Quando
Picard uscì dal suo ufficio privato, mancavano una manciata
di minuti al fatidico momento in cui i cubi Borg, alle loro calcagna,
avrebbero intercettato il gruppo di navi che erano andate loro incontro.
Nonostante i tanti anni passati al comando, poteva percepire la tensione
crescere dentro di lui fino a soffocarlo. Era frustrante essere li,
relativamente al sicuro, mentre il suo primo ufficiale stava rischiando
la vita. Sentiva intimamente ingiusta la situazione. William era molto
più giovane di lui e avrebbe meritato di vivere più
a lungo. O più onestamente si vergognava di non essere in prima
linea, a combattere. Constatò che la cultura klingon, con cui
aveva avuto a che fare molto spesso in passato, lo aveva influenzato
molto più di quello che credeva.
Picard raggiunse il comandante Data, che stava operando alla consolle
scientifica.
"Novità signor Data?"
L'androide, calmo e rilassato, si voltò verso di lui e notando
la tensione sul volto del capitano si premurò di accertarsi
della sua condizione:
"Si sente bene signore?"
Picard scosse la testa.
"E' tutto a posto, signor Data" si difese Picard sapendo
di mentire
Ma ammettere di essere al limite del collasso, in plancia, davanti
ai suoi ufficiali migliori, i quali, a loro volta, non riposavano
da ore, non avrebbe aiutato il morale.
Data, seppur con esitazione, tornò ad occuparsi della sua consolle.
"Come può vedere, signore, le nostre navi sono a soli
cinque minuti dai Borg" disse indicando il display animato in
tempo reale.
"I sensori ci indicano che uno dei cinque cubi è gravemente
danneggiato, mentre un secondo presenta danni piuttosto consistenti
nella parte inferiore"
Picard analizzò i dati che, rapidamente, stavano scorrendo
lungo lo schermo. Nonostante la situazione fosse migliore di quella
preventivata, Riker avrebbe trovato pane per i suoi denti.
"Tempo
di intercettamento, tre minuti e dodici secondi!"
Riker si grattò la folta barba con la mano sinistra e notò
che non gli dava il solito piacere. - Brutto segno - pensò,
ma forse era solo colpa della mano, che non era più la destra.
"Siamo sufficientemente vicini, per una analisi approfondita
con i sensori a corto raggio" informò il comandante
Vovelek
"Analisi!" esclamò Riker.
Il signor Vovelek azionò rapidamente i controlli dei sensori
e con voce piatta comunicò alla plancia la situazione:
"due delle navi nemiche sono gravemente danneggiate, l'analisi
combacia con quella dei sensori degli altri vascelli"
Riker non commentò. Il fatto che la situazione paresse meno
negativa, non modificava il suo piano.
Il silenzio del suo superiore fu interpretato dal vulcaniano come
una debolezza o, peggio ancora, una incresciosa mancanza di capacità
di analisi, mancanza che lo autorizzava a tentare di sovrapporsi
a Riker. Se ci fosse stato ancora il capitano Harris, al posto di
quell'umano barbuto, Vovelek non si sarebbe mai permesso di prendere
la parola per primo. Solitamente avrebbe atteso di essere interpellato.
Ma vista la scarsa fiducia che provava verso il comandante Riker,
egli si sentiva ancora al comando della USS Pioneer, almeno sul
piano morale.
"Signore, consiglio di concentrare l'attacco sui vascelli più
danneggiati. Potremmo rapidamente eliminarli. E abbiamo buone probabilità
di distruggerne anche un terzo"
Gli ufficiali di plancia della Pioneer, nonostante la gravità
del momento e la loro certezza di andare incontro alla morte, ebbero
un moto di stupore, vedendo, per la prima volta in anni di servizio
passati fianco a fianco, il vulcaniano, compiere un gesto tanto
inconsueto quanto sfrontato. Qualcuno di loro osò persino
voltare il capo, distogliendo l'attenzione dai propri compiti.
Riker non poté cogliere alcunché nella iniziativa
presa dal suo secondo. Il rapporto esistente fra lui e il capitano
Picard era ben diverso da quella che avevano costruito Harris e
Vovelek. Per Riker era assolutamente normale proporre soluzioni
o esprimere anche semplici opinioni, senza attendere di essere chiamato
in causa e Picard aveva sempre gradito questo suo atteggiamento.
