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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 4
Picard stava riesaminando per l'ennesima volta il display tattico, che mostrava cinque punti rossi in costante ed inarrestabile avvicinamento alla loro posizione. Un piccolo timer, posizionato nell'angolo destro dello schermo, misurava il tempo che quei puntini avrebbero impiegato a raggiungere il centro dello schermo. Inarrestabile, il conto alla rovescia, incombeva sul destino di migliaia di vite.
"Signore, ci restano solo dodici ore"
Il capo della sicurezza Yan, un umano sulla cinquantina, dai radi capelli rossi, labbra molto pronunciate e un grosso naso che contrastava con i piccoli occhi azzurri, infossati nelle orbite, rammentò a Picard il tempo restante all'intercettamento.
Picard sollevò la testa dal display e sospirò.
Non restava abbastanza tempo per attendere ulteriormente Q. Erano trascorsi tre giorni dalla sua imprevista visita a bordo dell'Enterprise. Come un fulmine a ciel sereno era comparso ed aveva offerto loro una via d'uscita e tanto rapidamente se ne era andato, lasciandoli tra mille interrogativi. Picard aveva rimandato l'attuazione del piano, preparato di concerto con i capitani dei principali vascelli da guerra, che componevano la carovana, in attesa di conoscere le vere intenzioni di Q. Aveva faticato non poco a convincere decine di comandanti a fidarsi di lui, prendendosi ogni responsabilità in caso di fallimento. La riunione, che era stata convocata proprio a bordo dell'Enterprise, era stata lunga e travagliata e Picard dovette fare appello a tutte le sue capacità di moderatore per impedire che si trasformasse in una rissa. Fianco a fianco, attorno ad un grande tavolo, appositamente preparato per l'occasione, si erano seduti i comandanti di vascelli di ogni tipo e di ogni provenienza. Umani, Klingon, Romulani, Cardassiani, gli uni vicini agli altri, uniti di fronte al nemico almeno a parole, ma effettivamente ancora divisi da antichi odi razziali troppo marcati per essere messi da parte, seppur in una tale tragica occasione. Ben presto si erano venuti a creare degli schieramenti trasversali che si confrontarono sulle ipotesi messe in discussione. Fra i numerosi piani proposti, ne emersero un paio, che finirono col trovare l'appoggio, equamente diviso, dei partecipanti al summit. La prima, proposta da Picard e sostenuta dai Klingon e dalle altre razze della Federazione, di preparare una squadriglia suicida di navi che sarebbero andate incontro ai vascelli Borg, con lo scopo di distrarre e rallentare la loro marcia, era contrapposta alla seconda, sostenuta dai Romulani, i Ferengi e i Cardassiani, in altre parole di accelerare il convoglio a curvatura nove, velocità che avrebbe consentito di giungere al tunnel spaziale bajoriano con tre ore di anticipo rispetto all'intercettamento dei Borg. Solo che tale opzione avrebbe comportato l'abbandono della stragrande maggioranza dei vascelli a se stessi con tutto il loro carico di vite e speranze. Infatti, solo poche decine di navi avrebbero potuto permettersi una simile velocità. Picard aveva fermamente lottato contro tale opzione, ritenendola disumana, mentre i klingon avevano sposato la possibilità che era concessa loro di un ultimo scontro ove morire con onore. I Romulani e i Ferengi, più cinici e disillusi si preoccupavano solamente di preservare qualcuno della loro razza dall'assimilazione, anche a costo di sacrificare migliaia dei loro simili. Picard era riuscito a convincere la parte avversa della bontà della sua proposta, dovendo comunque concedere che, nel caso in cui il piano prestabilito fosse fallito, sarebbe stato messo in atto il secondo. Non ci sarebbe stata nessuna battaglia finale.
