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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 6
Strinse con forza la pelle sintetica del bracciolo della sua poltrona, tanto che i suoi polpastrelli gli dolsero, premuti con tale forza da percepire il rilievo dei bulloni fissati sull'anima metallica che formavano la struttura della poltrona. Istintivamente anche il suo avambraccio destro si contrasse, ma i suoi nervi recisi, non avevano più nessuna mano cui trasmettere gli impulsi nervosi.
William aveva socchiuso gli occhi, senza però distogliere la sua attenzione dallo schermo principale della plancia della Pioneer. I sui timpani ancora vibravano per effetto del suono della voce del primo ufficiale Vovelek, mentre annunciava che il conto alla rovescia era arrivato al termine, quando la squadriglia di attacco, a velocità di curvatura, incrociò i cinque cubi Borg ancora all'inseguimento del convoglio di profughi guidati dall'Enterprise. Fu un istante brevissimo, che a Riker parve lungo a sufficienza per domandarsi se fosse arrivata la sua ora. In caso di impatto contro una delle navi Borg, non ci sarebbe stata nessuna speranza di salvezza. L'esplosione sarebbe stata così violenta che ogni suo atomo sarebbe stato sparpagliato per tutta la galassia e sorprese sé stesso avvertendo che la cosa non gli dava un grande dispiacere. Dopo la perdita del braccio ma soprattutto, dopo l'umiliazione subita, la consueta sicurezza di William era venuta meno.
Ma così non fu.
La USS Pioneer e la maggior parte dei vascelli che costituivano la squadriglia attraversò indenne la formazione nemica. Pochi istanti dopo erano già a milioni di chilometri, in direzione opposta. Ma la sorte non fu benevola con tutti. Due vascelli klingon, di piccole dimensioni, due sparvieri da ricognizione di classe B'rel, forse per non avere ben calcolato la rotta, andarono a schiantarsi contro uno dei vascelli Borg.
La sovrapposizione fra le bolle di curvatura dei cubi Borg e quella della Pioneer, mandarono in sovraccarico gli scudi e per alcuni istanti il sistema dei sensori esterni andò in tilt. Lo schermo principale si oscurò, nascondendo la vista di quanto stava accadendo ai presenti in plancia. La cosa mise in agitazione Riker, che non voleva perdere, nemmeno per un momento, il controllo della situazione. Voltò rapidamente il capo verso Vovelek, affinché ripristinasse i sensori, ma questi tornarono online prima che potesse aprire bocca. Tornò immediatamente a rivolgersi verso lo schermo principale, ma fece a tempo ad incrociare lo sguardo del suo primo ufficiale. Da buon vulcaniano nulla traspariva sul suo stato d'animo.
Il visore principale tornò ad illuminarsi, rischiarando la plancia ed i visi degli ufficiali, mostrando uno dei cinque cubi in fiamme alla deriva, gravemente danneggiato dall'impatto con i vascelli martiri klingon. Riker, che ben conosceva la cultura klingon, era quasi certo che l'impatto non fosse stato un errore di rotta, ma un atto deliberato. Ed il loro sacrificio non si era dimostrato inutile. Il cubo danneggiato lasciò la formazione per andare ad esplodere, solitario, scomparendo in una nube di fuoco e gas incandescenti. Erano morti con onore, lo Sto-Vo-Kor li avrebbe accolti fra le schiere dei guerrieri morti in battaglia, con onore, molto onore.
- Uno di meno! - esultò dentro di sé William, conscio che comunque, i restanti quattro cubi, costituivano una forza ancora inarrestabile.
Era tempo di tornare alla realtà. Era tempo di scuotersi e di agire, per non restare ipnotizzati da quel primo successo.
"Rapporto danni!"
"Danni al sistema primario dei sensori esterni, il sistema ausiliario sta compensando, leggere fluttuazioni nella rete di distribuzione dell'energia. Rapporto da tutti i ponti: nessuna vittima, nessun ferito."
Ancora una volta il primo ufficiale della Pioneer fu rapido e preciso e il tono della sua voce non tradiva alcuna emozione.
"Rotta delle navi Borg?"
Tutti gli uomini presenti in plancia attesero frementi la risposta. Se le navi nemiche avessero continuato la loro rotta ciò significava che la loro missione era stata un fallimento completo. Anche Riker trattenne il respiro e anche Vovelek, di solito pronto, esitò a dare la risposta, prolungando l'agonia.
