I consiglieri
erano cinque e all'apparenza di età più avanzata rispetto
a Q ed al Q-Borg. Tre di loro erano quasi completamente calvi e i
capelli di tutti erano di un bianco argenteo. Due erano femmine con
delle acconciature molto essenziali e con sfumature tendenti al violetto.
I Consiglieri erano i membri del Q-Continuum più anziani, così
aveva detto Q, anche se lui stesso non era parso troppo convinto della
sua stessa affermazione. I Q esistevano da sempre, almeno così
aveva sempre asserito Q, solo che per una specie di tacita convenzione,
i consiglieri esistevano da sempre più qualcosa. Fosse stato
anche solo un nanosecondo.
Una delle femmine, alta e slanciata, con la pelle rugosa e due occhi
di un azzurro intenso, sedeva al centro, su di uno scranno in legno
che la poneva leggermente più in alto rispetto ai suoi colleghi.
Nella mano destra Picard parve di riconoscere una specie di bastone
dorato, quasi uno scettro, solamente molto meno elaborato che gli
ricordava la barra usata come testimone nella gare di atletica a cui
aveva assistito durante una riedizione commemorativa delle Olimpiadi
dell'antica Grecia.
Improvvisamente la luce all'interno dell'anfiteatro si fece meno intensa
intorno a Picard e ai suoi compagni, facendo risaltare le figure dei
consiglieri. Indossavano delle tuniche bianche merlate d'oro, tranne
la donna al centro, la cui merlatura era di color rosso porpora. Il
capo del consiglio dedusse Picard.
E fu proprio lei a rompere il silenzio che si era venuto a creare
dopo l'entrata in scena dei consiglieri. "Signori, se il mio
senso dell'umorismo fosse più sviluppato, probabilmente ci
riderei sopra e vi liquiderei con qualche battuta e forse vi inviterei
anche a farci due sane risate insieme, ma l'unica cosa che mi sovviene
ora è un senso di dejavù, che per quanto comprensibile
per esseri immortali come noi, in questo momento mi sta facendo desiderare
di essere da un'altra parte!"
La voce della donna era fredda e profonda e il suoi occhi quasi grigi
incutevano timore. A Picard venne immediato il paragone con certe
figure mitologiche dei paesi scandinavi, che raccontavano di regine
delle nevi, donne di ghiaccio e così via.
"Ma," e fece una breve pausa, volgendo una rapida occhiata
ai suoi colleghi, con un'espressione di disgusto e noia "ma questa
volta avete superato il limite e giuro su tutto il Q-Continuum che
non permetterò che la vostra eterna sfida continui ancora per
molto!"
Le sue parole rimbombarono nell'anfiteatro e Picard per un istante
si volse verso Q, il quale era intento ad ascoltare le parole della
Q e notò in lui un fremito che lo scuoteva interamente, come
se fosse stato sottoposto ad una tensione enorme.
La Q agitò in aria la barra che teneva stretta nella mano destra
e la picchiò con violenza sul bancone in legno. Ma inaspettatamente
ne uscì un suono sordo e soffocato.
"L'udienza è aperta. Esponete i fatti, anche se noi tutti
qui già conosciamo ogni particolare, ma vista la presenza di
esseri inferiori seguiremo una procedura per loro comprensibile."
Picard strinse i pugni. Il suo orgoglio era ferito ogni qualvolta
lo si definiva appartenente ad una razza inferiore.
Q prese la parola per primo e scendendo i gradoni a saltelli si portò
a ridosso della corte.
"O mio sommo giudice! Quale gioia rivederla e constatare che
nonostante i secoli ella mantiene un aspetto soave e che la sua bellezza
"
"Q! Passano i secoli ma rimani sempre un essere spregevole!"
"Troppa grazia, comunque eccomi qua, per la
Che volta è
questa?" finse di domandare Q.
"La ventiduesima, ma farò di tutto perché questa
sia davvero l'ultima in cui riunirai il Consiglio del Q-Continuum
per questa vostra noiosa sfida."
Q sogghignò, come se la situazione lo stesse divertendo.
"Le prometto che questa sarà davvero l'ultima volta, perché
finalmente entrambi" e indicò il Q-Borg "abbiamo
trovato dei validi sfidanti! E le posso già anticipare che
il vincitore sarò io!" si vantò Q.
"Illuso!" intervenne il Q-Borg, portandosi rapidamente anche
lui vicino al capo del Consiglio.
"Questa volta sei tu che non hai alcuna possibilità. Fino
ad ora ti sei sempre salvato facendo appello a degli sporchi trucchi
da commerciante Ferengi. Ma ora finalmente ti schiaccerò!"