Ma ogni nave, ogni plancia, faceva a sé, da sempre.
Per cui, quel piccolo momento di tensione, nella plancia della Pioneer,
non influenzò il giudizio di Riker, il che confermava, in
parte, una delle obiezioni sollevata da Vovelek: la scarsa conoscenza
dell'equipaggio.
"La ringrazio del suggerimento, ma ho altro in mente. Comunichi
al resto della flotta che ci limiteremo ad effettuare un passaggio
radente come concordato. Voglio attirare la loro attenzione"
rispose Riker, imperturbabile.
Vovelek inarcò un sopracciglio quale segno di stupore.
"Signore, ma così perderemo la possibilità di
fare fuoco per primi e
" il vulcaniano non terminò
la frase, bruscamente interrotto da Riker "Signor Vovelek!
Ha sentito quello che le ho detto? O non è in grado di svolgere
il suo compito?"
Il vulcaniano, lanciò un'occhiata carica di sfida al suo
comandante. La sua logica stava venendo meno, mentre i suoi sentimenti
stavano prendendo il sopravvento. La tensione del momento stava
mettendo a dura prova la sua autodisciplina. Riker rispose allo
sguardo con altrettanta fermezza e non lo abbassò finché
non lo fece il suo secondo. Capiva cosa stava passando Vovelek.
Anche lui a suo tempo aveva avuto difficoltà ad abituarsi
ad un capitano, Jellico, molto diverso da Picard e quindi comprendeva
a pieno la sua frustrazione, ma in quel momento non c'era il tempo
per approfondire i rapporti e appianare le incomprensioni. Lo avrebbe
fatto volentieri successivamente alla battaglia, sempre se ci sarebbe
mai stato un dopo.
"Si, signore" cedette Vovelek "comunicazione inviata.
Due minuti e quindici secondi all'intercettamento"
Riker cominciò a tenere il conto del tempo che passava mentalmente.
Un pugno di secondi alla verità.
Picard
camminava nervosamente per la plancia dell'Enterprise, sotto gli
occhi del suo equipaggio. Deanna stava ancora seduta alla sua poltrona.
Aveva cessato di piangere e pareva concentrata, come se avesse avuto
la mente tesa verso l'esterno. Probabilmente stava cercando di spingere
oltre il loro limite i suoi poteri empatici, nell'intento di percepire
quanto stava per accadere a parecchi parsec di distanza. Il navigatore
Thompson, un umano dalla pelle scura, era intento a mantenere l'Enterprise
sulla giusta rotta ed ad evitare pericolose collisioni con gli altri
vascelli vicini. Sull'attenti, con un viso che non esprimeva alcuna
emozione, il tenente Yan seguiva quanto stava per accadere sul suo
display tattico, così come stava facendo il comandante Data,
alla consolle scientifica.
"Data, quanto manca?" domandò Picard per spezzare
il silenzio che regnava in plancia.
"Un minuto e trentotto secondi signore, a questo punto il comandante
Riker dovrebbe portare la flotta su di una rotta di apparente collisione"
rispose prontamente l'androide, l'unico che non si trovasse sotto
pressione. Prudentemente, Data aveva disattivato il suo chip emozionale,
in previsione di questi momenti in cui sarebbe stato più
utile all'equipaggio, senza l'influenza negativa di sentimenti quali
la paura e l'angoscia. Possibilità che, apertamente, il capitano
Picard, in più di un'occasione aveva dichiarato di invidiargli.
"A questo punto dobbiamo sperare chi i Borg si comportino esattamente
come ho previsto" commentò Picard, il quale si sentiva
responsabile, visto che i presupposti della strategia studiata per
lo scontro, erano frutto delle sue conoscenze sui Borg. A distanza
di anni, egli poteva ancora percepire in sé, come il canto
delle sirene, il richiamo della collettività Borg.
Data si strinse nelle spalle, a significare che non conosceva la
risposta a tale domanda.
"Allarme
rosso!" esclamò Riker, e le sirene cominciarono ad ululare,
mentre i pannelli posti lungo il perimetro della plancia, cominciarono
a lampeggiare, inondandola di luce rossastra intermittente.
"Un minuto e cinque secondi, signore!"
La voce di Vovelek emerse appena al di sopra delle sirene dell'allarme,
ma Riker poté comunque udirla.
