Strinse
con forza la pelle sintetica del bracciolo della sua poltrona, tanto
che i suoi polpastrelli gli dolsero, premuti con tale forza da percepire
il rilievo dei bulloni fissati sull'anima metallica che formavano
la struttura della poltrona. Istintivamente anche il suo avambraccio
destro si contrasse, ma i suoi nervi recisi, non avevano più
nessuna mano cui trasmettere gli impulsi nervosi.
William aveva socchiuso gli occhi, senza però distogliere la
sua attenzione dallo schermo principale della plancia della Pioneer.
I sui timpani ancora vibravano per effetto del suono della voce del
primo ufficiale Vovelek, mentre annunciava che il conto alla rovescia
era arrivato al termine, quando la squadriglia di attacco, a velocità
di curvatura, incrociò i cinque cubi Borg ancora all'inseguimento
del convoglio di profughi guidati dall'Enterprise. Fu un istante brevissimo,
che a Riker parve lungo a sufficienza per domandarsi se fosse arrivata
la sua ora. In caso di impatto contro una delle navi Borg, non ci
sarebbe stata nessuna speranza di salvezza. L'esplosione sarebbe stata
così violenta che ogni suo atomo sarebbe stato sparpagliato
per tutta la galassia e sorprese sé stesso avvertendo che la
cosa non gli dava un grande dispiacere. Dopo la perdita del braccio
ma soprattutto, dopo l'umiliazione subita, la consueta sicurezza di
William era venuta meno.
Ma così non fu.
La USS Pioneer e la maggior parte dei vascelli che costituivano la
squadriglia attraversò indenne la formazione nemica. Pochi
istanti dopo erano già a milioni di chilometri, in direzione
opposta. Ma la sorte non fu benevola con tutti. Due vascelli klingon,
di piccole dimensioni, due sparvieri da ricognizione di classe B'rel,
forse per non avere ben calcolato la rotta, andarono a schiantarsi
contro uno dei vascelli Borg.
La sovrapposizione fra le bolle di curvatura dei cubi Borg e quella
della Pioneer, mandarono in sovraccarico gli scudi e per alcuni istanti
il sistema dei sensori esterni andò in tilt. Lo schermo principale
si oscurò, nascondendo la vista di quanto stava accadendo ai
presenti in plancia. La cosa mise in agitazione Riker, che non voleva
perdere, nemmeno per un momento, il controllo della situazione. Voltò
rapidamente il capo verso Vovelek, affinché ripristinasse i
sensori, ma questi tornarono online prima che potesse aprire bocca.
Tornò immediatamente a rivolgersi verso lo schermo principale,
ma fece a tempo ad incrociare lo sguardo del suo primo ufficiale.
Da buon vulcaniano nulla traspariva sul suo stato d'animo.
Il visore principale tornò ad illuminarsi, rischiarando la
plancia ed i visi degli ufficiali, mostrando uno dei cinque cubi in
fiamme alla deriva, gravemente danneggiato dall'impatto con i vascelli
martiri klingon. Riker, che ben conosceva la cultura klingon, era
quasi certo che l'impatto non fosse stato un errore di rotta, ma un
atto deliberato. Ed il loro sacrificio non si era dimostrato inutile.
Il cubo danneggiato lasciò la formazione per andare ad esplodere,
solitario, scomparendo in una nube di fuoco e gas incandescenti. Erano
morti con onore, lo Sto-Vo-Kor li avrebbe accolti fra le schiere dei
guerrieri morti in battaglia, con onore, molto onore.
- Uno di meno! - esultò dentro di sé William, conscio
che comunque, i restanti quattro cubi, costituivano una forza ancora
inarrestabile.
Era tempo di tornare alla realtà. Era tempo di scuotersi e
di agire, per non restare ipnotizzati da quel primo successo.
"Rapporto danni!"
"Danni al sistema primario dei sensori esterni, il sistema ausiliario
sta compensando, leggere fluttuazioni nella rete di distribuzione
dell'energia. Rapporto da tutti i ponti: nessuna vittima, nessun ferito."
Ancora una volta il primo ufficiale della Pioneer fu rapido e preciso
e il tono della sua voce non tradiva alcuna emozione.
"Rotta delle navi Borg?"
Tutti gli uomini presenti in plancia attesero frementi la risposta.
Se le navi nemiche avessero continuato la loro rotta ciò significava
che la loro missione era stata un fallimento completo. Anche Riker
trattenne il respiro e anche Vovelek, di solito pronto, esitò
a dare la risposta, prolungando l'agonia.