"Ah! L'illuso sei tu, mio caro! Ricordi la volta con i Kelbani?
Chi barò facendo esplodere uno dei loro satelliti?" lo
accusò Q mettendosi le mani ai fianchi.
"E invece quella volta con i Saruriati?" ribatte Q-Borg
"chi incendiò la loro atmosfera sterminandoli tutti?"
"Ma non è grave come quelle che hai fatto tu ai Brekiani!
Se ben ricor
" Q fu interrotto dal tonfo sordo dello scettro
che il capo del Consiglio stringeva ancora fra le mani.
"Piantatela! Siete due incredibili scocciatori!"
"Ma è colpa sua!" si accusarono a vicenda i due sfidanti.
"Ho detto basta! Zitti!" La Q batté con violenza
lo scettro altre tre volte, facendo tremare il tavolo.
"Sapete entrambi come la penso della vostra sfida, fin dalla
prima volta che siete venuti da me e avete convocato il Consiglio
del Q-Continuum! Vi ricordate? Allora questo anfiteatro era gremito
di Q curiosi di conoscere il motivo del vostro contendere. Oggi, così
come le ultime dieci volte, non è venuto nessuno, perché
tutto il Q-Continuum sa bene che siete due attaccabrighe e che la
vostra sfida non avrà mai un termine, perché entrambi
avete, alternativamente, barato sulle regole, invalidando di volta
in volta la gara!"
I due Q chinarono il capo, fingendo indifferenza.
"Ma questa volta, proprio perché avete passato il limite,
il Consiglio del Q-Continuum ha deciso, che durante lo svolgimento
della sfida sarete rigidamente controllati e se interferirete verrete
adeguatamente puniti."
I due sfidanti si guardarono l'un l'altro, scambiandosi sguardi di
reciproca sorpresa e subito dopo indignazione.
"Ma tutto questo è irregolare!" gridò Q
"Ha ragione! Non potete farlo! Noi dobbiamo poter seguire i nostri
campioni!" aggiunse il Q-Borg sbattendo il braccio meccanico
sul tavolo.
"Basta! Silenzio! Così abbiamo deciso! Se volete portare
avanti la vostra sfida queste sono le nuove regole, altrimenti chi
crede di non poter vincere senza barare si ritiri, e dichiarerò
l'altro vincitore."
L'anziana Q si mise a sedere lentamente ed incrociò le braccia,
attendendo la risposta dei due contendenti, che nel frattempo si stavano
guardando in cagnesco, valutando le loro possibilità reali
di vittoria, calcolando la difficoltà di fornire aiuti di alcun
genere ai loro protetti.
"Io ci sto!" esclamò per primo il Q-Borg, mostrando
sicurezza.
Q invece esitò. Non era per nulla convinto che Picard avrebbe
potuto superare i Borg. Contava, infatti, di aiutarlo in qualche modo,
come aveva sempre fatto nelle disfide precedenti. L'idea di perdere
per sempre la possibilità di interagire con gli umani lo sfiorò
un istante. Erano primitivi ma estremamente interessanti, a volte
persino istruttivi. Si voltò titubante verso Picard, che stava
seguendo attentamente il dialogo, attorniato dai suoi compagni.
"In fondo mi eri simpatico" mormorò prima di accettare
anch'egli la sfida.
Il capo del Consiglio si alzò lentamente e batté un
solo colpo sul tavolo.
"Dichiaro la sfida aperta," bofonchiò "sperando
per il bene dell'universo intero che sia davvero l'ultima, e se non
per il bene dell'Universo, almeno per il mio!"
Poi poggiò lo scettro e dal nulla comparve un'urna dorata.
Grande poco più di un vaso comune da giardino, aveva una forma
ellittica con un coperchio di piccole dimensioni, sufficiente a malapena
per farci passare una mano umana. Ed, infatti, la Q ve la infilò.
E dopo un istante ne estrasse un piccolo parallelepipedo bianco.
Q era fremente e Picard intuì che molto probabilmente il loro
destino sarebbe dipeso da ciò che quel parallelepipedo significava.
Pareva, infatti, di essere di fronte ad un'estrazione. E la Q aveva
fra le sue mani il destino suo e forse della galassia, così
come lui l'aveva conosciuta.
La Q sollevò in alto l'oggetto che iniziò a brillare
di luce propria, trasformandosi rapidamente in una sfera di energia.
Picard e non solo lui, non stava capendo, ma a quanto pare sia Q che
la femmina Q riuscivano chiaramente ad interpretarne il significato.