"Gli altri vascelli ci comunicano che sono pronti per effettuare
la manovra, signore" aggiunse il vulcaniano, sempre più
sconcertato per quanto stava avvenendo, Ma Vovelek non era a conoscenza
del piano che era stato stabilito a priori, di concerto con gli
altri capitani, non vi era stato il tempo di informarlo dei dettagli.
Dai dati e dalle supposizioni che aveva avuto a malapena il tempo
di raccogliere, pareva essere dettato da una illogica follia collettiva.
E proprio per questo motivo si sentì autorizzato a muovere
ancora una dura e critica osservazione a Riker:
"Signore, se mi permette, vorrei farle notare che un passaggio
radente, a velocità curvatura è una manovra alquanto
rischiosa! Se sbagliassimo anche di pochi metri, potremmo schiantarci
contro uno dei cubi Borg. A questa velocità lei dovrebbe
sapere che non si può manovrare una nave stellare come se
fosse una navetta. Non comprendo il motivo per cui non li affrontiamo.
Non è logico!"
Vovelek, sicuro delle sue parole e dei suoi pensieri, attese sereno
la risposta del suo comandante, quell'umano, che non aveva mai visto
fino ad oggi e che ora pretendeva di guidare la sua nave in una
battaglia senza speranza.
Riker era troppo intento a rileggere, nella sua mente, le varie
fasi della strategia per dare troppo ascolto alle parole del vulcaniano,
che giudicava un ottimo ufficiale, ma troppo pieno di sé
come tutti i vulcaniano d'altronde.
Vovelek interpretò il silenzio di William come un altro segno
della sua debolezza e decise di sferrare l'attacco finale. Forse
poteva ancora recuperare il comando della Pioneer ed impedire una
disfatta totale.
"Signore! Se ci schiantiamo contro di loro li danneggeremo,
ma potremmo anche non riuscire a farlo in maniera sufficiente per
impedire che proseguano il loro inseguimento! E a quel punto non
vi sarebbero più navi in grado di fermarli! Ritengo che affrontarli
porterebbe ad un risultato migliore. Signore! Mi sta ascoltando?"
il vulcaniano alzò il tono della sua voce, affinché
tutti membri dell'equipaggio della Pioneer potessero udirlo. Voleva
che fosse chiaro ed evidente a tutti quanto fosse inefficiente il
piano suicida di Riker.
Solo a quel punto Riker comprese che Vovelek stava cercando di mettere
in discussione il suo comando. Non poteva permetterlo, non a cinquantaquattro
secondi dall'intercettamento. Usando il tono più severo che
gli riuscì di tirare fuori:
"Signor Vovelek, per sua informazione non è mia intenzione
lanciare la Pioneer in un attacco suicida! Quello che voglio ottenere
è di attirare l'attenzione delle navi Borg e di obbligarle
ad inseguirci, in direzione opposta al convoglio! E lo faremo a
velocità curvatura proprio per evitare che abbiano il tempo
di fare fuoco su di noi!"
Il secondo non pareva convinto dalle parole di Riker e Will se ne
rese conto. Ma proprio in quel momento doveva avere a che fare con
un vulcaniano testardo e malfidente? Si domandò Riker che
decise allora di far valere il suo grado per porre fine alla querelle:
"e ora per favore la pianti di mettere in discussione ogni
mio ordine! Capirà quando sarà il momento! Si fidi
signor Vovelek, si fidi!" aggiunse Riker, cercando di trasmettere
quanta più fiducia possibile in quell'ufficiale molto più
anziano di lui, che probabilmente si stava domandando in che mani
fosse stata affidata la sua nave. Vovelek si limitò a continuare
a fissarlo, con quei suoi occhi addestrati all'inespressività.
"Mi creda, non desidero morire più di quanto non lo
desideri ognuno di voi" aggiunse Riker rivolgendosi a tutti
i presenti in plancia. Riker non sapeva se aveva ottenuto il risultato
voluto o meno, ma decise di ignorare ogni problema che non riguardasse
strettamente i Borg, quindi il signor Vovelek poteva andare al diavolo.
Venticinque secondi.
"Signor Vovelek, comunichi alla flotta di passare a curvatura
uno"
Il vulcaniano eseguì senza opporre resistenza. Aveva compreso?
Si domandò Riker.
