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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 3
Ad un osservatore esterno, la carovana dei profughi disperati, guidata dall'Enterprise, sarebbe potuta apparire come una immensa nube, che a velocità elevata stava attraversando il cosmo. Simili visioni richiamavano alla memoria arcaiche figure di un passato remoto, ormai dimenticato. Come insetti impazziti, i vascelli del convoglio, stavano stretti fra loro, alcuni trascinando i più lenti. Incroci di raggi traenti, sovrapposizioni di campi energetici generati da scudi generati al loro volta, da decine di diverse forme di creazione di energia. Tutto formava un unico calderone, non vi era il tempo per armonizzare, ordinare, razionalizzare. Gli incidenti, le collisioni, le rotture meccaniche erano all'ordine del giorno. Chi era costretto a fermarsi poteva dirsi perduto, nessuno si sarebbe minimamente preoccupato di soccorrere le navi in difficoltà. Ogni giorno molti vascelli, soprattutto quelli più malridotti, si sganciavano dalla nube, destinati a restare soli nello spazio, ma questo nei casi migliori. Solitamente si limitavano ad esplodere, spesso coinvolgendo anche le navi vicine, quando i loro motori, sottoposti ad uno sforzo che non erano in gradi di reggere, senza avvertire cedevano di schianto. Furiose carambole di vascelli erano all'ordine del giorno. Chi non aveva scudi più che efficienti era spacciato. Teletrasporti di emergenza erano fuori discussione. Ogni nave era carica di profughi fino all'orlo. Non vi era più spazio per nessuno.
Picard aveva paragonato tale spettacolo ai biblici sciami di locuste, che invasero l'antico Egitto, mandate dalla furia divina. Solo che nell'attuale frangente, le locuste, stavano fuggendo da predatori ben più voraci. Forse i Borg erano una punizione mandata da dio? Adesso che sapeva che dietro il loro massiccio attacco si celava la mano di esseri onnipotenti, definibili come veri dei, poteva rispondere affermativamente. Anche se, con tutta la sua cultura laica a sostenerlo, il pensiero che, semmai fosse esistito un dio, questi non fosse altro che un Q, lo disgustava tremendamente. L'idea che Picard aveva di dio, era lontana anni luce dal Q-Continuum. Il dio di Picard non era necessariamente dotato di poteri simili a quelli di un Q, ma di un cuore immenso, capace di amare qualunque forma di vita dell'Universo. Per quel che ne sapeva poteva nascondersi in uno qualsiasi dei membri del suo equipaggio o in un sasso, scansato senza badarci durante una delle tante esplorazioni effettuate negli anni passati. L'opinione che Picard aveva del Q-Continuum e dei suoi membri, invece, rasentava il disprezzo.
"E' davvero possibile che i Q siano la massima evoluzione di una specie senziente?" mormorò Picard, senza accorgersi di avere pronunciato tali parole. Il pensiero gli era uscito dalla bocca, come se avesse voluto a tutti i costi non restare relegato nella mente del capitano.
"Come signore?" domandò Deanna, che seduta alla sua sinistra, nella plancia dell'Enterprise, aveva a malapena udito le parole del Capitano, ma aveva percepito chiaramente il suo pensiero.
Picard, comprendendo di essere stato udito, decise di fare partecipe il consigliere dei suoi interrogativi.
"Anche noi umani, diventeremo come i membri del Q-Continuum? E' questo il destino evolutivo di ogni specie senziente?"
Deanna sorrise amabilmente, concentrandosi sula risposta più adatta per rinfrancare il capitano
"Forse, signore, i Q non sono il gradino ultimo, forse sono il primo."
Picard, rimase qualche secondo immobile, con lo sguardo perso nel vuoto, come se le parole del consigliere avessero aperto in lui nuovi orizzonti mai esplorati. Sorridendo tornò a volgersi verso Deanna: "secondo lei, consigliere, potrebbe essere che anche noi, millenni fa fossimo come i Q?" Picard non trattenne una risatina poi tornò a farsi serio e continuò "E se ciò fosse vero, perché avremmo rinunciato a tutti i nostri poteri, per questa vita da mortali, secondo lei?"
Deanna ci rifletté qualche istante prima di dare una risposta, a quella che era solo una sua supposizione, anche ridicola volendo, non suffragata da nessuna prova scientifica, ma frutto di una ardita e originale rivisitazione della realtà dei fatti o forse solo della loro apparenza.