"Le Tre Prove!" esclamò la Q e stringendo il pugno,
la sfera di energia roteante scomparve nel nulla.
Il Q-Borg esultò, mentre Q rimase a bocca aperta.
"Coraggio Q! Poteva andarti peggio!" il Q-Borg rise sguaiatamente
e aggiunse "finalmente! Finalmente capirai che il destino dell'Universo
è l'Ordine!"
"Vedremo! Non sottovalutarli, gli umani hanno sorpreso più
volte anche me!" ribatté Q, senza però essere troppo
convinto di poterlo dimostrare.
Dolore.
Acuto. Alla schiena.
Non riusciva a pensare ad altro. Il resto era come se fosse stato
cancellato dalla sua memoria. Come se avesse perso di importanza.
Solo una cosa era importante: il dolore. Acuto. Alla schiena.
Avrebbe barattato il braccio superstite per lenire anche solo un
poco il dolore.
Azzardò un movimento, alla ricerca di una posizione più
comoda, ma una fitta violenta partì dalla base della spina
dorsale fino a quella del collo. Un gemito gli sfuggì dalla
bocca. Si rese anche conto che aveva le labbra molto secche e le
fauci impastate. E sete.
Dove era? Che era accaduto?
Cercò di ignorare il suo corpo ed i suoi insistenti avvisi.
Cercò di fare mente locale. Prima cosa aprire gli occhi e
capire dove si trovasse. Lentamente sollevò le palpebre,
ma non notò alcuna differenza. Era diventato cieco? O si
trovava al buio?
Dopo pochi secondi cominciò ad intravedere qualcosa nell'oscurità.
Ombre o poco più, illuminate debolmente da una luce intermittente
rossastra. Non si udiva alcun rumore, se non il lento soffio del
suo respiro.
Seconda cosa, cercare di ricordare chi o cosa l'avessero condotto
a quella situazione. E fu incredibilmente difficile. Poi finalmente
la mente si fece lucida e rammentò: la Pioneer, i Borg, la
perdita del motore a curvatura, l'evacuazione, la scialuppa di salvataggio
che era stata catturata da una forza gravitazionale, la discesa
verso un pianeta sconosciuto, lo schianto.
Nonostante la scialuppa fosse dotata di piccoli motori gravitazionali,
era stato impossibile evitare di precipitare nell'atmosfera del
pianeta. Ricordò il panico dei suoi uomini. Le probabilità
che si trattasse di un pianeta di classe M erano minime. Se anche
fossero sopravvissuti allo schianto, sarebbero stati uccisi molto
probabilmente dall'atmosfera non respirabile o da una gravità
di parecchi g superiore a quella tollerabile. L'ironia della vita
e della morte. Sopravvivere ai Borg per morire poco dopo in un incidente
spaziale.
Nonostante il dolore alla schiena continuasse ad assillarlo, si
ostinò a non assecondarlo e a riepilogare i fatti delle ultime
ore ed ad ipotizzare quale fosse stata la sua sorte e quella dei
suoi compagni. Di una cosa era certo: era ancora vivo e la sua schiena
non accennava a smettere di rammentarglielo. Quasi sicuramente era
ancora a bordo della scialuppa; la luce rossastra che debolmente
lampeggiava era certamente una luce di emergenza. E la scialuppa
non si era disintegrata al suolo. Ed infine, qualunque fosse il
pianeta su cui si trovava, la gravità era accettabile.
- Ho avuto fin troppa fortuna - pensò - quindi devo essermela
guadagnata. Sarebbe un delitto sprecarla. -
Terza ed ultima cosa da fare: smetterla di pensare e cominciare
ad agire. Un buon inizio sarebbe stato tentare di recuperare una
posizione la più eretta possibile.
Puntò la sua unica mano contro il pavimento e iniziò
lentamente a fare leva. Il dolore proveniente dalla schiena si fece
ancora più acuto e lo costrinse a desistere. Aveva la schiena
spezzata? C'era solo un modo per saperlo: tentare di muovere le
gambe anche se non riusciva a scorgerle. Però gli pareva
di sentirsele ancora attaccate. Diede un leggero calcetto e con
suo grande sollievo percepì la punta dei suo stivali urtare
contro qualcosa producendo un rumore metallico. Bene, non aveva
la spina dorsale spezzata, quindi avrebbe potuto alzarsi e camminare,
un volta superato il dolore alla schiena. Tentò quindi nuovamente
a rimettersi in piedi.