I Romulani si rifiutarono di fornire navi per la squadriglia suicida e così fecero anche i Ferengi, al contrario dei Klingon che smaniavano di partecipare alla battaglia. Picard si domandò come i klingon avessero evitato l'estinzione, viste le innumerevoli guerre che costellavano la lo storia e la folle smania con cui cercavano la morte, come se intimamente fossero coscienti di un inevitabile destino che li condannava alla distruzione. Questa sarebbe stata l'occasione che parevano cercare dagli albori della loro civiltà. Forse, da secoli, era solo il loro modo di ingannare la morte, andandogli incontro con la bat'leth in pugno, piuttosto che attenderla. In entrambi i casi, impotenti.
"Signor Yan, comunichi alle navi che ora possono partire"
Picard aveva deciso di non attendere oltre. Aveva dato fin troppa fiducia a Q e anche questa volta temette che avrebbe finito col pentirsene amaramente.
"Si, signore, comunicazione inviata"
Picard annuì ed andò ad accomodarsi alla sua postazione. Sedendosi sulla poltrona di comando, il suo sguardo incrociò quello di Deanna e notò che la betazoide aveva dei sottili rivoli di lacrime che le solcavano le guance. Picard comprendeva bene il motivo del pianto del consigliere Troi: il suo primo ufficiale Riker, al comando della USS Pioneer, stava ora guidando la squadriglia verso il destino senza ritorno che li attendeva. Era stato proprio Riker a richiedere a Picard il permesso di prendere parte alla missione il giorno precedente. Riker chiese di parlare in privato e i due andarono nella saletta privata del capitano. Picard acconsentì senza fare nessuna obiezione. Negli occhi del primo ufficiale aveva letto tutto l'odio che Will provava ora per i Borg. Egli stesso, anni prima, aveva nutrito un sentimento molto simile, anche lui aveva avuto il corpo e l'anima duramente martoriati dai Borg e sapeva bene che l'unica cosa che avrebbe potuto aiutare Riker a superarlo era proprio affrontare tale dolore. Quando Riker fece per andarsene, Picard ebbe un ripensamento e lo fermò sull'uscio, ma non appena i loro sguardi tornarono ad incrociarsi, comprese che niente e nessuno lo avrebbe fermato dai suoi propositi. - Può andare - gli aveva detto e Will, prima di tornare sulla sua strada, fece un leggero sorriso, che Picard interpretò come un: - lo so signore cosa mi vuol dire, ma io devo andare -. Ormai fra i due l'intesa era tale che spesse volte le parole erano superflue e quando la porta si chiuse una lacrima scese dagli occhi del capitano, presentendo che quella, probabilmente sarebbe stata l'ultima volta in cui i due avrebbero comunicato in quel modo così speciale. Ora era Deanna a versare calde lacrime. I due erano legati da un rapporto speciale di lunga data. I due erano Imzadi, un termine betazoide, il cui significato profondo, Picard, non aveva mai ben compreso.
"Signore, il comandante Riker ci informa che sono pronti" comunicò il tenente Yan, "si stanno muovendo ora signore!".
Picard sospirò mentre osservava il piccolo gruppo di vascelli che si sganciava dal convoglio principale, riunendosi e mettendosi in formazione. A velocità curvatura la manovra durò solo pochi istanti poi le navi scomparvero, lanciate a tutta velocità nella direzione opposta alla loro.
"Tempo all'intercettamento?" domandò Picard
"Un ora e dodici minuti, signore" rispose il tenente Yan.
A quel punto a Picard non restava che attendere. Preferì farlo in solitudine, nell'unico angolo rimasto ove avrebbe potuto riflettere in pace, ovvero la sua saletta privata.
Tentò di ottenere una tazza di te caldo dal replicatore, questa volta con più successo. Sorrise a sé stesso, vedendo materializzarsi la tazza con il liquido fumante, questa volta non gli sarebbe toccato vedere Q mascherato da cameriere, anche se in quel momento uno degli interrogativi che lo assillava maggiormente era proprio legato alla sorte di quel mascalzone. Si era ancora divertito a prendersi gioco di loro? Oppure, quanto stava accadendo faceva già parte di un qualche oscuro scenario, creato dalla mente contorta di Q?