"Signor Vovelek?"
"Ho difficoltà di lettura con i sensori ausiliari. Sto
ricalibrando" si giustificò il vulcaniano, senza togliere
gli occhi dalla consolle tattica su cui stava cercando di trovare
una soluzione.
Riker spazientito decise che sarebbe ricorso ai sensori altrui.
"Signor Brett, contatti la Gagarin! Chieda loro dove diavolo
stanno puntando ora i Borg!"
Il giovane guardiamarina Brett Palmer si mise in contatto con l'incrociatore
pesante USS Gagarin, di classe Norway, una delle molte navi della
Federazione componenti la squadriglia d'intercettamento.
L'immagine dei quattro cubi Borg, ormai fissa sullo schermo per la
mancanza di dati dall'apparato dei sensori esterni, fu sostituita
dal volto del Capitano Hulan, un Tellarita di mezz'età.
"Sono il Capitano Hulan della Gagarin," esordì "Comandante
Riker! Le faccio i mie complimenti, la manovra ha funzionato"
"Capitano Hulan vuol forse dire che i Borg ci stanno seguendo?"
Hulan rimase sorpreso di fronte alla domanda e un poco interdetto
riprese a parlare
"Comandante
"
Riker comprese il motivo dell'incertezza del tellarita e tagliò
corto fornendo una spiegazione rapida ed esauriente:
"Abbiamo i sensori esterni fuori uso"
Hulan annuì più volte, rimproverandosi di non aver compreso
prima.
"Oh! Si capisco comandante, le stiamo inviando ora i dati dei
nostri sensori. Preparatevi ad interfacciarvi"
Brett si voltò verso Riker
"Stiamo ricevendo signore!"
Riker fece cenno al guardiamarina che aveva sentito e riprese la conversazione
con Hulan
"A che distanza sono ora i Borg?"
"Hanno accelerato a curvatura otto. Ci saranno addosso fra tre
minuti, dobbiamo accelerare a nostra volta, come programmato. Tutte
le navi del convoglio sono pronte, stavamo giusto aspettando la vostra
conferma"
"Bene capitano, prepari la sua nave ad accelerare a curvatura
otto punto cinque, finché potremo li terremo a distanza. Riker
chiudo"
Il volto del tellarita scomparve dallo schermo e i cubi borg tornarono
minacciosi ad incombere sulla plancia, questa volta lanciati verso
la posizione della Pioneer grazie ai dati forniti dalla Gagarin.
Riker fece un sospiro. Tutto era andato come previsto. Adesso cominciava
il difficile.
I Borg avevano ritenuto una minaccia maggiore la squadriglia composta
dalle navi superstiti più efficienti, lanciata verso le loro
retrovie, rispetto al malandato e lento convoglio dei profughi, diretto
verso il Quadrante Gamma. Ora era solo questione di tenerli a bada
il più a lungo possibile, in maniera da permettere all'Enterprise
di Picard di guidare i profughi verso il tunnel spaziale bajoriano,
verso un nuovo futuro.
"Signor Brett, prepararsi per curvatura otto punto cinque"
ordinò Riker e poi rivolgendosi al comandate Vovelek:
"Comandante, contatti le altre navi, pronti a passare a curvatura
otto punto cinque a mio ordine"
Il vulcaniano obbedì senza opporre resistenza. E a Riker la
cosa sembrò insolita, quasi gli mancassero le obiezioni di
Vovelek.
"Signore, consiglierei di effettuare il salto in due fasi. Una
prima fino a curvatura cinque e la successiva fino alla velocità
stabilita, onde evitare di mettere eccessivamente sotto sforzo i nostri
motori"
Riker scosse leggermente il capo divertito - ho parlato troppo presto!
- pensò, prima di acconsentire a quanto aveva proposto il primo
ufficiale.
"Rotta inserita e tracciata" confermò il navigatore.
