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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 5
Quando Picard uscì dal suo ufficio privato, mancavano una manciata di minuti al fatidico momento in cui i cubi Borg, alle loro calcagna, avrebbero intercettato il gruppo di navi che erano andate loro incontro. Nonostante i tanti anni passati al comando, poteva percepire la tensione crescere dentro di lui fino a soffocarlo. Era frustrante essere li, relativamente al sicuro, mentre il suo primo ufficiale stava rischiando la vita. Sentiva intimamente ingiusta la situazione. William era molto più giovane di lui e avrebbe meritato di vivere più a lungo. O più onestamente si vergognava di non essere in prima linea, a combattere. Constatò che la cultura klingon, con cui aveva avuto a che fare molto spesso in passato, lo aveva influenzato molto più di quello che credeva.
Picard raggiunse il comandante Data, che stava operando alla consolle scientifica.
"Novità signor Data?"
L'androide, calmo e rilassato, si voltò verso di lui e notando la tensione sul volto del capitano si premurò di accertarsi della sua condizione:
"Si sente bene signore?"
Picard scosse la testa.
"E' tutto a posto, signor Data" si difese Picard sapendo di mentire
Ma ammettere di essere al limite del collasso, in plancia, davanti ai suoi ufficiali migliori, i quali, a loro volta, non riposavano da ore, non avrebbe aiutato il morale.
Data, seppur con esitazione, tornò ad occuparsi della sua consolle.
"Come può vedere, signore, le nostre navi sono a soli cinque minuti dai Borg" disse indicando il display animato in tempo reale.
"I sensori ci indicano che uno dei cinque cubi è gravemente danneggiato, mentre un secondo presenta danni piuttosto consistenti nella parte inferiore"
Picard analizzò i dati che, rapidamente, stavano scorrendo lungo lo schermo. Nonostante la situazione fosse migliore di quella preventivata, Riker avrebbe trovato pane per i suoi denti.

"Tempo di intercettamento, tre minuti e dodici secondi!"
Riker si grattò la folta barba con la mano sinistra e notò che non gli dava il solito piacere. - Brutto segno - pensò, ma forse era solo colpa della mano, che non era più la destra.
"Siamo sufficientemente vicini, per una analisi approfondita con i sensori a corto raggio" informò il comandante Vovelek
"Analisi!" esclamò Riker.
Il signor Vovelek azionò rapidamente i controlli dei sensori e con voce piatta comunicò alla plancia la situazione:
"due delle navi nemiche sono gravemente danneggiate, l'analisi combacia con quella dei sensori degli altri vascelli"
Riker non commentò. Il fatto che la situazione paresse meno negativa, non modificava il suo piano.
Il silenzio del suo superiore fu interpretato dal vulcaniano come una debolezza o, peggio ancora, una incresciosa mancanza di capacità di analisi, mancanza che lo autorizzava a tentare di sovrapporsi a Riker. Se ci fosse stato ancora il capitano Harris, al posto di quell'umano barbuto, Vovelek non si sarebbe mai permesso di prendere la parola per primo. Solitamente avrebbe atteso di essere interpellato. Ma vista la scarsa fiducia che provava verso il comandante Riker, egli si sentiva ancora al comando della USS Pioneer, almeno sul piano morale.
"Signore, consiglio di concentrare l'attacco sui vascelli più danneggiati. Potremmo rapidamente eliminarli. E abbiamo buone probabilità di distruggerne anche un terzo"
Gli ufficiali di plancia della Pioneer, nonostante la gravità del momento e la loro certezza di andare incontro alla morte, ebbero un moto di stupore, vedendo, per la prima volta in anni di servizio passati fianco a fianco, il vulcaniano, compiere un gesto tanto inconsueto quanto sfrontato. Qualcuno di loro osò persino voltare il capo, distogliendo l'attenzione dai propri compiti.
Riker non poté cogliere alcunché nella iniziativa presa dal suo secondo. Il rapporto esistente fra lui e il capitano Picard era ben diverso da quella che avevano costruito Harris e Vovelek. Per Riker era assolutamente normale proporre soluzioni o esprimere anche semplici opinioni, senza attendere di essere chiamato in causa e Picard aveva sempre gradito questo suo atteggiamento. Ma ogni nave, ogni plancia, faceva a sé, da sempre.