"Signor Vovelek?"
"Ho difficoltà di lettura con i sensori ausiliari. Sto ricalibrando" si giustificò il vulcaniano, senza togliere gli occhi dalla consolle tattica su cui stava cercando di trovare una soluzione.
Riker spazientito decise che sarebbe ricorso ai sensori altrui.
"Signor Brett, contatti la Gagarin! Chieda loro dove diavolo stanno puntando ora i Borg!"
Il giovane guardiamarina Brett Palmer si mise in contatto con l'incrociatore pesante USS Gagarin, di classe Norway, una delle molte navi della Federazione componenti la squadriglia d'intercettamento.
L'immagine dei quattro cubi Borg, ormai fissa sullo schermo per la mancanza di dati dall'apparato dei sensori esterni, fu sostituita dal volto del Capitano Hulan, un Tellarita di mezz'età.
"Sono il Capitano Hulan della Gagarin," esordì "Comandante Riker! Le faccio i mie complimenti, la manovra ha funzionato"
"Capitano Hulan vuol forse dire che i Borg ci stanno seguendo?"
Hulan rimase sorpreso di fronte alla domanda e un poco interdetto riprese a parlare
"Comandante…"
Riker comprese il motivo dell'incertezza del tellarita e tagliò corto fornendo una spiegazione rapida ed esauriente:
"Abbiamo i sensori esterni fuori uso"
Hulan annuì più volte, rimproverandosi di non aver compreso prima.
"Oh! Si capisco comandante, le stiamo inviando ora i dati dei nostri sensori. Preparatevi ad interfacciarvi"
Brett si voltò verso Riker
"Stiamo ricevendo signore!"
Riker fece cenno al guardiamarina che aveva sentito e riprese la conversazione con Hulan
"A che distanza sono ora i Borg?"
"Hanno accelerato a curvatura otto. Ci saranno addosso fra tre minuti, dobbiamo accelerare a nostra volta, come programmato. Tutte le navi del convoglio sono pronte, stavamo giusto aspettando la vostra conferma"
"Bene capitano, prepari la sua nave ad accelerare a curvatura otto punto cinque, finché potremo li terremo a distanza. Riker chiudo"
Il volto del tellarita scomparve dallo schermo e i cubi borg tornarono minacciosi ad incombere sulla plancia, questa volta lanciati verso la posizione della Pioneer grazie ai dati forniti dalla Gagarin.
Riker fece un sospiro. Tutto era andato come previsto. Adesso cominciava il difficile.
I Borg avevano ritenuto una minaccia maggiore la squadriglia composta dalle navi superstiti più efficienti, lanciata verso le loro retrovie, rispetto al malandato e lento convoglio dei profughi, diretto verso il Quadrante Gamma. Ora era solo questione di tenerli a bada il più a lungo possibile, in maniera da permettere all'Enterprise di Picard di guidare i profughi verso il tunnel spaziale bajoriano, verso un nuovo futuro.
"Signor Brett, prepararsi per curvatura otto punto cinque" ordinò Riker e poi rivolgendosi al comandate Vovelek:
"Comandante, contatti le altre navi, pronti a passare a curvatura otto punto cinque a mio ordine"
Il vulcaniano obbedì senza opporre resistenza. E a Riker la cosa sembrò insolita, quasi gli mancassero le obiezioni di Vovelek.
"Signore, consiglierei di effettuare il salto in due fasi. Una prima fino a curvatura cinque e la successiva fino alla velocità stabilita, onde evitare di mettere eccessivamente sotto sforzo i nostri motori"
Riker scosse leggermente il capo divertito - ho parlato troppo presto! - pensò, prima di acconsentire a quanto aveva proposto il primo ufficiale.
"Rotta inserita e tracciata" confermò il navigatore.