"In fondo, se ci si pensa bene, la vita da Q, deve essere piuttosto noiosa, signore. La ricerca di qualcosa di più stimolante, ecco a cosa porta l'evoluzione."
Picard sorrise. Trovava l'analisi di Troi ironica e geniale allo stesso tempo. Il consigliere fu felice di constatare che le sue parole parevano avere, seppur in piccola parte, sollevato l'umore del capitano. Lei era il consigliere di bordo e in quel momento di grave crisi, ogni sorriso regalato le infondeva gioia e speranza e le dava la forza di continuare. Deanna, oltre al terrore portato dai Borg, già tre anni prima aveva dovuto subire l'umiliazione di vedere il proprio pianeta natale, Betazed, invaso e violentato dalle forze del Dominio. Fu svegliata nel pieno del turno di notte dal capitano Picard, il quale la convocò nella sala riunioni. Assonnata ma al contempo stesso ansiosa di conoscere il motivo di tanta urgenza, si era messa l'uniforme in tutta fretta, senza però acconciarsi a dovere. Nella sala riunioni, oltre al capitano e a Will, vi erano anche tutti i betazoidi che erano in quel momento in servizio sull'Enterprise. Poté percepire la loro preoccupazione per la convocazione e percepì anche una profonda amarezza provenire da William quando i loro sguardi si incrociarono fugacemente.
Dopo che Picard ebbe rivelato quanto era accaduto a Betazed, la mente empatica di Deanna fu letteralmente invasa dal dolore degli altri betazoidi presenti nella sala che, come un urlo assordante e disumano crebbe nella sua mente fino a farle quasi perdere i sensi. Nella sala riunioni, in realtà, nessuno emise neppure il più flebile sussurro. Era il modo betazoide di esprimere il dolore, condividendolo con gli altri, affinché ognuno ne fosse partecipe e potesse contribuire a lenirlo. Ma Deanna, solo per metà empatica, aveva maggiori difficoltà a gestire quel tipo di emozioni, così intense e coinvolgenti. La prima cosa che fece fu cercare di accertarsi delle condizioni delle persone che conosceva ed amava sul pianeta. Dopo affannose ricerche pianse dalla gioia, quando un messaggio subspaziale, la informò che sua madre, Lwaxana Troi, era sana e salva. Il puro caso, aveva voluto che Lwaxana non fosse su Betazed in quei giorni. Almeno sua madre stava bene ed era al sicuro, anche se non poté mettersi subito in contatto con lei. Per gli altri, purtroppo, le forze del Dominio, i temibili guerrieri creati geneticamente, i Jem'Hadar, avevano posto un blocco interplanetario alle comunicazioni.
"Consigliere, c'è qualcosa che non va?" le domandò Picard, che aveva notato che era scomparso d'improvviso il sorriso dalla bocca del consigliere. Deanna, rendendosi conto che stava sognando ad occhi aperti, scacciò dalla mente i brutti ricordi e il sorriso, luminoso come i primi raggi del sole all'alba, tornò a far capolino sul suo viso.

Q stava camminando nervosamente, ripetendo lo stesso percorso, con le mani dietro la schiena, strette l'una nell'altra. A capo chino, borbottava sommessamente. Pareva uscito da una classica vignetta umoristica sui padri che attendono l'arrivo del primo figlio, in un sala d'aspetto di una unità medica di ostetricia.
"Ma quanto ci mettono!" imprecò
"Io ho tutta l'eternità a disposizione, ma loro no! Se fanno come l'ultima volta, avranno il tempo di estinguersi un paio di volte!"
"Calmati Q! Non temere! Hanno ben presente che gli umani hanno un ciclo temporale molto breve."
"Davvero? Come sei ingenuo Q!" Q rivolse queste parole con un tono duro all'altro membro del Q-Continuum che assieme a lui stava attendendo l'esito della consultazione del Consiglio dei Q.
"Si vede che hai quattro miliardi di anni meno di me! Non li conosci davvero quei vecchi rincitrulliti! L'ultima volta che ho avuto bisogno del loro giudizio, tu non eri nemmeno ancora nato, si trattava della razza dei Glosh, dispute da poco conto! Per farla breve, quando finalmente avevano preso una decisione era passato così tanto tempo, che il sole dei Glosh era diventato una supernova già da un pezzo!"