Per cui, quel piccolo momento di tensione, nella plancia della Pioneer, non influenzò il giudizio di Riker, il che confermava, in parte, una delle obiezioni sollevata da Vovelek: la scarsa conoscenza dell'equipaggio.
"La ringrazio del suggerimento, ma ho altro in mente. Comunichi al resto della flotta che ci limiteremo ad effettuare un passaggio radente come concordato. Voglio attirare la loro attenzione" rispose Riker, imperturbabile.
Vovelek inarcò un sopracciglio quale segno di stupore.
"Signore, ma così perderemo la possibilità di fare fuoco per primi e…" il vulcaniano non terminò la frase, bruscamente interrotto da Riker "Signor Vovelek! Ha sentito quello che le ho detto? O non è in grado di svolgere il suo compito?"
Il vulcaniano, lanciò un'occhiata carica di sfida al suo comandante. La sua logica stava venendo meno, mentre i suoi sentimenti stavano prendendo il sopravvento. La tensione del momento stava mettendo a dura prova la sua autodisciplina. Riker rispose allo sguardo con altrettanta fermezza e non lo abbassò finché non lo fece il suo secondo. Capiva cosa stava passando Vovelek. Anche lui a suo tempo aveva avuto difficoltà ad abituarsi ad un capitano, Jellico, molto diverso da Picard e quindi comprendeva a pieno la sua frustrazione, ma in quel momento non c'era il tempo per approfondire i rapporti e appianare le incomprensioni. Lo avrebbe fatto volentieri successivamente alla battaglia, sempre se ci sarebbe mai stato un dopo.
"Si, signore" cedette Vovelek "comunicazione inviata. Due minuti e quindici secondi all'intercettamento"
Riker cominciò a tenere il conto del tempo che passava mentalmente. Un pugno di secondi alla verità.

Picard camminava nervosamente per la plancia dell'Enterprise, sotto gli occhi del suo equipaggio. Deanna stava ancora seduta alla sua poltrona. Aveva cessato di piangere e pareva concentrata, come se avesse avuto la mente tesa verso l'esterno. Probabilmente stava cercando di spingere oltre il loro limite i suoi poteri empatici, nell'intento di percepire quanto stava per accadere a parecchi parsec di distanza. Il navigatore Thompson, un umano dalla pelle scura, era intento a mantenere l'Enterprise sulla giusta rotta ed ad evitare pericolose collisioni con gli altri vascelli vicini. Sull'attenti, con un viso che non esprimeva alcuna emozione, il tenente Yan seguiva quanto stava per accadere sul suo display tattico, così come stava facendo il comandante Data, alla consolle scientifica.
"Data, quanto manca?" domandò Picard per spezzare il silenzio che regnava in plancia.
"Un minuto e trentotto secondi signore, a questo punto il comandante Riker dovrebbe portare la flotta su di una rotta di apparente collisione" rispose prontamente l'androide, l'unico che non si trovasse sotto pressione. Prudentemente, Data aveva disattivato il suo chip emozionale, in previsione di questi momenti in cui sarebbe stato più utile all'equipaggio, senza l'influenza negativa di sentimenti quali la paura e l'angoscia. Possibilità che, apertamente, il capitano Picard, in più di un'occasione aveva dichiarato di invidiargli.
"A questo punto dobbiamo sperare chi i Borg si comportino esattamente come ho previsto" commentò Picard, il quale si sentiva responsabile, visto che i presupposti della strategia studiata per lo scontro, erano frutto delle sue conoscenze sui Borg. A distanza di anni, egli poteva ancora percepire in sé, come il canto delle sirene, il richiamo della collettività Borg.
Data si strinse nelle spalle, a significare che non conosceva la risposta a tale domanda.

"Allarme rosso!" esclamò Riker, e le sirene cominciarono ad ululare, mentre i pannelli posti lungo il perimetro della plancia, cominciarono a lampeggiare, inondandola di luce rossastra intermittente.
"Un minuto e cinque secondi, signore!"
La voce di Vovelek emerse appena al di sopra delle sirene dell'allarme, ma Riker poté comunque udirla.