"Signore! La H'Kel'Hajh ci sta contattando. E' un vascello klingon" la voce del singor Yan richiamò l'attenzione di Picard.
"Sullo schermo" ordinò.
Il volto di Picard si ornò di un largo sorriso alla vista dell'unico klingon che conoscesse come le sue tasche.
"Ambasciatore Worf!"
"Ex ambasciatore capitano. Ormai la Federazione non esiste più" lo corresse freddamente il Klingon. Dopo la distruzione dell'Enteprise D, il tenente Worf era stato assegnato alla stazione spaziale di Deep Space Nine dove aveva partecipato con successo alla guerra contro le forze del Dominio, guadagnadosi il ruolo di ambasciatore presso l'Impero Klingon. Salvo, in un paio di occasioni, riunirsi con il suo vecchio equipaggio.
Picard storse il naso. Anche se era evidente, non voleva ammettere che per la Federazione Unita dei Pianeti fosse stata scritta l'ultima pagina.
"E' sempre un piacere rivederla signor, mi scusi, ambasciatore Worf" Picard sottolineò la parola ambasciatore a riaffermare che la Federazione era ancora viva. Ferita, ma viva.
"Chiedo il permesso di salire a bordo capitano. E di essere reintregrato nella Flotta Stellare. Come ambasciatore non sono più utile a nessuno" Worf andò subito al sodo, come era suo solito fare, senza lasciare troppo spazio ai convenevoli.
"Se è quello che vuole, non le nascondo che avrei proprio bisogno di uno come lei in questo momento. In mezzo a tutto questo sembra esserci lo zampino di Q" lo informò Picard.
"Q?" ringhiò Worf, che non aveva mai avuto un buon rapporto con l'entità.
Picard si limitò ad annuire.
"Pronto ad essere teletrasportato!" si affrettò Worf, togliendosi di dosso, con un gesto fulmineo, le insegne da ambasciatore. Nascosta dalla visuale dello schermo, fece la comparsa la sua vecchia fascia di guerriero con le insegne della sua casata. L'avere udito il nome di Q gli aveva procurato un travaso di bile e non vedeva l'ora di tornare a confrontarsi con lui.
"Permesso accordato. Bentornato fra noi signor Worf. Per l'ennesima volta" lo accolse Picard, voltandosi verso Deanna che stava sorridendo.
Lo schermo si spense e il silenzio tornò nella plancia.
"Finalmente una buona notizia. Worf è vivo ed è qui con noi. Ora mi sento più tranquillo" disse il capitano sistemandosi l'uniforme e dirigendosi verso la saletta tattica.
Sedendosi sulla poltrona del suo ufficio, Picard tornò a voltarsi verso il grande oblò che correva lungo tutta una parete della stanza, volgendo le spalle alla teca contenente le riproduzioni, in plastica dorata, di tutte le navi spaziali, che durante la storia della Federazione , avevano avuto l'onore di portare il nome Enterprise. Navi che si erano distinte, grazie ai loro capitani ed ai loro equipaggi. Con rammarico ed un pizzico d'orgoglio constatò che probabilmente la sua Enterprise sarebbe stata l'ultima della serie. E tutte le storie legate a queste magnifiche navi sarebbero andate perdute per sempre, seppellite dalla sabbia del deserto dell'oblio.
"A tutti voi!" brindò Picard, alzando la tazza di te al cielo.

"Comandante Riker, tutte le navi sono in formazione"
"Signor Vovelek, comunichi all'Enterprise che siamo pronti a partire"
William, seduto alla poltrona di comando della USS Pioneer, una nave di classe Streamrunner, particolarmente adatta agli scontri ravvicinati, si massaggiava nervosamente quello che restava del suo avambraccio destro, ridotto ad un moncherino senza vita.
La Pioneer aveva perso il suo comandante, il capitano Harris, nelle settimane precedenti, durante una terribile battaglia contro i vascelli Borg che avevano attaccato il pianeta Andoria. La Pioneer era riuscita a fuggire, portando con sé quanti più andoriani le fosse stato possibile ospitare e seppur gravemente danneggiata riuscì ad allontanarsi dall'orbita di Andoria. I Borg, trascurarono quella piccola nave, e si concentrarono sulle difese planetarie.
