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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 8
Picard, impaziente, trovava difficile restare seduto sul freddo marmo bianco del piccolo anfiteatro che sarebbe stata l'aula di quello che si avviava ad essere un processo in piena regola. Aveva ben presto intuito di essere uno degli imputati e che la causa, se così si poteva chiamare, vedeva coinvolti anche i Borg. I consiglieri del Q-Continuum non erano ancora giunti, ma ormai Picard si era rassegnato a quelle lunghe attese, comprensibili per una razza non costretta a combattere contro la voracità del tempo, per la quale, un ora od un millennio erano praticamente sullo stesso piano. Picard si augurò che in quell'occasione rammentassero quanto per gli umani, il fattore tempo, fosse determinante. Per un istante si immaginò vecchio e decrepito ancora seduto su quei gradoni di marmo in un'attesa infinita. Scacciò rapidamente il pensiero e dedicò la sua attenzione nell'osservazione del manipolo di droni Borg che impassibili stavano seduti come lui dalla parte opposta dell'anfiteatro.
Erano in cinque seduti, più un sesto che però stava in piedi a braccia conserte e pareva avere una configurazione diversa dai compagni. I suoi impianti cibernetici erano color argento ed oro e parevano essere stati lucidati con un qualche prodotto di pulizia particolarmente efficace, visto che risplendevano quasi di luce propria mentre ciò che era rimasto di organico non presentava il solito colorito ceruleo che faceva somigliare i Borg a dei cadaveri viventi, era invece di un rosa pallido più adatto ad una bambina cresciuta sulle montagne. E soprattutto il ghigno di quel drone, tipicamente spettrale ed inespressivo, incuteva timore e rispetto e nei suoi occhi ardeva un fuoco intenso. I restanti droni non presentavano, agli occhi esperti di Picard, niente che li rendesse degni di nota e inspiegabilmente non riusciva a percepire il richiamo della Collettività, come invece era spesso accaduto in passato, dopo la sua assimilazione avvenuta parecchi anni prima, ogni qual volta era nelle vicinanze dei Borg. Picard ne dedusse che quei droni erano completamente sganciati dalla Collettività, soggiogati dal potere immenso dei Q.
Stanco di giocare all'investigatore, Picard decise che avrebbe probabilmente ottenuto un risultato migliore ponendo i suoi interrogativi direttamente a Q, che stava in piedi davanti a lui, anch'egli con le braccia conserte, la fronte corrucciata e gli occhi fissi su quel drone luccicante. L'intuito del capitano gli suggerì che quel drone e Q avessero un qualche conto in sospeso.
"Posso farti una domanda?" disse Picard rompendo il silenzio della sala. Nonostante avesse parlato con un tono di voce discreto, le sue parole ritornarono sotto forma di eco, amplificandosi a tal punto che anche il drone argentato si voltò verso il capitano.
Picard, resosi conto di avere attirato l'attenzione abbassò ancora di più la voce e ripeté la sua richiesta
"Dimmi Jean-Luc" rispose Q, senza togliere lo sguardo dal suo avversario sul lato opposto.
"Chi sono quei borg laggiù e soprattutto chi è quel drone in piedi, quello con gli impianti?"
"In argento ed oro, ridicoli vero? Vuoi sapere davvero chi sia Picard? Ne sei certo?"
Picard annuì col capo, domandandosi quale terribile verità potesse nascondersi dietro l'identità di quel drone.
"Lui è la causa di tutti i vostri guai, Jean-Luc! Lui ha sostenuto e tuttora sostiene la causa dei Borg! Spera ardentemente che quei mostriciattoli cibernetici conquistino tutta la galassia e chissà, forse un giorno, l'universo intero! Illuso! Lui è Q!"
La voce di Q era carica di odio e disprezzo. E diede a Picard la certezza che i due non era sicuramente la prima volta che si scontravano ma che probabilmente quella era l'ultima di una lunga serie di diatribe.
"Q?"
"Si! Q! Sei diventato sordo? Che tristezza questi vostri fragili e difettosi corpi che col passare degli anni…"
Picard alzò con un movimento repentino la mano destra intimando a Q di non proseguire. Non aveva proprio voglia di stare ad ascoltare le farneticanti critiche alla sua umanità, con cui Q li aveva deliziati per parecchi anni. E riprese il discorso interrotto.
"Anche lui si chiama Q? Ma mi spieghi una benedetta volta come fate a districarvi in una comunità in cui ognuno di voi ha lo stesso identico nome?"
"Jean-Luc, la tua primitiva quanto incolmabile ignoranza e il tuo spirito che ti spinge inutilmente a cercare di colmare tale oceano di conoscenze a volte mi commuovono"
Q, da buon commediante, finse di asciugarsi con il dorso della mano delle lacrime che non c'erano e sempre recitando la parte del sinceramente commosso, continuò, con un Picard altrettanto sinceramente stizzito dalla sceneggiata e che si limitava a stare seduto con le mani poggiate sui bordi del gradone di marmo.