"Gli altri vascelli ci comunicano che sono pronti per effettuare la manovra, signore" aggiunse il vulcaniano, sempre più sconcertato per quanto stava avvenendo, Ma Vovelek non era a conoscenza del piano che era stato stabilito a priori, di concerto con gli altri capitani, non vi era stato il tempo di informarlo dei dettagli. Dai dati e dalle supposizioni che aveva avuto a malapena il tempo di raccogliere, pareva essere dettato da una illogica follia collettiva. E proprio per questo motivo si sentì autorizzato a muovere ancora una dura e critica osservazione a Riker:
"Signore, se mi permette, vorrei farle notare che un passaggio radente, a velocità curvatura è una manovra alquanto rischiosa! Se sbagliassimo anche di pochi metri, potremmo schiantarci contro uno dei cubi Borg. A questa velocità lei dovrebbe sapere che non si può manovrare una nave stellare come se fosse una navetta. Non comprendo il motivo per cui non li affrontiamo. Non è logico!"
Vovelek, sicuro delle sue parole e dei suoi pensieri, attese sereno la risposta del suo comandante, quell'umano, che non aveva mai visto fino ad oggi e che ora pretendeva di guidare la sua nave in una battaglia senza speranza.
Riker era troppo intento a rileggere, nella sua mente, le varie fasi della strategia per dare troppo ascolto alle parole del vulcaniano, che giudicava un ottimo ufficiale, ma troppo pieno di sé come tutti i vulcaniano d'altronde.
Vovelek interpretò il silenzio di William come un altro segno della sua debolezza e decise di sferrare l'attacco finale. Forse poteva ancora recuperare il comando della Pioneer ed impedire una disfatta totale.
"Signore! Se ci schiantiamo contro di loro li danneggeremo, ma potremmo anche non riuscire a farlo in maniera sufficiente per impedire che proseguano il loro inseguimento! E a quel punto non vi sarebbero più navi in grado di fermarli! Ritengo che affrontarli porterebbe ad un risultato migliore. Signore! Mi sta ascoltando?" il vulcaniano alzò il tono della sua voce, affinché tutti membri dell'equipaggio della Pioneer potessero udirlo. Voleva che fosse chiaro ed evidente a tutti quanto fosse inefficiente il piano suicida di Riker.
Solo a quel punto Riker comprese che Vovelek stava cercando di mettere in discussione il suo comando. Non poteva permetterlo, non a cinquantaquattro secondi dall'intercettamento. Usando il tono più severo che gli riuscì di tirare fuori:
"Signor Vovelek, per sua informazione non è mia intenzione lanciare la Pioneer in un attacco suicida! Quello che voglio ottenere è di attirare l'attenzione delle navi Borg e di obbligarle ad inseguirci, in direzione opposta al convoglio! E lo faremo a velocità curvatura proprio per evitare che abbiano il tempo di fare fuoco su di noi!"
Il secondo non pareva convinto dalle parole di Riker e Will se ne rese conto. Ma proprio in quel momento doveva avere a che fare con un vulcaniano testardo e malfidente? Si domandò Riker che decise allora di far valere il suo grado per porre fine alla querelle:
"e ora per favore la pianti di mettere in discussione ogni mio ordine! Capirà quando sarà il momento! Si fidi signor Vovelek, si fidi!" aggiunse Riker, cercando di trasmettere quanta più fiducia possibile in quell'ufficiale molto più anziano di lui, che probabilmente si stava domandando in che mani fosse stata affidata la sua nave. Vovelek si limitò a continuare a fissarlo, con quei suoi occhi addestrati all'inespressività.
"Mi creda, non desidero morire più di quanto non lo desideri ognuno di voi" aggiunse Riker rivolgendosi a tutti i presenti in plancia. Riker non sapeva se aveva ottenuto il risultato voluto o meno, ma decise di ignorare ogni problema che non riguardasse strettamente i Borg, quindi il signor Vovelek poteva andare al diavolo.
Venticinque secondi.
"Signor Vovelek, comunichi alla flotta di passare a curvatura uno"
Il vulcaniano eseguì senza opporre resistenza. Aveva compreso? Si domandò Riker.