Riker si sistemò l'uniforme e cercò una posizione più comoda sulla poltrona e poi alzando la mano superstite, con l'indice puntato al cielo fece per dare l'ordine di attivazione ma per un brevissimo istante a Will parve che il tempo sulla plancia della Pioneer si fosse come magicamente arrestato e si sentì libero di librare nell'aria, come se il sistema per il mantenimento della gravità artificiale fosse stato disattivato. Ogni cosa intorno a lui pareva essersi fermata e come un fantasma, fluttuava fra i compagni della plancia, osservando i loro visi, le cui espressioni immobili ne fotografavano un preciso istante della loro esistenza. Ognuno di loro era ben conscio che quella sarebbe stata la loro ultima missione, l'ultima avventura, qualunque esito avesse mai avuto. Sia che fosse stata un grande successo, sia una disastrosa disfatta. E sarebbero morti senza poter nemmeno conoscere con certezza tale esito. Will sentì un nodo alla gola e gli occhi gli si inumidirono. Era commosso da tanto coraggio, scaturire da esseri tanto fragili ed indifesi. Quale meravigliosa creazione la vita senziente, in una qualunque delle sue molteplici forme: gli umani, i klingon, i vulcaniani, i romulani e tutte le razze conosciute della galassia, dalla più affine a quella abitante pianeti dalla venefica atmosfera di metano. Ognuna con le sue infinite sfaccettature e diversità, spesso incompatibilità, sfociate altrettanto spesso in conflitti sanguinosi. Ma altre volte aveva trovato armonia, bellezza e stupore sapientemente amalgamati dal tempo e dal destino ma soprattutto dall'impegno quotidiano di miliardi di vite distribuite nel tempo, tese verso l'avanzante futuro, spinte dall'istintiva voglia di vivere, di crescere, di esistere anche solo e semplicemente.
Tutto questo, questa specie di visione dell'universo, aveva trovato un suo spazio, una sua dimensione, nell'immaginario di William. Dopo tanti anni di esplorazione a bordo dell'Enterprise D. Ora, la sua visione, sarebbe stata cancellata, azzerata, uniformata dai Borg.
Il tempo tornò a scorrere e il braccio di William si abbassò repentinamente e l'ordine di passare a curvatura cinque fu dato. Senza che potesse rendersene conto egli era nuovamente seduto alla poltrona di comando e non udì sé stesso pronunciare la parola attivazione. In compenso una lacrima solitaria rigava la sua guancia.
Picard si alzò in piedi, stirandosi l'uniforme come suo solito, tirando verso il basso, con un colpo secco, l'orlo inferiore.

Da quanto erano li? Un'ora? Due? Era impossibile stabilirlo. Q aveva sottratto loro ogni dispositivo elettronico, a partire dal comunicatore.
"Capitano, è inutile che si agiti. Q ci ha detto che sarebbe venuto a prenderci, quando fosse stato il momento."
La voce dolce e rassicurante del consigliere Troi, convinse Picard a tornare a sedersi sulla fredda lastra di marmo bianco, che costeggiava un muro a secco che si estendeva apparentemente all'infinito, a delimitare una landa desolata che somigliava molto al paesaggio desertico di Veridiano III, pianeta su cui aveva seppellito, sotto un cumulo di pietre il corpo del capitano J.T. Kirk. Una strada, ricoperta di uno spesso strato di asfalto nero, costeggiava il muro ed anch'essa pareva perdersi all'orizzonte in entrambe i sensi di marcia. Una linea gialla discontinua, ne segnava la mezzeria. Il significato di tale pittografia era sconosciuto a Picard.
"Certo che fa un gran caldo qui però" si lamentò la dottoressa Crusher, asciugandosi il collo e la fronte con un fazzoletto bianco. Ripiegò il fazzoletto e se lo mise in testa per ripararsi dai cocenti raggi del sole mentre Deanna le rivolse un sorriso consolatorio.
"Poteva almeno farci attendere in un luogo più confortevole! Poteva almeno lasciarci dell'acqua o delle provviste! Potremmo restare ad aspettarlo qui per giorni!" imprecò Picard, incapace di stare fermo, tanto che tornò a rialzarsi e portando la mano alla fronte per ripararsi dalla luce, cercò di scorgere a che punto fossero arrivati Worf e Data, partiti da ormai un bel pezzo, per un giro di perlustrazione. Nonostante fossero in cammino da parecchio, a Picard parevano sempre sostanzialmente fermi allo stesso punto. Miraggi del Q-Continuum?
Era la prima volta che Q lo portava in quella che si sarebbe potuta definire come la dimora dei Q, il famigerato Q-Continuum. Q aveva spiegato loro che in realtà quella che potevano vedere era una rappresentazione, creata ad arte per venire incontro alle loro limitate capacità, ma che, utilizzando una simbologia comune alle culture umanoidi, avrebbe dato loro, un'idea, seppur incompleta, di che luogo fosse il Q-Continuum.