Riker si sistemò l'uniforme e cercò una posizione più
comoda sulla poltrona e poi alzando la mano superstite, con l'indice
puntato al cielo fece per dare l'ordine di attivazione ma per un brevissimo
istante a Will parve che il tempo sulla plancia della Pioneer si fosse
come magicamente arrestato e si sentì libero di librare nell'aria,
come se il sistema per il mantenimento della gravità artificiale
fosse stato disattivato. Ogni cosa intorno a lui pareva essersi fermata
e come un fantasma, fluttuava fra i compagni della plancia, osservando
i loro visi, le cui espressioni immobili ne fotografavano un preciso
istante della loro esistenza. Ognuno di loro era ben conscio che quella
sarebbe stata la loro ultima missione, l'ultima avventura, qualunque
esito avesse mai avuto. Sia che fosse stata un grande successo, sia
una disastrosa disfatta. E sarebbero morti senza poter nemmeno conoscere
con certezza tale esito. Will sentì un nodo alla gola e gli
occhi gli si inumidirono. Era commosso da tanto coraggio, scaturire
da esseri tanto fragili ed indifesi. Quale meravigliosa creazione
la vita senziente, in una qualunque delle sue molteplici forme: gli
umani, i klingon, i vulcaniani, i romulani e tutte le razze conosciute
della galassia, dalla più affine a quella abitante pianeti
dalla venefica atmosfera di metano. Ognuna con le sue infinite sfaccettature
e diversità, spesso incompatibilità, sfociate altrettanto
spesso in conflitti sanguinosi. Ma altre volte aveva trovato armonia,
bellezza e stupore sapientemente amalgamati dal tempo e dal destino
ma soprattutto dall'impegno quotidiano di miliardi di vite distribuite
nel tempo, tese verso l'avanzante futuro, spinte dall'istintiva voglia
di vivere, di crescere, di esistere anche solo e semplicemente.
Tutto questo, questa specie di visione dell'universo, aveva trovato
un suo spazio, una sua dimensione, nell'immaginario di William. Dopo
tanti anni di esplorazione a bordo dell'Enterprise D. Ora, la sua
visione, sarebbe stata cancellata, azzerata, uniformata dai Borg.
Il tempo tornò a scorrere e il braccio di William si abbassò
repentinamente e l'ordine di passare a curvatura cinque fu dato. Senza
che potesse rendersene conto egli era nuovamente seduto alla poltrona
di comando e non udì sé stesso pronunciare la parola
attivazione. In compenso una lacrima solitaria rigava la sua guancia.
Picard
si alzò in piedi, stirandosi l'uniforme come suo solito, tirando
verso il basso, con un colpo secco, l'orlo inferiore.
Da quanto erano li? Un'ora? Due? Era impossibile stabilirlo. Q aveva
sottratto loro ogni dispositivo elettronico, a partire dal comunicatore.
"Capitano, è inutile che si agiti. Q ci ha detto che sarebbe
venuto a prenderci, quando fosse stato il momento."
La voce dolce e rassicurante del consigliere Troi, convinse Picard
a tornare a sedersi sulla fredda lastra di marmo bianco, che costeggiava
un muro a secco che si estendeva apparentemente all'infinito, a delimitare
una landa desolata che somigliava molto al paesaggio desertico di
Veridiano III, pianeta su cui aveva seppellito, sotto un cumulo di
pietre il corpo del capitano J.T. Kirk. Una strada, ricoperta di uno
spesso strato di asfalto nero, costeggiava il muro ed anch'essa pareva
perdersi all'orizzonte in entrambe i sensi di marcia. Una linea gialla
discontinua, ne segnava la mezzeria. Il significato di tale pittografia
era sconosciuto a Picard.
"Certo che fa un gran caldo qui però" si lamentò
la dottoressa Crusher, asciugandosi il collo e la fronte con un fazzoletto
bianco. Ripiegò il fazzoletto e se lo mise in testa per ripararsi
dai cocenti raggi del sole mentre Deanna le rivolse un sorriso consolatorio.
"Poteva almeno farci attendere in un luogo più confortevole!
Poteva almeno lasciarci dell'acqua o delle provviste! Potremmo restare
ad aspettarlo qui per giorni!" imprecò Picard, incapace
di stare fermo, tanto che tornò a rialzarsi e portando la mano
alla fronte per ripararsi dalla luce, cercò di scorgere a che
punto fossero arrivati Worf e Data, partiti da ormai un bel pezzo,
per un giro di perlustrazione. Nonostante fossero in cammino da parecchio,
a Picard parevano sempre sostanzialmente fermi allo stesso punto.
Miraggi del Q-Continuum?
Era la prima volta che Q lo portava in quella che si sarebbe potuta
definire come la dimora dei Q, il famigerato Q-Continuum. Q aveva
spiegato loro che in realtà quella che potevano vedere era
una rappresentazione, creata ad arte per venire incontro alle loro
limitate capacità, ma che, utilizzando una simbologia comune
alle culture umanoidi, avrebbe dato loro, un'idea, seppur incompleta,
di che luogo fosse il Q-Continuum.