"Quando anche voi umani avrete raggiunto, se mai vi riuscirete vista la vostra propensione per l'irrilevante, un livello evolutivo pari al nostro allora capirai che la necessità, tipica delle razze primitive, di assegnare un nome ad ogni cosa è assolutamente futile. Comunque per venire incontro alle vostre capacità mentali limitate vedrò di fare un'eccezione" Q si portò una mano al mento e simulò profonda concentrazione.
"Q-Borg! Che ne dici Jean-Luc? Mi pare carino ed appropriato, così eviterete ogni pericolo di fare confusione in quelle vostre piccole e inefficienti testoline."
Picard aveva smesso di ascoltarlo. Era l'unico modo che conosceva per non cedere alla tentazione di lasciare che tutti i suoi più bestiali istinti erompessero senza freno, scagliando contro Q tutta la violenta aggressività di cui era capace. Se fosse stato un klingon, Q non sarebbe arrivato alla quarta parola del suo irritante monologo, o meglio, non ci sarebbe arrivato intero.
"Jean-Luc! Ma mi stai ascoltando? O hai veramente problemi di udito?! Beverly! Il tuo timido amante ha bisogno delle tue cure, credo che gli anni comincino ad essere davvero troppi per lui!"
Beverly, che fino a quel momento era rimasta in disparte, sentendosi chiamata in causa si alzò portandosi verso il capitano. Le parole timido amante l'avevano un poco scossa. Lei sapeva dei sentimenti che il capitano provava per lei da parecchi anni e lui sapeva dei suoi, e tutti i membri dell'equipaggio dell'Enterprise, che avessero trascorso sufficiente tempo a bordo della nave, erano a conoscenza del legame, mai esplicitamente dichiarato, ma, ad occhi esperti, abbastanza evidente, tra il capitano e il primo ufficiale medico. Sentire Q sbraitare senza pudore quello che pareva destinato a restare, per sempre, un intimo segreto di pulcinella la infastidì non poco e incontrando lo sguardo di Picard capì che anche lui era rimasto altrettanto infastidito dalla mancanza di tatto e maleducazione di Q.
"Capitano, qualcosa non va?" domandò la donna
"No. No. Beverly, è tutto a posto, io e Q stavamo avendo uno dei nostri soliti confronti. Mi spiace" le ultime parole del capitano si riferivano proprio a quell'indiscreto accenno alla loro platonica relazione fatto poc'anzi da Q. E la Crusher comprese, come sempre, senza che Picard dovesse aggiungere altro. L'intesa che esisteva fra i due permetteva loro di risparmiare molte parole senza perdere alcun significato.
"Non fa nulla, Jean-Luc, non è colpa tua" lo tranquillizzò la dottoressa
"Non fa nulla Jean-Luc!" li canzonò Q "Siete la coppia più melensa della galassia! Ma quando la finirete di fingere che…"
"Q! Adesso basta! Non ti permetto di andare oltre!" Picard era scattato in piedi così rapidamente che Q aveva fatto un piccolo passò all'indietro per non cadere dal gradone e sul suo volto si dipinse un'espressione di reale spavento. Picard non era per nulla disposto a permettere a nessuno, nemmeno ad un super essere come Q, di prendersi gioco dei sentimenti che lo legavano a Beverly. Entrambi avevano avuto negli anni altre storie d'amore, dalle fortune davvero alterne, eppure, fra loro era rimasto solido ed indissolubile un legame speciale. E da anni Picard si era convinto che per restare tale, il loro rapporto non avrebbe mai dovuto concretizzarsi. Proprio Q, anni prima, gli aveva permesso di dare una sbirciata ad un suo futuro ipotetico e sindrome irumodica a parte, l'aveva colpito il fatto che lui e Beverly si erano sposati e separati. La storia non aveva funzionato, come tante altre storie che gli era capitato di vivere nella sua vita. Per non perderla avrebbe dovuto rinunciare ad averla. E Beverly aveva capito, lei lo capiva sempre.
Lo sguardo di Picard non tradiva nessun'incertezza. E Q perse tutta la sua boria e con fare imbarazzato abbassò lo sguardo.
"Jean-Luc…" sussurrò, agitando il dito indice della mano, come se stesse cercando di recuperare il filo perso del discorso. Ma Picard, spinto da quell'onda d'orgoglio e sentimento, non avvezzo ad attendere di ricevere ordini, decise di giocarsi le sue carte. Voleva sapere che stava accadendo di preciso. La storia della Sfida, il Consiglio del Q-Continuum, l'invasione massiccia dei Borg negli ultimi mesi, quell'anfiteatro, il Q-Borg. Tutto pareva sempre meno credibile e reale. Voleva delle spiegazioni, ora, subito.
