Picard
stava riesaminando per l'ennesima volta il display tattico, che mostrava
cinque punti rossi in costante ed inarrestabile avvicinamento alla
loro posizione. Un piccolo timer, posizionato nell'angolo destro dello
schermo, misurava il tempo che quei puntini avrebbero impiegato a
raggiungere il centro dello schermo. Inarrestabile, il conto alla
rovescia, incombeva sul destino di migliaia di vite.
"Signore, ci restano solo dodici ore"
Il capo della sicurezza Yan, un umano sulla cinquantina, dai radi
capelli rossi, labbra molto pronunciate e un grosso naso che contrastava
con i piccoli occhi azzurri, infossati nelle orbite, rammentò
a Picard il tempo restante all'intercettamento.
Picard sollevò la testa dal display e sospirò.
Non restava abbastanza tempo per attendere ulteriormente Q. Erano
trascorsi tre giorni dalla sua imprevista visita a bordo dell'Enterprise.
Come un fulmine a ciel sereno era comparso ed aveva offerto loro una
via d'uscita e tanto rapidamente se ne era andato, lasciandoli tra
mille interrogativi. Picard aveva rimandato l'attuazione del piano,
preparato di concerto con i capitani dei principali vascelli da guerra,
che componevano la carovana, in attesa di conoscere le vere intenzioni
di Q. Aveva faticato non poco a convincere decine di comandanti a
fidarsi di lui, prendendosi ogni responsabilità in caso di
fallimento. La riunione, che era stata convocata proprio a bordo dell'Enterprise,
era stata lunga e travagliata e Picard dovette fare appello a tutte
le sue capacità di moderatore per impedire che si trasformasse
in una rissa. Fianco a fianco, attorno ad un grande tavolo, appositamente
preparato per l'occasione, si erano seduti i comandanti di vascelli
di ogni tipo e di ogni provenienza. Umani, Klingon, Romulani, Cardassiani,
gli uni vicini agli altri, uniti di fronte al nemico almeno a parole,
ma effettivamente ancora divisi da antichi odi razziali troppo marcati
per essere messi da parte, seppur in una tale tragica occasione. Ben
presto si erano venuti a creare degli schieramenti trasversali che
si confrontarono sulle ipotesi messe in discussione. Fra i numerosi
piani proposti, ne emersero un paio, che finirono col trovare l'appoggio,
equamente diviso, dei partecipanti al summit. La prima, proposta da
Picard e sostenuta dai Klingon e dalle altre razze della Federazione,
di preparare una squadriglia suicida di navi che sarebbero andate
incontro ai vascelli Borg, con lo scopo di distrarre e rallentare
la loro marcia, era contrapposta alla seconda, sostenuta dai Romulani,
i Ferengi e i Cardassiani, in altre parole di accelerare il convoglio
a curvatura nove, velocità che avrebbe consentito di giungere
al tunnel spaziale bajoriano con tre ore di anticipo rispetto all'intercettamento
dei Borg. Solo che tale opzione avrebbe comportato l'abbandono della
stragrande maggioranza dei vascelli a se stessi con tutto il loro
carico di vite e speranze. Infatti, solo poche decine di navi avrebbero
potuto permettersi una simile velocità. Picard aveva fermamente
lottato contro tale opzione, ritenendola disumana, mentre i klingon
avevano sposato la possibilità che era concessa loro di un
ultimo scontro ove morire con onore. I Romulani e i Ferengi, più
cinici e disillusi si preoccupavano solamente di preservare qualcuno
della loro razza dall'assimilazione, anche a costo di sacrificare
migliaia dei loro simili. Picard era riuscito a convincere la parte
avversa della bontà della sua proposta, dovendo comunque concedere
che, nel caso in cui il piano prestabilito fosse fallito, sarebbe
stato messo in atto il secondo. Non ci sarebbe stata nessuna battaglia
finale.