"Curvatura uno, signore" comunicò il navigatore
"Ottimo ed ora o la va o la spacca, signori!" fu il colorito commento ed augurio di William, mentre si stringeva, con la mano superstite, al bracciolo della sua poltrona.

"Venti secondi al contatto… Diciannove… Diciotto… Diciassette…" comunicò Data con voce piatta.
Picard chiuse per un istante gli occhi. Poté percepire la collettività Borg dentro di sé. I Borg avevano notato il convoglio e stavano valutando se costituisse per loro un pericolo.
Riaprì gli occhi per incontrare quelli di Deanna.
"Consigliere?"
Deanna esitò a rispondere. Stava cercando di fare ordine nella sua mente. Di separare i suoi sentimenti personali da quelli che stava percependo.
"Percepisco una grande tensione, terrore, ma anche furore ed entusiasmo" rispose lei, con la voce rotta per le forte emozione.
Picard annuì. Sicuramente l'entusiasmo proveniva dalle menti dei klingon.
Smise di camminare ed andò a sedersi alla sua poltrona in attesa che si compisse il fato.
"Dodici secondi… Undici… Dieci... Nove…" la voce di Data era l'unica che si potesse udire in plancia. Tutti attendevano che il conteggio arrivasse a zero, per conoscere il loro destino. Se la squadriglia avesse fallito, erano tutti ben consapevoli che li attendeva una morte quasi certa. Picard non avrebbe mai accettato di fuggire con le poche navi in grado di raggiungere curvatura nove.
"Sei… Cinque… Quattro… Tre…"
"Jean-Luc!"
La voce inconfondibile di Q rimbombò in plancia, facendo sobbalzare sulla poltrona tutti gli ufficiali. Con la sua uniforme da ammiraglio, era apparso all'improvviso seduto alla destra di Picard, là dove solitamente prendeva posto William.
Picard dovette fare appello a tutto il suo self-control per non saltare fino al soffitto e stringendo con forza i braccioli della sua poltrona, fulminò Q con lo sguardo.
"Dicevo… Jean-Luc, eccomi qua! Non mi stavi aspettando?" domandò Q, sorpreso di vedere Picard tanto spaventato per il suo arrivo. Che aveva fatto di male, ancora?
Picard decise di ignorare l'arrivo di Q. Non aveva tempo per le sue pagliacciate ora. Per un istante gli aveva fatto dimenticare la squadriglia e la sua missione.
"Signor Data, che ne è stato della nostra squadriglia?"
Data esitò a rispondere. Non poteva credere a ciò che i suoi occhi di androide gli stavano mostrando.
"Signor Data! Risponda Che ne è stato delle nostre navi?"
Domandò ancora Picard, intuendo che qualcosa non fosse andato per il verso giusto. E l'arrivo inaspettato di Q non migliorava di certo le cose.
"Sono scomparse signore e anche i vascelli Borg! Io non capisco signore! Forse è un guasto dei sensori!"
Le parole di Data scossero la plancia, ma le sorprese non erano finite. La voce allarmata del navigatore Thompson seguì quella di Data: "Capitano! Non ci troviamo più… Noi non, noi non siamo più dove eravamo prima! Tutto il convoglio!"
"Cosa intende tenente?" Picard non aveva compreso bene le parole del suo navigatore.
Thompson, allargando le braccia, mostrò la consolle di navigazione, quasi a tentare di giustificarsi, "signore, guardi, siamo come stati sbalzati. Non so dove signore. Non ci sono stelle qui, nessuna boa spaziale, nessun riferimento. Siamo nel vuoto più assoluto!"
Picard annuì. Aveva ben compreso che erano di nuovo nelle mani di Q. Solo lui poteva essere la causa di tutto ciò.
"Q! Che cosa hai in mente questa volta?"
Q, sorridente e raggiante prese per mano il capitano.
"Ma come Jean-Luc? Hai già dimenticato? La Sfida!"
Picard strinse gli occhi, tirando via la mano, con uno scatto repentino. Ma Q non sembrò aversene a male. Anzi allargò ulteriormente il sorriso. Picard poggiò le mani alle tempie massaggiandosele delicatamente e mormorò la prima parola che gli venne in mente: " merde!".


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