"Q! Siamo stanchi dei tuoi giochetti! Ora voglio che tu mi dica tutto quello che sai!"
I compagni si voltarono tutti verso Q. Il tono della voce del capitano aveva attirato le loro attenzioni ed attesero una risposta.
"Altrimenti?" domandò un Q che si stava riprendendo dallo spavento.
"Altrimenti noi ce ne andiamo. Preferisco restare a lottare con i Borg una battaglia persa che essere schiavi della tua ipocrisia e supponenza per altri cinque minuti!" Picard parlava seriamente e in cuor suo sperò di avere impressionato a sufficienza Q da indurlo a dire tutta la verità.
"E rinunceresti alla Sfida? Alla possibilità di allontanare per sempre la minaccia dei Borg?"
"Piuttosto che gettare l'intera galassia fra le tue amorevoli braccia si!"
"Ma non puoi! Ormai sei qui! Ormai ho organizzato tutto! Se ve ne andate il Q-Borg avrà vinto e io… Io…"
Q si morse la lingua. Era troppo tardi quando si rese conto di avere parlato troppo.
"E tu cosa?" domandò Picard stringendo gli occhi. Che fra Q e il Q-Borg ci dovesse essere un qualche sorta d'attrito o rivalità lo aveva compreso già prima, ma ora comprese anche che la Sfida non era rivolta direttamente alle razze del Quadrante Alfa e i Borg. Un lontano ricordo della sua infanzia affiorò nella sua memoria, di lui e suo fratello, che fra i filari dei vigneti vicino a casa, tenevano interminabili gare di velocità fra lumache e si ricordò anche della reazione di suo padre, che scoprendoli a tifare accanitamente per due lumache che si sfidavano sul metro lineare, li riprese duramente ricordando loro che ogni creatura vivente va rispettata e che avremmo dovuto vergognarci per la violenza che stavamo esercitando su quelle due lumache. In quel momento, Picard comprese veramente a fondo le parole pronunciate tanti anni fa da suo padre. Lui adesso era la lumaca.
Q esitò a rispondere, quanto bastò a Picard per comprendere di avere colto nel segno. La Sfida in realtà era riservata a Q ed al suo antagonista del Q-Continuum. Loro e i cinque borg ancora seduti a pochi metri da loro erano niente altro che i loro campioni, come nelle antiche giostre medievali. O più semplicemente, ripensando ancora alla sua infanzia, erano le loro due lumache. E il campo di battaglia era la galassia stessa e probabilmente questa Sfida si stava protraendo da secoli o millenni e stava vedendo Q perdente, così suppose Picard. Una sfida mortale, almeno per una delle due lumache e la cosa non gli piacque per nulla.
Mancava solo un dettaglio: il premio. Ma era un particolare assai poco rilevante, comunque non sarebbe stato assegnato certo alla lumaca vincente, ma solo al proprietario della stessa, così come nelle corse di cavalli, cui da ragazzo aveva partecipato, la coppa del vincitore è consegnata al fantino ed al proprietario, mentre all'animale solo un po' di biada e gloria che non l'avrebbe ripagato certo delle sue fatiche.
Picard sentì una profonda rabbia crescere dentro di lui. Si sentì usato. E ripensò ai momenti difficili di quegli ultimi mesi, sempre in battaglia, costretto a considerare la morte come un membro dell'equipaggio della sua nave, sempre pronto a reclutare sotto il suo comando altri membri, fino a formare una squadra infinita fatta di volti, di nomi che non torneranno più dalla loro missione. Era stato tutto un gioco?
Da quanto l'umanità era strumento della follia di Q? Quanto dei loro progressi era realmente dovuto agli sforzi di milioni di uomini e donne, ormai dimenticate ceneri, che nei secoli avevano lottato contro le forze della natura, contro le loro paure, contro l'ignoranza cercando di regalare ai proprio figli un futuro migliore e quanto invece opera della folle gara fra i Q? Improvvisamente sentì svanire il proprio orgoglio di appartenere alla razza umana e fu pervaso da un profondo senso di vuoto interiore che piegò anche la sua pur dura scorza e senza dire altro, senza attendere che Q parlasse ancora, si accasciò su se stesso, con Beverly che ne rallentò la caduta, cercando di sorreggerlo. Picard si ritrovò con la testa fra le mani, bagnate da calde lacrime, a singhiozzare come un bambino. Tutto ciò che l'aveva sorretto fino a quel momento era venuto meno. Tensioni represse, rabbia, dolore e un senso di profondo quanto inconsolabile sconforto lo assalì. Nulla aveva più senso.