I Romulani si rifiutarono di fornire navi per la squadriglia suicida
e così fecero anche i Ferengi, al contrario dei Klingon che
smaniavano di partecipare alla battaglia. Picard si domandò
come i klingon avessero evitato l'estinzione, viste le innumerevoli
guerre che costellavano la lo storia e la folle smania con cui cercavano
la morte, come se intimamente fossero coscienti di un inevitabile
destino che li condannava alla distruzione. Questa sarebbe stata l'occasione
che parevano cercare dagli albori della loro civiltà. Forse,
da secoli, era solo il loro modo di ingannare la morte, andandogli
incontro con la bat'leth in pugno, piuttosto che attenderla. In entrambi
i casi, impotenti.
"Signor Yan, comunichi alle navi che ora possono partire"
Picard aveva deciso di non attendere oltre. Aveva dato fin troppa
fiducia a Q e anche questa volta temette che avrebbe finito col pentirsene
amaramente.
"Si, signore, comunicazione inviata"
Picard annuì ed andò ad accomodarsi alla sua postazione.
Sedendosi sulla poltrona di comando, il suo sguardo incrociò
quello di Deanna e notò che la betazoide aveva dei sottili
rivoli di lacrime che le solcavano le guance. Picard comprendeva bene
il motivo del pianto del consigliere Troi: il suo primo ufficiale
Riker, al comando della USS Pioneer, stava ora guidando la squadriglia
verso il destino senza ritorno che li attendeva. Era stato proprio
Riker a richiedere a Picard il permesso di prendere parte alla missione
il giorno precedente. Riker chiese di parlare in privato e i due andarono
nella saletta privata del capitano. Picard acconsentì senza
fare nessuna obiezione. Negli occhi del primo ufficiale aveva letto
tutto l'odio che Will provava ora per i Borg. Egli stesso, anni prima,
aveva nutrito un sentimento molto simile, anche lui aveva avuto il
corpo e l'anima duramente martoriati dai Borg e sapeva bene che l'unica
cosa che avrebbe potuto aiutare Riker a superarlo era proprio affrontare
tale dolore. Quando Riker fece per andarsene, Picard ebbe un ripensamento
e lo fermò sull'uscio, ma non appena i loro sguardi tornarono
ad incrociarsi, comprese che niente e nessuno lo avrebbe fermato dai
suoi propositi. - Può andare - gli aveva detto e Will, prima
di tornare sulla sua strada, fece un leggero sorriso, che Picard interpretò
come un: - lo so signore cosa mi vuol dire, ma io devo andare -. Ormai
fra i due l'intesa era tale che spesse volte le parole erano superflue
e quando la porta si chiuse una lacrima scese dagli occhi del capitano,
presentendo che quella, probabilmente sarebbe stata l'ultima volta
in cui i due avrebbero comunicato in quel modo così speciale.
Ora era Deanna a versare calde lacrime. I due erano legati da un rapporto
speciale di lunga data. I due erano Imzadi, un termine betazoide,
il cui significato profondo, Picard, non aveva mai ben compreso.
"Signore, il comandante Riker ci informa che sono pronti"
comunicò il tenente Yan, "si stanno muovendo ora signore!".
Picard sospirò mentre osservava il piccolo gruppo di vascelli
che si sganciava dal convoglio principale, riunendosi e mettendosi
in formazione. A velocità curvatura la manovra durò
solo pochi istanti poi le navi scomparvero, lanciate a tutta velocità
nella direzione opposta alla loro.
"Tempo all'intercettamento?" domandò Picard
"Un ora e dodici minuti, signore" rispose il tenente Yan.
A quel punto a Picard non restava che attendere. Preferì farlo
in solitudine, nell'unico angolo rimasto ove avrebbe potuto riflettere
in pace, ovvero la sua saletta privata.
Tentò di ottenere una tazza di te caldo dal replicatore, questa
volta con più successo. Sorrise a sé stesso, vedendo
materializzarsi la tazza con il liquido fumante, questa volta non
gli sarebbe toccato vedere Q mascherato da cameriere, anche se in
quel momento uno degli interrogativi che lo assillava maggiormente
era proprio legato alla sorte di quel mascalzone. Si era ancora divertito
a prendersi gioco di loro? Oppure, quanto stava accadendo faceva già
parte di un qualche oscuro scenario, creato dalla mente contorta di
Q?
