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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 10
I consiglieri erano cinque e all'apparenza di età più avanzata rispetto a Q ed al Q-Borg. Tre di loro erano quasi completamente calvi e i capelli di tutti erano di un bianco argenteo. Due erano femmine con delle acconciature molto essenziali e con sfumature tendenti al violetto. I Consiglieri erano i membri del Q-Continuum più anziani, così aveva detto Q, anche se lui stesso non era parso troppo convinto della sua stessa affermazione. I Q esistevano da sempre, almeno così aveva sempre asserito Q, solo che per una specie di tacita convenzione, i consiglieri esistevano da sempre più qualcosa. Fosse stato anche solo un nanosecondo.
Una delle femmine, alta e slanciata, con la pelle rugosa e due occhi di un azzurro intenso, sedeva al centro, su di uno scranno in legno che la poneva leggermente più in alto rispetto ai suoi colleghi. Nella mano destra Picard parve di riconoscere una specie di bastone dorato, quasi uno scettro, solamente molto meno elaborato che gli ricordava la barra usata come testimone nella gare di atletica a cui aveva assistito durante una riedizione commemorativa delle Olimpiadi dell'antica Grecia.
Improvvisamente la luce all'interno dell'anfiteatro si fece meno intensa intorno a Picard e ai suoi compagni, facendo risaltare le figure dei consiglieri. Indossavano delle tuniche bianche merlate d'oro, tranne la donna al centro, la cui merlatura era di color rosso porpora. Il capo del consiglio dedusse Picard.
E fu proprio lei a rompere il silenzio che si era venuto a creare dopo l'entrata in scena dei consiglieri. "Signori, se il mio senso dell'umorismo fosse più sviluppato, probabilmente ci riderei sopra e vi liquiderei con qualche battuta e forse vi inviterei anche a farci due sane risate insieme, ma l'unica cosa che mi sovviene ora è un senso di dejavù, che per quanto comprensibile per esseri immortali come noi, in questo momento mi sta facendo desiderare di essere da un'altra parte!"
La voce della donna era fredda e profonda e il suoi occhi quasi grigi incutevano timore. A Picard venne immediato il paragone con certe figure mitologiche dei paesi scandinavi, che raccontavano di regine delle nevi, donne di ghiaccio e così via.
"Ma," e fece una breve pausa, volgendo una rapida occhiata ai suoi colleghi, con un'espressione di disgusto e noia "ma questa volta avete superato il limite e giuro su tutto il Q-Continuum che non permetterò che la vostra eterna sfida continui ancora per molto!"
Le sue parole rimbombarono nell'anfiteatro e Picard per un istante si volse verso Q, il quale era intento ad ascoltare le parole della Q e notò in lui un fremito che lo scuoteva interamente, come se fosse stato sottoposto ad una tensione enorme.
La Q agitò in aria la barra che teneva stretta nella mano destra e la picchiò con violenza sul bancone in legno. Ma inaspettatamente ne uscì un suono sordo e soffocato.
"L'udienza è aperta. Esponete i fatti, anche se noi tutti qui già conosciamo ogni particolare, ma vista la presenza di esseri inferiori seguiremo una procedura per loro comprensibile."
Picard strinse i pugni. Il suo orgoglio era ferito ogni qualvolta lo si definiva appartenente ad una razza inferiore.
Q prese la parola per primo e scendendo i gradoni a saltelli si portò a ridosso della corte.
"O mio sommo giudice! Quale gioia rivederla e constatare che nonostante i secoli ella mantiene un aspetto soave e che la sua bellezza…"
"Q! Passano i secoli ma rimani sempre un essere spregevole!"
"Troppa grazia, comunque eccomi qua, per la… Che volta è questa?" finse di domandare Q.
"La ventiduesima, ma farò di tutto perché questa sia davvero l'ultima in cui riunirai il Consiglio del Q-Continuum per questa vostra noiosa sfida."
Q sogghignò, come se la situazione lo stesse divertendo.
"Le prometto che questa sarà davvero l'ultima volta, perché finalmente entrambi" e indicò il Q-Borg "abbiamo trovato dei validi sfidanti! E le posso già anticipare che il vincitore sarò io!" si vantò Q.
"Illuso!" intervenne il Q-Borg, portandosi rapidamente anche lui vicino al capo del Consiglio.
"Questa volta sei tu che non hai alcuna possibilità. Fino ad ora ti sei sempre salvato facendo appello a degli sporchi trucchi da commerciante Ferengi. Ma ora finalmente ti schiaccerò!"
