoi principi. Cercando, fino all'ultimo, di imporsi sull'umanità intera come salvatore. Cercando di umiliarli, più di quanto il destino non stesse già facendo.
Q rimase a bocca aperta "Tu pensi che sia questo il mio scopo? Salvarvi per farmi adorare come un dio? Jean-Luc! Non ti facevo così meschino!" Rise divertito "anche se devo dire che a volte ho pensato a questa possibilità!"
"Non ci trovo nulla di divertente Q e se hai finito, per favore, torna da dove eri venuto!" Rispose stizzito Picard, che fingendo di non badare più alla sua presenza, accese il terminale e finse di esaminare i primi dati che gli vennero sotto mano.
"Ignorarmi non ti servirà a nulla, Jean-Luc," continuò Q "medita solo su questo: chi sei tu per decidere, non solo per te stesso, ma anche della vita dei tuoi compagni, del tuo amato equipaggio, delle miliardi di vite che popolano il Quadrante Alfa e che ora gettano nel terrore più cupo, nella attesa di assimilazione certa?"
Picard non rispose. Le mani gli tremavano. La tentazione di accettare la proposta di Q era grande. Qualunque essa fosse. Q aveva ragione. Chi era lui per decidere della vita di miliardi di esseri viventi? Parigi valeva bene una messa?
"Pensaci Jean-Luc, pensaci!" Furono le ultime parole di Q, prima di svanire.
Picard si voltò di scatto, ma ormai Q era sparito. Parole, pensieri, tormenti, fluttuavano nella sua mente.

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