"Signore! La H'Kel'Hajh ci sta contattando. E' un vascello klingon"
la voce del singor Yan richiamò l'attenzione di Picard.
"Sullo schermo" ordinò.
Il volto di Picard si ornò di un largo sorriso alla vista dell'unico
klingon che conoscesse come le sue tasche.
"Ambasciatore Worf!"
"Ex ambasciatore capitano. Ormai la Federazione non esiste più"
lo corresse freddamente il Klingon. Dopo la distruzione dell'Enteprise
D, il tenente Worf era stato assegnato alla stazione spaziale di Deep
Space Nine dove aveva partecipato con successo alla guerra contro
le forze del Dominio, guadagnadosi il ruolo di ambasciatore presso
l'Impero Klingon. Salvo, in un paio di occasioni, riunirsi con il
suo vecchio equipaggio.
Picard storse il naso. Anche se era evidente, non voleva ammettere
che per la Federazione Unita dei Pianeti fosse stata scritta l'ultima
pagina.
"E' sempre un piacere rivederla signor, mi scusi, ambasciatore
Worf" Picard sottolineò la parola ambasciatore a riaffermare
che la Federazione era ancora viva. Ferita, ma viva.
"Chiedo il permesso di salire a bordo capitano. E di essere reintregrato
nella Flotta Stellare. Come ambasciatore non sono più utile
a nessuno" Worf andò subito al sodo, come era suo solito
fare, senza lasciare troppo spazio ai convenevoli.
"Se è quello che vuole, non le nascondo che avrei proprio
bisogno di uno come lei in questo momento. In mezzo a tutto questo
sembra esserci lo zampino di Q" lo informò Picard.
"Q?" ringhiò Worf, che non aveva mai avuto un buon
rapporto con l'entità.
Picard si limitò ad annuire.
"Pronto ad essere teletrasportato!" si affrettò Worf,
togliendosi di dosso, con un gesto fulmineo, le insegne da ambasciatore.
Nascosta dalla visuale dello schermo, fece la comparsa la sua vecchia
fascia di guerriero con le insegne della sua casata. L'avere udito
il nome di Q gli aveva procurato un travaso di bile e non vedeva l'ora
di tornare a confrontarsi con lui.
"Permesso accordato. Bentornato fra noi signor Worf. Per l'ennesima
volta" lo accolse Picard, voltandosi verso Deanna che stava sorridendo.
Lo schermo si spense e il silenzio tornò nella plancia.
"Finalmente una buona notizia. Worf è vivo ed è
qui con noi. Ora mi sento più tranquillo" disse il capitano
sistemandosi l'uniforme e dirigendosi verso la saletta tattica.
Sedendosi sulla poltrona del suo ufficio, Picard tornò a voltarsi
verso il grande oblò che correva lungo tutta una parete della
stanza, volgendo le spalle alla teca contenente le riproduzioni, in
plastica dorata, di tutte le navi spaziali, che durante la storia
della Federazione , avevano avuto l'onore di portare il nome Enterprise.
Navi che si erano distinte, grazie ai loro capitani ed ai loro equipaggi.
Con rammarico ed un pizzico d'orgoglio constatò che probabilmente
la sua Enterprise sarebbe stata l'ultima della serie. E tutte le storie
legate a queste magnifiche navi sarebbero andate perdute per sempre,
seppellite dalla sabbia del deserto dell'oblio.
"A tutti voi!" brindò Picard, alzando la tazza di
te al cielo.
"Comandante
Riker, tutte le navi sono in formazione"
"Signor Vovelek, comunichi all'Enterprise che siamo pronti
a partire"
William, seduto alla poltrona di comando della USS Pioneer, una
nave di classe Streamrunner, particolarmente adatta agli scontri
ravvicinati, si massaggiava nervosamente quello che restava del
suo avambraccio destro, ridotto ad un moncherino senza vita.
La Pioneer aveva perso il suo comandante, il capitano Harris, nelle
settimane precedenti, durante una terribile battaglia contro i vascelli
Borg che avevano attaccato il pianeta Andoria. La Pioneer era riuscita
a fuggire, portando con sé quanti più andoriani le
fosse stato possibile ospitare e seppur gravemente danneggiata riuscì
ad allontanarsi dall'orbita di Andoria. I Borg, trascurarono quella
piccola nave, e si concentrarono sulle difese planetarie.