Onestamente, Picard, era rimasto un po' deluso. Si sarebbe atteso qualcosa di più sfarzoso ed adeguato all'onnipotente razza dei Q. Ma tutto sommato proprio Q, gli aveva insegnato a non soffermarsi sulle apparenze e a guardare l'universo da un punto di vista differente da quello che la sua limitata natura umana lo costringeva e era sicuro che dietro a quella desolazione si nascondesse un significato recondito che al momento gli sfuggiva. Solo che il caldo era davvero opprimente, e tutte le sue brillanti analisi si perdevano nella sua gola secca e nel desiderio, sempre più impellente di bere qualcosa, qualsiasi cosa.
"Niente da fare capitano. La porta è chiusa e non credo ci sia modo di aprirla. Non senza gli strumenti adatti."
"Non fa nulla Geordi, lasci perdere e si cerchi un po' d'ombra. Immagino che stia soffrendo il caldo come tutti noi d'altronde"
Il capo ingegnere, dagli occhi bionici, allargò le braccia a dichiarare la proprio impotenza e passò oltre Picard, ricevendo una pacca sulla spalla. Un gesto che lo rinfrancò; sapeva di avere ancora la fiducia del suo capitano, anche se non era riuscito ad aprire quella dannata porta.
Picard si mise a fissare la porta. Si ergeva nel mezzo del deserto, a non più di una decina di metri dal ciglio della strada. Apparentemente non apriva nessun passaggio, era solo una porta di metallo sorretta da due pilastri di pietra, come se un costruttore decidesse di iniziare la costruzione di una casa dalla porta, senza poi terminare mai l'opera. Infatti gli si poteva girare attorno, ma da entrambi i lati si presentava liscia, priva di qualunque appiglio. Eppure Picard aveva visto scomparire Q, proprio dietro a quella porta, dopo averli rassicurati che sarebbe tornato subito a riprenderli. Si era giustificato, adducendo una scusa banale: doveva rassettare!
-Non avete nessuno per le pulizie nel Q-Continuum? - aveva domandato Picard con tono ironico, sconcertato dal pensiero che Q avesse bisogno di tempo per dare una sistemata al Q-Continuum. Q aveva storto il labbro, ed era stato sul punto di replicare, ma aveva troppa fretta e lasciò correre scomparendo dietro alla porta di metallo.
Per l'ennesima volta, Picard tornò ad avvicinarsi al portale. Voleva esaminarlo una volta ancora, sperando di riuscire a cogliere qualche dettaglio essenziale, magari sfuggito prima.
Si fermò dapprima a guardarlo da quello che pareva il lato anteriore e poi, lentamente gli girò intorno, andando a riparasi alla sua ombra. Il lato posteriore era apparentemente identico all'altro se non fosse stato per un piccolo simbolo, una spirale a tre curve che stava nel centro della piastra metallica.
Picard tornò a cercare Data e Worf. Erano ancora, apparentemente nello stesso punto di prima, eppure poteva vedere bene che i due stavano camminando.
Improvvisamente, alle sue spalle udì il cigolio dei cardini della porta e un raggio di luce scottante lo raggiunse alla nuca. La porta si era finalmente aperta. Quando si voltò essa era già stata richiusa per cui si portò rapidamente dalla parte opposta .
"Ah! Jean-Luc! Sei Qui ! Dove ti eri cacciato?"
"Stavo per chiederti la stessa cosa Q!"
"Su! Abbiamo già perso troppo tempo! Ma dove sono il tuo stupido ufficiale klingon e quell'imperfetto androide?"
"Abbiamo?" ironizzò Picard, continuando "comunque Worf e Data sono impegnati in un giro di perlustrazione. Giusto per ingannare l'attesa, visto che eri sparito".
"Perlustrazione? Oh! Jean-Luc non vi riesce mai di smettere di comportarvi da ufficiali della Federazione, nemmeno per un minuto!"
Con uno schiocco delle dita, Q riportò i due ufficiali accanto a Picard. Data e Worf, attoniti guardarono prima Q e poi il loro capitano.
"E' tutto sotto controllo signori" li tranquillizzò Picard e poi, rivolgendosi agli altri, " è ora di andare. Deanna, Geordi, Beverly, l'attesa è terminata"
Q spinse la porta metallica, che apparentemente sembrava aprirsi sul deserto.
"Su! Venite!" incitò Q, attraversando per primo la soglia e scomparendo nel nulla.
Picard si rivolse ai suoi ufficiali e cercando di apparire sicuro di sé disse:
"Andiamo!"
E scomparve anche lui nel nulla.

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