"Ah! L'illuso sei tu, mio caro! Ricordi la volta con i Kelbani? Chi barò facendo esplodere uno dei loro satelliti?" lo accusò Q mettendosi le mani ai fianchi.
"E invece quella volta con i Saruriati?" ribatte Q-Borg "chi incendiò la loro atmosfera sterminandoli tutti?"
"Ma non è grave come quelle che hai fatto tu ai Brekiani! Se ben ricor…" Q fu interrotto dal tonfo sordo dello scettro che il capo del Consiglio stringeva ancora fra le mani.
"Piantatela! Siete due incredibili scocciatori!"
"Ma è colpa sua!" si accusarono a vicenda i due sfidanti.
"Ho detto basta! Zitti!" La Q batté con violenza lo scettro altre tre volte, facendo tremare il tavolo.
"Sapete entrambi come la penso della vostra sfida, fin dalla prima volta che siete venuti da me e avete convocato il Consiglio del Q-Continuum! Vi ricordate? Allora questo anfiteatro era gremito di Q curiosi di conoscere il motivo del vostro contendere. Oggi, così come le ultime dieci volte, non è venuto nessuno, perché tutto il Q-Continuum sa bene che siete due attaccabrighe e che la vostra sfida non avrà mai un termine, perché entrambi avete, alternativamente, barato sulle regole, invalidando di volta in volta la gara!"
I due Q chinarono il capo, fingendo indifferenza.
"Ma questa volta, proprio perché avete passato il limite, il Consiglio del Q-Continuum ha deciso, che durante lo svolgimento della sfida sarete rigidamente controllati e se interferirete verrete adeguatamente puniti."
I due sfidanti si guardarono l'un l'altro, scambiandosi sguardi di reciproca sorpresa e subito dopo indignazione.
"Ma tutto questo è irregolare!" gridò Q
"Ha ragione! Non potete farlo! Noi dobbiamo poter seguire i nostri campioni!" aggiunse il Q-Borg sbattendo il braccio meccanico sul tavolo.
"Basta! Silenzio! Così abbiamo deciso! Se volete portare avanti la vostra sfida queste sono le nuove regole, altrimenti chi crede di non poter vincere senza barare si ritiri, e dichiarerò l'altro vincitore."
L'anziana Q si mise a sedere lentamente ed incrociò le braccia, attendendo la risposta dei due contendenti, che nel frattempo si stavano guardando in cagnesco, valutando le loro possibilità reali di vittoria, calcolando la difficoltà di fornire aiuti di alcun genere ai loro protetti.
"Io ci sto!" esclamò per primo il Q-Borg, mostrando sicurezza.
Q invece esitò. Non era per nulla convinto che Picard avrebbe potuto superare i Borg. Contava, infatti, di aiutarlo in qualche modo, come aveva sempre fatto nelle disfide precedenti. L'idea di perdere per sempre la possibilità di interagire con gli umani lo sfiorò un istante. Erano primitivi ma estremamente interessanti, a volte persino istruttivi. Si voltò titubante verso Picard, che stava seguendo attentamente il dialogo, attorniato dai suoi compagni.
"In fondo mi eri simpatico" mormorò prima di accettare anch'egli la sfida.
Il capo del Consiglio si alzò lentamente e batté un solo colpo sul tavolo.
"Dichiaro la sfida aperta," bofonchiò "sperando per il bene dell'universo intero che sia davvero l'ultima, e se non per il bene dell'Universo, almeno per il mio!"
Poi poggiò lo scettro e dal nulla comparve un'urna dorata. Grande poco più di un vaso comune da giardino, aveva una forma ellittica con un coperchio di piccole dimensioni, sufficiente a malapena per farci passare una mano umana. Ed, infatti, la Q ve la infilò.
E dopo un istante ne estrasse un piccolo parallelepipedo bianco.
Q era fremente e Picard intuì che molto probabilmente il loro destino sarebbe dipeso da ciò che quel parallelepipedo significava. Pareva, infatti, di essere di fronte ad un'estrazione. E la Q aveva fra le sue mani il destino suo e forse della galassia, così come lui l'aveva conosciuta.
La Q sollevò in alto l'oggetto che iniziò a brillare di luce propria, trasformandosi rapidamente in una sfera di energia. Picard e non solo lui, non stava capendo, ma a quanto pare sia Q che la femmina Q riuscivano chiaramente ad interpretarne il significato.