Alla morte di Harris, fu il suo primo ufficiale, il comandante Vovelek,
un vulcaniano di mezza età, a prendere il comando ed a portare
la Pioneer ad unirsi alla carovana organizzata da Picard. Il vulcaniano,
seppur dimostrando apertamente di non gradire tale imposizione,
ritenendola priva di logica, aveva ceduto il comando a Riker, su
ordine di Picard. Vovelek obiettò che il comandante Riker
non conosceva a sufficienza né la nave né il suo equipaggio
per condurla in battaglia in modo efficiente, ma Picard insistette
in modo tale che il vulcaniano non seppe opporsi, anche perché
comunque, Picard era di un grado superiore al suo e nonostante il
clima di generale pessimismo che aveva portato molti membri della
Flotta ad ignorare apertamente i regolamenti, Vovelek credeva ancora
nella forza della logica e della disciplina, l'unica capace di dare
a quello sparuto gruppo di superstiti la forza e la lucidità
necessaria a salvare le loro vite. In quei giorni aveva già
visto troppi vascelli perdersi alla deriva, a causa di feroci ammutinamenti.
E nonostante nutrisse un velato scetticismo sulle capacità
del comandante Riker, avrebbe seguito i suoi ordini con lo stesso
zelo e determinazione che avrebbe riservato al suo ex capitano.
"Rotta tracciata ed inserita" avvisò il navigatore
"Non ci resta che attendere che tutte la navi siano pronte"
rispose Riker, scambiando una rapida occhiata con il suo primo ufficiale,
il quale, da buon vulcaniano, non fece la benché minima piega
e si limitò a comunicare:
"Tutte la navi sono pronte signore"
Riker prese il respiro, come se stesse per tuffarsi da un trampolino.
Ed in effetti quello che stava per fare somigliava davvero ad un
tuffo, da un trampolino così alto che non si poteva scorgere
il fondo. Ci sarebbe stata l'acqua laggiù a frenare la caduta?
O avrebbe finito con lo sfracellarsi? Scacciò dalla mente
tutti i dubbi e gli interrogativi e con tono fermo e deciso diede
l'ordine di partire.
Il
giovane Q, con lunghe e ritmiche bracciate, era impegnato in una
lunga nuotata, deciso a raggiungere la riva di quel mare così
azzurro e limpido, che vi si poteva scorgere il fondo come se fosse
stato racchiuso in un cristallo purissimo. Varie forme di vita,
dall'aspetto e fogge più svariate osservavano, ma senza badarci
troppo, quello strano essere, che faticava a mantenersi a galla,
a pelo della superficie. Uno dei due soli di quel pianeta, stava
ormai tramontando dietro le colline che si intravedevano oltre la
costa, mentre il suo gemello stava sorgendo quasi esattamente dalla
parte opposta, emergendo dall'orizzonte dell'oceano. Fra i due soli
non vi era una corrispondenza assoluta, una manciata di gradi li
separava dalla perfezione, ma il giovane Q si accontentava. Quello
era l'unico pianeta della galassia ove si potesse godere dello spettacolo
del tramonto, unito a quello dell'alba. Ma ora tutte le sue energie
erano dirette verso un unico traguardo, ovvero la riva, che però
distava ancora parecchie centinaia di metri e lui cominciava a sentirsi
terribilmente stanco, le braccia e le gambe gli dolevano e lui non
era avvezzo al dolore, a dire il vero era la prima volta che sperimentava
tale stato e non lo stava trovando per nulla gradevole. Avrebbe
potuto portarsi a riva con la sola forza del pensiero, ma la sua
determinazione e il suo orgoglio gli stavano impedendo di barare.
"Ragazzo, hai deciso di porre fine alla tua esistenza in modo
davvero sciocco, lasciatelo dire!"
Q comparve dal nulla, e camminando sul pelo dell'acqua si affiancò
al giovane Q nuotatore.
Il giovane Q alzò a fatica gli occhi, premurandosi di non
ingoiare troppa di quell'acqua salata. Q indossava ancora l'uniforme
degli umani.