"Capitano…" dissero in coro Geordi e Data, sui cui volti si poteva leggere stupore e compassione. Deanna e Beverly lo affiancarono abbracciandolo, tentando di trasmettergli parte della loro comprensione. Worf, silente, fissava la scena impassibile. Il suo cuore klingon gli impediva di esplicitare la sua solidarietà al dolore del capitano, ma anch'egli era giunto alle stesse conclusioni del suo capitano e l'idea che l'intera storia dell'Impero klingon non fosse altro che un ordita trama intessuta dai Q l'aveva sfiorato.
Q era rimasto in silenzio. E per la prima volta nella sua lunga esistenza riuscì, senza trasformarsi in esso, a provare la sensazioni tipiche di un piccolo invertebrato terrestre, dedito a scavare gallerie nel terriccio ed anticamente usato come esca per la pesca.
"Jean-Luc. Non è proprio come pensi. Io e il Q-Borg ci siamo sfidati tanti eoni fa, così tanti che non ricordo nemmeno più quanti e questo è solo l'ultimo capitolo di questa sfida. Fino ad ora ci eravamo limitati a confrontarci in prove di abilità come saltare in un buco nero, interrompere la fusione all'interno di stelle, spostare galassie, a volte farle sparire, giochetti insomma"
Q fece una pausa, abbozzando un sorriso, sperando che la battuta servisse a Picard per riprendersi. Il capitano aveva cessato di singhiozzare e stava ascoltando le parole di Q, ma i suoi occhi, ancora bagnati, erano spenti, privati di quella luce chiamata speranza. Vedendo di non avere sortito effetti, Q riprese a parlare.
"Solo ultimamente il mio avversario ha spostato il fulcro della sfida su un piano più complesso e stimolante. Si! Insomma! La gestione di una particolare forma di vita senziente, allo scopo di aiutarla ad evolversi fino a che non avesse preso il controllo dell'intera galassia. Fino a poco tempo fa ci eravamo limitati a creare a tali razze le condizioni favorevoli per il loro sviluppo, pianeti con la giusta gravità, il clima, acqua, ossigeno ed eravamo poi rimasti a guardare la vita evolversi lentamente, ma appunto era troppo lenta e Q-Borg decise di infrangere una delle regole del Q-Continuum e cominciò ad interferire direttamente con le prime forme di vita senzienti che si erano evolute sul pianeta da lui predisposto allo scopo di accelerarne il processo. Io protestai, ma siccome in passato ho avuto alcuni problemi con il Consiglio del Q-Continuum non mi diedero ascolto. E allora capisci, non sono potuto restare con le mani in mano e sono intervenuto anch'io! Insomma era una questione d'onore! Worf! Spiegagli tu cosa intendo per onore!"
Il klingon si limitò a ringhiare, facendo chiaramente capire a Q che non lo avrebbe aiutato.
"Ma qualcosa è andato storto vero?" intervenne La Forge
"Esatto! Il mio avversario ha fornito ai Borgoniani una quantità di tecnologia tale che in pochi secoli essi hanno radicalmente mutato la loro società, sviluppando una fame di tecnologia tale, oserei dire una dipendenza, che li ha spinti ad uscire dal loro sistema solare per ricercarne sempre di nuova, al punto che hanno perso il senso della vita biologica, che è diventata di secondaria importanza. Una razza intera schiava del bisogno di acquisire sempre nuova tecnologia! Capite?"
"I Borgoniani erano i Borg prima che Q-Borg intervenisse pesantemente nella loro società esatto?"
"Perspicace l'androide!" ironizzò Q
Data non colse e rivolgendosi al capitano
"A questo punto signore credo che sia nostro dovere approfondire la faccenda. Qui non si tratta più solo della nostra salvezza. In fondo anche i Borg sono delle vittime e anche se l'idea può essere singolare necessitano di aiuto forse anche più di noi."
Tutti si guardarono l'un l'altro, un poco scioccati dall'affermazione dell'androide, solo Picard mantenne la sua espressione vuota e dimostrando di avere ripreso il controllo delle sue emozioni si alzò nuovamente e stirandosi l'uniforme disse con voce pacata:
"Ha ragione signor Data" e poi rivolgendosi a Q "Ti aiuteremo, ma in cambio tu ci prometti che sparirai per sempre da questa galassia e che non interferirai più con nessuna delle razze che la abitano?"
Q incrociò gli indici baciandoseli ripetutamente "Giuro! Te lo prometto Jean-Luc!" poi fece una pausa e si voltò di scatto verso il centro dell'anfiteatro. Silenziosi, senza farsi notare, i membri del consiglio erano entrati e sedevano al lungo tavolo posto al vertice dell'anfiteatro.
"Sempre se vinceremo" fu il commento laconico di Picard.

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