"Curvatura uno, signore" comunicò il navigatore
"Ottimo ed ora o la va o la spacca, signori!" fu il colorito
commento ed augurio di William, mentre si stringeva, con la mano
superstite, al bracciolo della sua poltrona.
"Venti
secondi al contatto
Diciannove
Diciotto
Diciassette
"
comunicò Data con voce piatta.
Picard chiuse per un istante gli occhi. Poté percepire la
collettività Borg dentro di sé. I Borg avevano notato
il convoglio e stavano valutando se costituisse per loro un pericolo.
Riaprì gli occhi per incontrare quelli di Deanna.
"Consigliere?"
Deanna esitò a rispondere. Stava cercando di fare ordine
nella sua mente. Di separare i suoi sentimenti personali da quelli
che stava percependo.
"Percepisco una grande tensione, terrore, ma anche furore ed
entusiasmo" rispose lei, con la voce rotta per le forte emozione.
Picard annuì. Sicuramente l'entusiasmo proveniva dalle menti
dei klingon.
Smise di camminare ed andò a sedersi alla sua poltrona in
attesa che si compisse il fato.
"Dodici secondi
Undici
Dieci... Nove
"
la voce di Data era l'unica che si potesse udire in plancia. Tutti
attendevano che il conteggio arrivasse a zero, per conoscere il
loro destino. Se la squadriglia avesse fallito, erano tutti ben
consapevoli che li attendeva una morte quasi certa. Picard non avrebbe
mai accettato di fuggire con le poche navi in grado di raggiungere
curvatura nove.
"Sei
Cinque
Quattro
Tre
"
"Jean-Luc!"
La voce inconfondibile di Q rimbombò in plancia, facendo
sobbalzare sulla poltrona tutti gli ufficiali. Con la sua uniforme
da ammiraglio, era apparso all'improvviso seduto alla destra di
Picard, là dove solitamente prendeva posto William.
Picard dovette fare appello a tutto il suo self-control per non
saltare fino al soffitto e stringendo con forza i braccioli della
sua poltrona, fulminò Q con lo sguardo.
"Dicevo
Jean-Luc, eccomi qua! Non mi stavi aspettando?"
domandò Q, sorpreso di vedere Picard tanto spaventato per
il suo arrivo. Che aveva fatto di male, ancora?
Picard decise di ignorare l'arrivo di Q. Non aveva tempo per le
sue pagliacciate ora. Per un istante gli aveva fatto dimenticare
la squadriglia e la sua missione.
"Signor Data, che ne è stato della nostra squadriglia?"
Data esitò a rispondere. Non poteva credere a ciò
che i suoi occhi di androide gli stavano mostrando.
"Signor Data! Risponda Che ne è stato delle nostre navi?"
Domandò ancora Picard, intuendo che qualcosa non fosse andato
per il verso giusto. E l'arrivo inaspettato di Q non migliorava
di certo le cose.
"Sono scomparse signore e anche i vascelli Borg! Io non capisco
signore! Forse è un guasto dei sensori!"
Le parole di Data scossero la plancia, ma le sorprese non erano
finite. La voce allarmata del navigatore Thompson seguì quella
di Data: "Capitano! Non ci troviamo più
Noi non,
noi non siamo più dove eravamo prima! Tutto il convoglio!"
"Cosa intende tenente?" Picard non aveva compreso bene
le parole del suo navigatore.
Thompson, allargando le braccia, mostrò la consolle di navigazione,
quasi a tentare di giustificarsi, "signore, guardi, siamo come
stati sbalzati. Non so dove signore. Non ci sono stelle qui, nessuna
boa spaziale, nessun riferimento. Siamo nel vuoto più assoluto!"
Picard annuì. Aveva ben compreso che erano di nuovo nelle
mani di Q. Solo lui poteva essere la causa di tutto ciò.
"Q! Che cosa hai in mente questa volta?"
Q, sorridente e raggiante prese per mano il capitano.
"Ma come Jean-Luc? Hai già dimenticato? La Sfida!"
Picard strinse gli occhi, tirando via la mano, con uno scatto repentino.
Ma Q non sembrò aversene a male. Anzi allargò ulteriormente
il sorriso. Picard poggiò le mani alle tempie massaggiandosele
delicatamente e mormorò la prima parola che gli venne in
mente: " merde!".
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