"Le Tre Prove!" esclamò la Q e stringendo il pugno, la sfera di energia roteante scomparve nel nulla.
Il Q-Borg esultò, mentre Q rimase a bocca aperta.
"Coraggio Q! Poteva andarti peggio!" il Q-Borg rise sguaiatamente e aggiunse "finalmente! Finalmente capirai che il destino dell'Universo è l'Ordine!"
"Vedremo! Non sottovalutarli, gli umani hanno sorpreso più volte anche me!" ribatté Q, senza però essere troppo convinto di poterlo dimostrare.

Dolore. Acuto. Alla schiena.
Non riusciva a pensare ad altro. Il resto era come se fosse stato cancellato dalla sua memoria. Come se avesse perso di importanza. Solo una cosa era importante: il dolore. Acuto. Alla schiena.
Avrebbe barattato il braccio superstite per lenire anche solo un poco il dolore.
Azzardò un movimento, alla ricerca di una posizione più comoda, ma una fitta violenta partì dalla base della spina dorsale fino a quella del collo. Un gemito gli sfuggì dalla bocca. Si rese anche conto che aveva le labbra molto secche e le fauci impastate. E sete.
Dove era? Che era accaduto?
Cercò di ignorare il suo corpo ed i suoi insistenti avvisi. Cercò di fare mente locale. Prima cosa aprire gli occhi e capire dove si trovasse. Lentamente sollevò le palpebre, ma non notò alcuna differenza. Era diventato cieco? O si trovava al buio?
Dopo pochi secondi cominciò ad intravedere qualcosa nell'oscurità. Ombre o poco più, illuminate debolmente da una luce intermittente rossastra. Non si udiva alcun rumore, se non il lento soffio del suo respiro.
Seconda cosa, cercare di ricordare chi o cosa l'avessero condotto a quella situazione. E fu incredibilmente difficile. Poi finalmente la mente si fece lucida e rammentò: la Pioneer, i Borg, la perdita del motore a curvatura, l'evacuazione, la scialuppa di salvataggio che era stata catturata da una forza gravitazionale, la discesa verso un pianeta sconosciuto, lo schianto.
Nonostante la scialuppa fosse dotata di piccoli motori gravitazionali, era stato impossibile evitare di precipitare nell'atmosfera del pianeta. Ricordò il panico dei suoi uomini. Le probabilità che si trattasse di un pianeta di classe M erano minime. Se anche fossero sopravvissuti allo schianto, sarebbero stati uccisi molto probabilmente dall'atmosfera non respirabile o da una gravità di parecchi g superiore a quella tollerabile. L'ironia della vita e della morte. Sopravvivere ai Borg per morire poco dopo in un incidente spaziale.
Nonostante il dolore alla schiena continuasse ad assillarlo, si ostinò a non assecondarlo e a riepilogare i fatti delle ultime ore ed ad ipotizzare quale fosse stata la sua sorte e quella dei suoi compagni. Di una cosa era certo: era ancora vivo e la sua schiena non accennava a smettere di rammentarglielo. Quasi sicuramente era ancora a bordo della scialuppa; la luce rossastra che debolmente lampeggiava era certamente una luce di emergenza. E la scialuppa non si era disintegrata al suolo. Ed infine, qualunque fosse il pianeta su cui si trovava, la gravità era accettabile.
- Ho avuto fin troppa fortuna - pensò - quindi devo essermela guadagnata. Sarebbe un delitto sprecarla. -
Terza ed ultima cosa da fare: smetterla di pensare e cominciare ad agire. Un buon inizio sarebbe stato tentare di recuperare una posizione la più eretta possibile.
Puntò la sua unica mano contro il pavimento e iniziò lentamente a fare leva. Il dolore proveniente dalla schiena si fece ancora più acuto e lo costrinse a desistere. Aveva la schiena spezzata? C'era solo un modo per saperlo: tentare di muovere le gambe anche se non riusciva a scorgerle. Però gli pareva di sentirsele ancora attaccate. Diede un leggero calcetto e con suo grande sollievo percepì la punta dei suo stivali urtare contro qualcosa producendo un rumore metallico. Bene, non aveva la spina dorsale spezzata, quindi avrebbe potuto alzarsi e camminare, un volta superato il dolore alla schiena. Tentò quindi nuovamente a rimettersi in piedi.