Alla morte di Harris, fu il suo primo ufficiale, il comandante Vovelek, un vulcaniano di mezza età, a prendere il comando ed a portare la Pioneer ad unirsi alla carovana organizzata da Picard. Il vulcaniano, seppur dimostrando apertamente di non gradire tale imposizione, ritenendola priva di logica, aveva ceduto il comando a Riker, su ordine di Picard. Vovelek obiettò che il comandante Riker non conosceva a sufficienza né la nave né il suo equipaggio per condurla in battaglia in modo efficiente, ma Picard insistette in modo tale che il vulcaniano non seppe opporsi, anche perché comunque, Picard era di un grado superiore al suo e nonostante il clima di generale pessimismo che aveva portato molti membri della Flotta ad ignorare apertamente i regolamenti, Vovelek credeva ancora nella forza della logica e della disciplina, l'unica capace di dare a quello sparuto gruppo di superstiti la forza e la lucidità necessaria a salvare le loro vite. In quei giorni aveva già visto troppi vascelli perdersi alla deriva, a causa di feroci ammutinamenti. E nonostante nutrisse un velato scetticismo sulle capacità del comandante Riker, avrebbe seguito i suoi ordini con lo stesso zelo e determinazione che avrebbe riservato al suo ex capitano.
"Rotta tracciata ed inserita" avvisò il navigatore
"Non ci resta che attendere che tutte la navi siano pronte" rispose Riker, scambiando una rapida occhiata con il suo primo ufficiale, il quale, da buon vulcaniano, non fece la benché minima piega e si limitò a comunicare:
"Tutte la navi sono pronte signore"
Riker prese il respiro, come se stesse per tuffarsi da un trampolino. Ed in effetti quello che stava per fare somigliava davvero ad un tuffo, da un trampolino così alto che non si poteva scorgere il fondo. Ci sarebbe stata l'acqua laggiù a frenare la caduta? O avrebbe finito con lo sfracellarsi? Scacciò dalla mente tutti i dubbi e gli interrogativi e con tono fermo e deciso diede l'ordine di partire.

Il giovane Q, con lunghe e ritmiche bracciate, era impegnato in una lunga nuotata, deciso a raggiungere la riva di quel mare così azzurro e limpido, che vi si poteva scorgere il fondo come se fosse stato racchiuso in un cristallo purissimo. Varie forme di vita, dall'aspetto e fogge più svariate osservavano, ma senza badarci troppo, quello strano essere, che faticava a mantenersi a galla, a pelo della superficie. Uno dei due soli di quel pianeta, stava ormai tramontando dietro le colline che si intravedevano oltre la costa, mentre il suo gemello stava sorgendo quasi esattamente dalla parte opposta, emergendo dall'orizzonte dell'oceano. Fra i due soli non vi era una corrispondenza assoluta, una manciata di gradi li separava dalla perfezione, ma il giovane Q si accontentava. Quello era l'unico pianeta della galassia ove si potesse godere dello spettacolo del tramonto, unito a quello dell'alba. Ma ora tutte le sue energie erano dirette verso un unico traguardo, ovvero la riva, che però distava ancora parecchie centinaia di metri e lui cominciava a sentirsi terribilmente stanco, le braccia e le gambe gli dolevano e lui non era avvezzo al dolore, a dire il vero era la prima volta che sperimentava tale stato e non lo stava trovando per nulla gradevole. Avrebbe potuto portarsi a riva con la sola forza del pensiero, ma la sua determinazione e il suo orgoglio gli stavano impedendo di barare.
"Ragazzo, hai deciso di porre fine alla tua esistenza in modo davvero sciocco, lasciatelo dire!"
Q comparve dal nulla, e camminando sul pelo dell'acqua si affiancò al giovane Q nuotatore.
Il giovane Q alzò a fatica gli occhi, premurandosi di non ingoiare troppa di quell'acqua salata. Q indossava ancora l'uniforme degli umani.