Questa volta strinse i denti e chiuse gli occhi, mentre il braccio
faceva leva sul pavimento. Furono lunghi interminabili secondi in
cui dovette fare appello a tutta la sua disciplina mentale per non
desistere nuovamente. Finalmente riuscì a mettersi a sedere
ed a poggiarsi contro qualcosa, forse una consolle, forse un rottame.
Distese faticosamente le gambe di fronte a sé, riuscendo
infine a trovare una posizione di equilibrio.
Da quella posizione riuscì a migliorare la sua visuale. Ora
poteva scorgere l'interno della scialuppa. In alto, l'unica luce
d'emergenza funzionante, lampeggiava aritmicamente, segno che era
in cattive condizioni. Presto sarebbe rimasto nell'oscurità.
L'aria puzzava di bruciato, il classico odore di circuiti fusi e
una leggera foschia causata dal fumo non più aspirato dai
sistemi di ventilazione, gli impediva di scorgere cosa si trovasse
a pochi metri da lui. Era l'unico sopravvissuto?
Si guardò intorno fino al limite del suo campo visivo, sfidando
il dolore per ruotare il collo. Era tutto dannatamente confuso.
Inspirò profondamente prima dare forza ai suoi polmoni:
"C'è nessuno?" gridò. Lo sforzo lo fece
tossire ripetutamente. L'aria viziata gli aveva seccato la gola.
Nessuno rispose. Possibile che dei venticinque membri dell'equipaggio
della Pioneer imbarcati su quella scialuppa, lui fosse l'unico superstite?
Poteva il destino essere stato così cinico con lui? Per un
momento si vide abbandonato a se stesso, su di un pianeta ostile,
naufrago spaziale in una galassia dominata dai Borg, impazzito di
solitudine e disperazione.
Poi un rumore, uno scricchiolio sottile, attirò la sua attenzione
alla sua destra. E poi un gemito.
"C'è nessuno? Sono il comandante Riker!"
Finalmente ci fu una risposta, sconnessa, disarticolata. Poco più
di un lamento.
Will decise che doveva cercare di raggiungere quel lamento, soccorrerlo,
confortarlo.
Faticosamente si trascinò, strisciando sul pavimento, in
direzione di quello sconosciuto compagno di naufragio. Gli ci vollero
parecchi minuti prima di potergli essere vicino, durante i quali
dovette spostare o aggirare parecchi ostacoli, costituiti da frammenti
e rottami della scialuppa. Oltre a frequenti pause per riprendere
energie e lasciare riposare la sua schiena dolorante.
Durante il tragitto, di forse una decina di metri, ma che gli era
sembrato di una decina di chilometri, Will aveva dovuto anche constatare
il decesso di due suoi compagni, trovati a terra senza vita. Uno
di loro era Palmas, il navigatore. Aveva gli occhi spalancati in
un'espressione di terrore. Tutto quello che poté fare fu
coprirne il volto con un lembo della sua uniforme lacerata.
Quando raggiunse l'altro superstite lo trovò a terra, accasciato
in posizione fetale. Continuava a gemere e a pronunciare frasi sconnesse.
Will non appena fu sufficientemente vicino gli posò una mano
sulla spalla.
"Stai tranquillo, non sei solo, ci sono qua io ora. Vedrai
andrà tutto bene." Erano parole di circostanza. Nemmeno
lui ci credeva.
"Come ti senti? Dove sei ferito?" fu la prima domanda.
Ma non ebbe risposta se non altri gemiti.
"Coraggio, come ti chiami?" insistette Riker.
Nell'oscurità della scialuppa, non riusciva a scorgere il
volto del ferito. Non riusciva nemmeno a determinarne il sesso o
la razza. Fino a che, con uno scatto repentino, l'unico suo compagno
sopravvissuto non si mise di schiena, con il volto rivolto verso
l'alto. E con grande sorpresa, William riconobbe immediatamente
il volto di quel dannato vulcaniano di Vovelek. Riker sorrise, non
riuscendo a fare a meno di scherzare:
"Comincio a pensare seriamente che lei mi stia perseguitando!"
Vovelek naturalmente non rispose. Era sotto shock, incapace di comprendere
quanto gli stava accadendo intorno. O forse invece, come ricordava
William, era entrato in una fase di meditazione profonda, che vulcaniani
sono in grado di autoindursi quando sono feriti gravemente, in modo
da sopportare meglio il dolore e concentrare tutte le risorse residue
del fisico verso la guarigione.
Comunque fosse, Riker rimase seduto accanto a lui, poggiandogli
la mano sulla spalle tremanti, attendendo che riprendesse conoscenza.
Ma la stanchezza prese il sopravvento e cadde in un sonno profondo.
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