"Sto sperimentando" cercò di ribattere l'allievo,
ma un onda gli riempì la bocca.
"Stai sperimentando? E cosa? Il grado di salinità di
quest'acqua? Modo davvero curioso quello che hai scelto!" commentò
con una vena di sarcasmo Q.
Il giovane Q si riprese e cercando di mantenere la concentrazione
e di non andare a fondo, tentò di giustificarsi
"Sto sperimentando la vita da essere umano"
"E per quale motivo, di grazia?" domandò Q, stupito
dell'affermazione del suo allievo.
"Ne sono rimasto affascinato, dopo che me ne hai parlato così
a lungo, e sto mettendo alla prova il loro corpo, sai che hanno
bisogno di respirare ossigeno costantem
"
Il giovane Q perse la concentrazione ed il ritmo delle bracciate.
La stanchezza aveva indolenzito parecchio i suoi muscoli non allenati
adeguatamente. Annaspò qualche istante e poi scomparve sotto
la cresta di un'onda.
Q rimase in piedi sull'acqua, attendendo che tornasse in superficie,
ma i secondi passarono e del suo allievo ora non vedeva più
nemmeno il corpo.
"Allievi
Capitano tutti a me quelli più, diciamo,
estrosi!" sospirò volgendo gli occhi al cielo ed allargando
le braccia, come per chiedere clemenza ad una qualche divinità
che lo stesse osservando dalle nuvole.
Q schioccò le dita della mano destra e scomparve dall'oceano
per riapparire sulla riva, seduto su di un tronco di un albero morto,
semi sommerso dalla sabbia bianca della spiaggia, mentre il suo
allievo, pochi metri più in la, stava fra le alghe portate
dalla marea a depositarsi sul bagnasciuga, vomitando acqua e tossendo.
Con il volto paonazzo e gli occhi sgranati per lo spavento stava
cercando di incamerare quanto più ossigeno possibile nei
suoi polmoni, ricolmi di acqua salata.
"Spero sia stato almeno divertente!" continuò con
il tono sarcastico Q.
"Non c'era bisogno che tu
" tentò ancora di
giustificarsi l'allievo tossendo ripetutamente "me la sarei
cavata da solo!"
Q fece una smorfia di divertimento. L'allievo stava crescendo bene.
Aveva già imparato a mentire.
Il giovane Q, si levò dalla testa un'alga rossa che gli penzolava
davanti al naso, gettandola lontano.
"Ma come faranno, con un corpo così fragile?" si
domandò.
"La fragilità dei loro corpi ed in generale delle loro
esistenze, non pare sia mai stato per gli umani un motivo valido
per rinunciare ad aspirare a orizzonti più vasti" rispose
Q.
"Io non potrei resistere in questo guscio per un giorno intero!"
esclamò l'allievo, il cui orgoglio era rimasto ferito per
non essere stato in grado di arrivare a riva con le proprie forze.
"Ti capisco, credimi! A me è capitato, tempo fa e per
più di un giorno," rivelò Q, che rammentava ancora
la terribile esperienza, quando il Q-Continuum lo aveva privato
dei suoi poteri, relegandolo proprio sull'Enterprise di Picard.
Quale umiliazione!
"Davvero? Raccontami dai!" lo esortò il giovane
Q, mentre con uno schiocco delle dita, imitando il suo maestro,
scomparve dal bagnasciuga, ricomparendo, asciutto e pulito, accanto
al suo tutore.
Q fece una smorfia di disgusto. Non provava piacere a rammentare
certi ricordi poco edificanti. Soprattutto di rivelare che in quell'occasione,
egli era stato costretto a chiedere l'aiuto di Picard!
"Un'altra volta semmai. Ora dobbiamo andare! Il Consiglio ha
accettato la mia mozione. E mi serve il tuo aiuto per preparare
il campo per la Sfida."
Il giovane Q, non insistette oltre e annuì. I due lasciarono
la spiaggia scomparendo in una duplice luce bianca, mentre il sole
nascente, ormai, era completamente emerso dalle acque e quello morente,
definitivamente scomparso dietro alle colline.
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