Q ricordava quello spiacevole episodio. I Glosh avevano avuto la sfortuna di fare la conoscenza di Q, durante uno dei loro primi viaggi a curvatura. Il Q di allora, più giovane e più dispettoso che mai, si era divertito a stuzzicarli un poco. Si presentò come Jaart, il loro sommo dio. Per duemila anni, si divertì a vestire i panni del dio arrogante e oppressivo, umiliando il popolo Glosh in ogni modo conosciuto, interrompendo la loro naturale evoluzione. Fino al giorno in cui essi si ribellarono, e decisero di rinunciare alla sua adorazione, sfidando il potere di un dio. Q, di fronte a quello che riteneva un atteggiamento sfrontato ed inammissibile da parte di una specie primitiva, che semmai doveva a lui solo riconoscenza, per punizione, gettò il pianeta in un era glaciale senza precedenti. Solo che accade tutto in un giorno. Per la precisione in un istante. Il Q-Continuum, a quel punto, solo a quel punto purtroppo, intervenne per punire l'operato di Q. Ma Q, furbescamente, si appellò al Consiglio dei Q, affinché fossero essi a prendere una decisione, ben sapendo che sarebbero passati secoli prima di arrivare ad emettere una sentenza. Infatti, quando finalmente la meritata punizione arrivò, per i Glosh era ormai troppo tardi. Il loro pianeta non orbitava più attorno al suo sole, ma ne era stato inglobato quando questo era diventato una supernova, con tutti i Glosh, ancora congelati. La punizione per tale atrocità fu incredibilmente lieve. Solo mille anni di isolamento nel nucleo di una galassia in formazione. Nonostante tutto, ancora adesso, Q provava un certo risentimento per i Glosh.
"Stupidi bipedi…"
"Cosa?"
"Niente! Mi riferivo a… Ma quanto ci stanno mettendo!" imprecò ancora Q.
"Pensi che accetteranno la nostra proposta?" domando il Q più giovane, rinunciando a sapere cosa avesse detto il suo tutore anziano.
"Lo spero bene! E' ciò che di più sensato la mia vulcanica mente abbia mai partorito!"
Q sapeva bene che il consiglio non avrebbe potuto rifiutargli la richiesta. L'aveva pensata, progettata, costruita, proprio seguendo i loro gusti ed inclinazioni. Era fatta su misura per le menti dei membri del consiglio. Q disprezzava il Consiglio, lo riteneva un circolo ristretto di Q talmente vecchi, che probabilmente erano già presenti ancora prima che nascesse l'universo intero. Si mormorava che essi fossero gli ultimi Q che avevano avuto l'opportunità di sperimentare la vita materiale, prima che la loro specie compisse l'ultimo salto evolutivo verso una forma di vita di pura energia e puro pensiero e che essi custodissero gelosamente il segreto sull'ubicazione di quello che era stato il pianeta natale dei Q.
Erano rigidi ed inflessibili, poco inclini al gioco e incapaci di provare stimoli verso qualunque tipo di impresa. La condanna dell'onniscienza, conoscere il risultato di una azione ancora prima di averla pensata. Q invece aveva sempre cercato dei diversivi viaggiando per l'universo. Il suo più grande spasso, che gli serviva ad alleviare la noia di un'esistenza piatta e lineare, era confrontarsi con le specie primitive, sottoponendole a delle specie di test al fine di guidarne la loro evoluzione verso orizzonti a loro sconosciuti, anche se gli altri membri del Q-Continuum definivano tali azioni come vere e proprie persecuzioni.
Q aveva sempre ignorato tali critiche e nonostante fosse stato punito varie volte, per avere in effetti, un poco esagerato in alcune occasioni, non aveva mai rinunciato a tale pratica. Ora era il turno degli umani, la specie più affascinante e complessa che avesse incontrato da almeno dieci milioni di anni. Curiosi, caparbi e dotati di un intelletto non disprezzabile, da soli trecento anni solcavano la galassia in quei fragili gusci di noce di cui loro andavano tanto fieri. Nonostante la brevità delle loro esistenze avevano stabilito una posizione dominante sulle altre razze, imparando a coesistere con esse. Erano ancora fondamentalmente dei barbari incivili, ma promettevano bene. Avevano già superato con successo alcuni dei suoi test e una volta erano stati proprio loro a cavarlo dai guai, dopo l'ennesima diatriba con il Q-Continuum. Li ammirava e li invidiava, per la insaziabile curiosità che spingeva le loro esistenze. Lui non aveva mai conosciuto il significato vero di tale parola.