"Sto sperimentando" cercò di ribattere l'allievo, ma un onda gli riempì la bocca.
"Stai sperimentando? E cosa? Il grado di salinità di quest'acqua? Modo davvero curioso quello che hai scelto!" commentò con una vena di sarcasmo Q.
Il giovane Q si riprese e cercando di mantenere la concentrazione e di non andare a fondo, tentò di giustificarsi
"Sto sperimentando la vita da essere umano"
"E per quale motivo, di grazia?" domandò Q, stupito dell'affermazione del suo allievo.
"Ne sono rimasto affascinato, dopo che me ne hai parlato così a lungo, e sto mettendo alla prova il loro corpo, sai che hanno bisogno di respirare ossigeno costantem…"
Il giovane Q perse la concentrazione ed il ritmo delle bracciate. La stanchezza aveva indolenzito parecchio i suoi muscoli non allenati adeguatamente. Annaspò qualche istante e poi scomparve sotto la cresta di un'onda.
Q rimase in piedi sull'acqua, attendendo che tornasse in superficie, ma i secondi passarono e del suo allievo ora non vedeva più nemmeno il corpo.
"Allievi… Capitano tutti a me quelli più, diciamo, estrosi!" sospirò volgendo gli occhi al cielo ed allargando le braccia, come per chiedere clemenza ad una qualche divinità che lo stesse osservando dalle nuvole.
Q schioccò le dita della mano destra e scomparve dall'oceano per riapparire sulla riva, seduto su di un tronco di un albero morto, semi sommerso dalla sabbia bianca della spiaggia, mentre il suo allievo, pochi metri più in la, stava fra le alghe portate dalla marea a depositarsi sul bagnasciuga, vomitando acqua e tossendo. Con il volto paonazzo e gli occhi sgranati per lo spavento stava cercando di incamerare quanto più ossigeno possibile nei suoi polmoni, ricolmi di acqua salata.
"Spero sia stato almeno divertente!" continuò con il tono sarcastico Q.
"Non c'era bisogno che tu…" tentò ancora di giustificarsi l'allievo tossendo ripetutamente "me la sarei cavata da solo!"
Q fece una smorfia di divertimento. L'allievo stava crescendo bene. Aveva già imparato a mentire.
Il giovane Q, si levò dalla testa un'alga rossa che gli penzolava davanti al naso, gettandola lontano.
"Ma come faranno, con un corpo così fragile?" si domandò.
"La fragilità dei loro corpi ed in generale delle loro esistenze, non pare sia mai stato per gli umani un motivo valido per rinunciare ad aspirare a orizzonti più vasti" rispose Q.
"Io non potrei resistere in questo guscio per un giorno intero!" esclamò l'allievo, il cui orgoglio era rimasto ferito per non essere stato in grado di arrivare a riva con le proprie forze.
"Ti capisco, credimi! A me è capitato, tempo fa e per più di un giorno," rivelò Q, che rammentava ancora la terribile esperienza, quando il Q-Continuum lo aveva privato dei suoi poteri, relegandolo proprio sull'Enterprise di Picard. Quale umiliazione!
"Davvero? Raccontami dai!" lo esortò il giovane Q, mentre con uno schiocco delle dita, imitando il suo maestro, scomparve dal bagnasciuga, ricomparendo, asciutto e pulito, accanto al suo tutore.
Q fece una smorfia di disgusto. Non provava piacere a rammentare certi ricordi poco edificanti. Soprattutto di rivelare che in quell'occasione, egli era stato costretto a chiedere l'aiuto di Picard!
"Un'altra volta semmai. Ora dobbiamo andare! Il Consiglio ha accettato la mia mozione. E mi serve il tuo aiuto per preparare il campo per la Sfida."
Il giovane Q, non insistette oltre e annuì. I due lasciarono la spiaggia scomparendo in una duplice luce bianca, mentre il sole nascente, ormai, era completamente emerso dalle acque e quello morente, definitivamente scomparso dietro alle colline.


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