Onestamente, Picard, era rimasto un po' deluso. Si sarebbe atteso
qualcosa di più sfarzoso ed adeguato all'onnipotente razza
dei Q. Ma tutto sommato proprio Q, gli aveva insegnato a non soffermarsi
sulle apparenze e a guardare l'universo da un punto di vista differente
da quello che la sua limitata natura umana lo costringeva e era sicuro
che dietro a quella desolazione si nascondesse un significato recondito
che al momento gli sfuggiva. Solo che il caldo era davvero opprimente,
e tutte le sue brillanti analisi si perdevano nella sua gola secca
e nel desiderio, sempre più impellente di bere qualcosa, qualsiasi
cosa.
"Niente da fare capitano. La porta è chiusa e non credo
ci sia modo di aprirla. Non senza gli strumenti adatti."
"Non fa nulla Geordi, lasci perdere e si cerchi un po' d'ombra.
Immagino che stia soffrendo il caldo come tutti noi d'altronde"
Il capo ingegnere, dagli occhi bionici, allargò le braccia
a dichiarare la proprio impotenza e passò oltre Picard, ricevendo
una pacca sulla spalla. Un gesto che lo rinfrancò; sapeva di
avere ancora la fiducia del suo capitano, anche se non era riuscito
ad aprire quella dannata porta.
Picard si mise a fissare la porta. Si ergeva nel mezzo del deserto,
a non più di una decina di metri dal ciglio della strada. Apparentemente
non apriva nessun passaggio, era solo una porta di metallo sorretta
da due pilastri di pietra, come se un costruttore decidesse di iniziare
la costruzione di una casa dalla porta, senza poi terminare mai l'opera.
Infatti gli si poteva girare attorno, ma da entrambi i lati si presentava
liscia, priva di qualunque appiglio. Eppure Picard aveva visto scomparire
Q, proprio dietro a quella porta, dopo averli rassicurati che sarebbe
tornato subito a riprenderli. Si era giustificato, adducendo una scusa
banale: doveva rassettare!
-Non avete nessuno per le pulizie nel Q-Continuum? - aveva domandato
Picard con tono ironico, sconcertato dal pensiero che Q avesse bisogno
di tempo per dare una sistemata al Q-Continuum. Q aveva storto il
labbro, ed era stato sul punto di replicare, ma aveva troppa fretta
e lasciò correre scomparendo dietro alla porta di metallo.
Per l'ennesima volta, Picard tornò ad avvicinarsi al portale.
Voleva esaminarlo una volta ancora, sperando di riuscire a cogliere
qualche dettaglio essenziale, magari sfuggito prima.
Si fermò dapprima a guardarlo da quello che pareva il lato
anteriore e poi, lentamente gli girò intorno, andando a riparasi
alla sua ombra. Il lato posteriore era apparentemente identico all'altro
se non fosse stato per un piccolo simbolo, una spirale a tre curve
che stava nel centro della piastra metallica.
Picard tornò a cercare Data e Worf. Erano ancora, apparentemente
nello stesso punto di prima, eppure poteva vedere bene che i due stavano
camminando.
Improvvisamente, alle sue spalle udì il cigolio dei cardini
della porta e un raggio di luce scottante lo raggiunse alla nuca.
La porta si era finalmente aperta. Quando si voltò essa era
già stata richiusa per cui si portò rapidamente dalla
parte opposta .
"Ah! Jean-Luc! Sei Qui ! Dove ti eri cacciato?"
"Stavo per chiederti la stessa cosa Q!"
"Su! Abbiamo già perso troppo tempo! Ma dove sono il tuo
stupido ufficiale klingon e quell'imperfetto androide?"
"Abbiamo?" ironizzò Picard, continuando "comunque
Worf e Data sono impegnati in un giro di perlustrazione. Giusto per
ingannare l'attesa, visto che eri sparito".
"Perlustrazione? Oh! Jean-Luc non vi riesce mai di smettere di
comportarvi da ufficiali della Federazione, nemmeno per un minuto!"
Con uno schiocco delle dita, Q riportò i due ufficiali accanto
a Picard. Data e Worf, attoniti guardarono prima Q e poi il loro capitano.
"E' tutto sotto controllo signori" li tranquillizzò
Picard e poi, rivolgendosi agli altri, " è ora di andare.
Deanna, Geordi, Beverly, l'attesa è terminata"
Q spinse la porta metallica, che apparentemente sembrava aprirsi sul
deserto.
"Su! Venite!" incitò Q, attraversando per primo la
soglia e scomparendo nel nulla.
Picard si rivolse ai suoi ufficiali e cercando di apparire sicuro
di sé disse:
"Andiamo!"
E scomparve anche lui nel nulla.
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