Ma ora tutto questo avrebbe potuto finire, sempre se non fosse riuscito a portare a termine il suo piano. L'universo si sarebbe popolato di droni Borg e la noia l'avrebbe fatta da padrona fino a quando anche l'ultima stella non avesse esaurito la sua risorsa di elio ed idrogeno.
Il giovane Q stava ancora osservando il Q più anziano agitarsi e borbottare. Non capiva il perché di tanta apprensione. Lui non provava come Q, il bisogno di qualcosa di più, oltre alla sua sola esistenza. Ma da un po' di tempo cose strane agitavano il Q-Continuum, soprattutto fra i Q più maturi. Una vento portatore di nuove idee aveva forse irrimediabilmente sconvolto la pacifica esistenza dei Q. Era ancora fresco l'increscioso episodio di un Q che aveva desiderato morire, fino a riuscirci. La morte, per un Q, è un concetto del tutto estraneo, eppure uno di loro aveva voluto sperimentarla, quale soluzione al tormento che provava. Tormento causato dalla stessa esistenza quale Q, per lui divenuta insopportabile. Dopo di allora, anche altri Q, avevano trovato il coraggio di ammettere di provare una eguale noia e di desiderare qualcosa di diverso da ciò che erano sempre stati. Anche il Q che aveva di fronte, pareva ardere dello stesso fuoco. Lui era ancora troppo giovane per provare noia e non comprendeva i sentimenti di ribellione che provavano i Q più anziani. Nelle specie primitive, il vento di ribellione era sempre portato dalle generazioni più giovani, decise a sottrarre il potere a quelle che le avevano precedute. Nel Q-Continuum era esattamente l'opposto. Più milioni di anni si accumulavano sulle spalle di un Q, più questi sentiva crescere in lui il bisogno di qualcosa di più. Ma nessun Q, era ancora riuscito a trovare una risposta alla domanda che li tormentava : cosa si può volere di più?
Il Q più maturo, che ancora non voleva accennare a smettere di agitarsi tanto, aveva forse trovato una possibile risposta? Si domandò. Ma era ormai stanco di stare a fissare il suo tutore e decise di andare a vedere che tempo facesse in un pianetino interessante nella galassia di Andromeda. E svanì in un lampo di luce.
Q notò la partenza del suo allievo.
"I giovani- Alla sua età non mi sarei mai permesso di andarmene senza salutare!"
"Alla sua età facevi anche di peggio!"
Q riconobbe la voce del suo avversario e si voltò rapidamente verso di lui, ma con un certo stile. Non voleva fargli capire che lo aveva colto di sorpresa.
"Ecco qua il tutore dell'ordine, della pianificazione…della noia!" rispose Q in tono canzonatorio.
"Le tue parole non mi toccano, caro Q. Sono qui per godermi la mia vittoria"
"Ma santo iddio! Ma come ti sei conciato? Ti sei talmente compromesso nel perorare la loro causa che ora sei addobbato come uno di loro?"
Q storse il naso di fronte agli impianti Borg del suo avversario. Certo, anche lui ogni tanto si divertiva ad imitare gli umani, ma sicuramente le loro uniformi erano più comode ed eleganti.
"Non ti piacciono Q? Beh, sarà il caso che cominci a farci l'abitudine. Tra poco saranno molto di moda, in tutta la galassia"
Il Q-Borg si arrestò ad un palmo dal volto di Q e con la voce resa roca dagli impianti lo minacciò:
"Arrenditi! Per te e le tue scimmie senza pelo non c'è scampo. E' finita l'era del caos indiscriminato"
"Questo è tutto da vedere, caro mio. Il consiglio sta discutendo una mia mozione" rispose per nulla intimorito Q.
"Lo so, lo so, ma sappi che questo è il tuo ultimo trucchetto. Non funzionerà vedrai" sentenziò il Q-Borg.
L'attenzione dei due contendenti fu attirata dal cigolio del portone in marmo bianco oltre il quale il Consiglio del Q-Continuum era riunito.
Erano infine giunti ad una decisione.
"Staremo a vedere!" esclamò Q, certo che la sua proposta fosse stata accettata e che Picard non lo avrebbe deluso.



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