Questa volta strinse i denti e chiuse gli occhi, mentre il braccio faceva leva sul pavimento. Furono lunghi interminabili secondi in cui dovette fare appello a tutta la sua disciplina mentale per non desistere nuovamente. Finalmente riuscì a mettersi a sedere ed a poggiarsi contro qualcosa, forse una consolle, forse un rottame.
Distese faticosamente le gambe di fronte a sé, riuscendo infine a trovare una posizione di equilibrio.
Da quella posizione riuscì a migliorare la sua visuale. Ora poteva scorgere l'interno della scialuppa. In alto, l'unica luce d'emergenza funzionante, lampeggiava aritmicamente, segno che era in cattive condizioni. Presto sarebbe rimasto nell'oscurità.
L'aria puzzava di bruciato, il classico odore di circuiti fusi e una leggera foschia causata dal fumo non più aspirato dai sistemi di ventilazione, gli impediva di scorgere cosa si trovasse a pochi metri da lui. Era l'unico sopravvissuto?
Si guardò intorno fino al limite del suo campo visivo, sfidando il dolore per ruotare il collo. Era tutto dannatamente confuso.
Inspirò profondamente prima dare forza ai suoi polmoni:
"C'è nessuno?" gridò. Lo sforzo lo fece tossire ripetutamente. L'aria viziata gli aveva seccato la gola.
Nessuno rispose. Possibile che dei venticinque membri dell'equipaggio della Pioneer imbarcati su quella scialuppa, lui fosse l'unico superstite? Poteva il destino essere stato così cinico con lui? Per un momento si vide abbandonato a se stesso, su di un pianeta ostile, naufrago spaziale in una galassia dominata dai Borg, impazzito di solitudine e disperazione.
Poi un rumore, uno scricchiolio sottile, attirò la sua attenzione alla sua destra. E poi un gemito.
"C'è nessuno? Sono il comandante Riker!"
Finalmente ci fu una risposta, sconnessa, disarticolata. Poco più di un lamento.
Will decise che doveva cercare di raggiungere quel lamento, soccorrerlo, confortarlo.
Faticosamente si trascinò, strisciando sul pavimento, in direzione di quello sconosciuto compagno di naufragio. Gli ci vollero parecchi minuti prima di potergli essere vicino, durante i quali dovette spostare o aggirare parecchi ostacoli, costituiti da frammenti e rottami della scialuppa. Oltre a frequenti pause per riprendere energie e lasciare riposare la sua schiena dolorante.
Durante il tragitto, di forse una decina di metri, ma che gli era sembrato di una decina di chilometri, Will aveva dovuto anche constatare il decesso di due suoi compagni, trovati a terra senza vita. Uno di loro era Palmas, il navigatore. Aveva gli occhi spalancati in un'espressione di terrore. Tutto quello che poté fare fu coprirne il volto con un lembo della sua uniforme lacerata.
Quando raggiunse l'altro superstite lo trovò a terra, accasciato in posizione fetale. Continuava a gemere e a pronunciare frasi sconnesse.
Will non appena fu sufficientemente vicino gli posò una mano sulla spalla.
"Stai tranquillo, non sei solo, ci sono qua io ora. Vedrai andrà tutto bene." Erano parole di circostanza. Nemmeno lui ci credeva.
"Come ti senti? Dove sei ferito?" fu la prima domanda. Ma non ebbe risposta se non altri gemiti.
"Coraggio, come ti chiami?" insistette Riker.
Nell'oscurità della scialuppa, non riusciva a scorgere il volto del ferito. Non riusciva nemmeno a determinarne il sesso o la razza. Fino a che, con uno scatto repentino, l'unico suo compagno sopravvissuto non si mise di schiena, con il volto rivolto verso l'alto. E con grande sorpresa, William riconobbe immediatamente il volto di quel dannato vulcaniano di Vovelek. Riker sorrise, non riuscendo a fare a meno di scherzare:
"Comincio a pensare seriamente che lei mi stia perseguitando!"
Vovelek naturalmente non rispose. Era sotto shock, incapace di comprendere quanto gli stava accadendo intorno. O forse invece, come ricordava William, era entrato in una fase di meditazione profonda, che vulcaniani sono in grado di autoindursi quando sono feriti gravemente, in modo da sopportare meglio il dolore e concentrare tutte le risorse residue del fisico verso la guarigione.
Comunque fosse, Riker rimase seduto accanto a lui, poggiandogli la mano sulla spalle tremanti, attendendo che riprendesse conoscenza. Ma la stanchezza prese il sopravvento e cadde in un sonno profondo.


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