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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 11
Quante ore erano passate? Non importava. Quando William si svegliò, un raggio di luce bianca, caldo ed accecante gli stava riscaldando metà del suo viso. La luce stava penetrando attraverso l'unico oblò di cui era dotata la scialuppa, rischiarandone finalmente l'interno. William, aprendo gli occhi rimase accecato e dovette coprirsi gli occhi con l'unica mano. Gli ci volle qualche secondo per riuscire a focalizzare nuovamente.
Ora poteva vedere abbastanza chiaramente intorno a sé. Vovelek era ancora sdraiato e pareva stare meglio. Non gemeva e non tremava più. Dormiva, respirando lentamente. William notò l'uniforme bruciacchiata ed una grossa macchia di sangue verde all'altezza della coscia. Poco sopra, con un lembo di uniforme, Vovelek aveva stretto un legaccio per bloccare l'emorragia, che ora pareva essersi arrestata.
Anche Riker stava meglio. Il dolore alla schiena si era fatto meno acuto, divenendo sopportabile. Sicuramente si trattava di una forte contusione, ma per fortuna nessun danno grave. Solo qualche escoriazione ed innumerevoli lividi sparsi su tutto il corpo. D'istinto si massaggiò l'avambraccio monco, un gesto che aveva ormai assunto il connotato di un tic nervoso. Rimpianse di non avere voluto, per orgoglio, installare almeno una protesi biomeccanica, ricordando le recenti discussioni avute, alcune anche piuttosto violente, con la dottoressa Crusher, la quale insisteva sulla necessità di ricorrere alla protesi e sulla incredibile stupidità dell'orgoglio maschile. Una mano in più, ora, gli avrebbe fatto davvero comodo.
Si guardò intorno. Dove erano gli altri? Facendo un rapido calcolo mancavano all'appello ventuno persone. Dalla sua posizione, riusciva a scorge un buon numero di corpi straziati, forse una decina. Ancora legati ai seggiolini di sicurezza, due donne e un boliano, la testa reclinata in avanti, giacevano senza vita, con i corpi sorretti dalla cinture. Vi era ancora una grossa fetta della scialuppa che era ancora nella completa oscurità, laddove i raggi di luce provenienti dall'esterno non erano ancora giunti, nemmeno di riflesso.
Decise di provare ad alzarsi e di tentare di individuare altri superstiti, oltre che recuperare il kit di pronto soccorso, che doveva essere ancora da qualche parte, per tentare di curare le ferite del comandante Vovelek.
Faticò non poco per rimettersi sulle sue gambe, ma grazie alla sua tenacia ed ad una tempra davvero invidiabile, riuscì, poggiandosi alla parete della scialuppa, a ripristinare una posizione, che proprio eretta non era, ma in quel momento, con la schiena a pezzi era più che accettabile. Scivolando lentamente contro la parete, stando ben attento a non inciampare, iniziò a perlustrare la scialuppa.
Intorno a lui solo morte e distruzione. A quanto pare, solo lui e il vulcaniano erano sopravvissuti allo schianto. A William tornarono alla mente i terribili momenti dello schianto della sezione a disco dell'Enterprise D sulla superficie di Veridiano III. Anche allora si salvò dal naufragio. Era destino che non dovesse morire precipitando. Sperò che il libro del suo destino avesse ancora molte pagine da narrare e che non terminasse su quel pianeta sconosciuto.
Raggiunse il pannello contente uno dei kit di pronto soccorso di cui era dotata la scialuppa. Dovette fare ricorso all'apertura manuale, in quanto non vi era più un solo barlume di energia in tutti i circuiti della scialuppa. Solo la luce di emergenza, alimentata da una batteria autonoma, continuava a lampeggiare.
Fece il viaggio a ritroso e tornò a sedersi sul pavimento, accanto a Vovelek. Estrasse un dermorigeneratore dal kit e un Hypospray contente una soluzione polivalente contro le infezioni. Somministrò ad entrambi una dose, dopodiché si mise al lavoro sulla coscia del vulcaniano. Con delicatezza aprì i lembi dell'uniforme lacerati e controllò lo stato della ferita.
Un pezzo metallico era ancora infilato nelle carni del comandante, circondato da sangue rappreso.
"Devo toglierlo" mormorò Will, come se Vovelek potesse sentirlo
"Ti farò un po' male, stringi i denti."
Con una mossa rapida estrasse il metallo dalla coscia, gettandolo lontano. Vovelek reagì con un tremito e gemendo. Ma subito si riaquietò, grazie ad una dose di antidolorifico che prontamente Riker gli iniettò all'altezza della spalla,
"Vedi? Ho già quasi finito. Ancora pochi minuti e starai meglio di me."
Will prese il dermo rigeneratore e cominciò a suturare la ferita alla gamba nel modo migliore possibile. Non era un medico, ma aveva visto usare decine di volte quello strumento in infermeria. Si ripromise di seguire un corso approfondito sull'uso degli strumenti medici di primo soccorso, una volta tornato sull'Enterprise. Solo dopo qualche istante si ricordò che non aveva nessuna possibilità di farvi ritorno. Se tutto era andato secondo i piani, ora, l'Enterprise e tutta la flotta in fuga dovevano essere al sicuro nel Quadrante Gamma. Oppure erano periti nel tentativo. Naturalmente era certo che il capitano Picard ce l'avesse fatta, ma comunque, per la sua situazione corrente non faceva alcuna differenza. Non avrebbe rivisto mai più né l'Enterprise né Picard. Ma per ora gli sarebbe stato sufficiente riuscire a vedere almeno l'alba del giorno successivo. Scacciò dalla mente ogni pensiero che non fosse finalizzato alla sopravvivenza. Non c'era spazio per preoccupazioni di diversa natura.
Quando ebbe finito con il dermorigeneratore, prese delle garze sterili e fasciò la gamba del vulcaniano, il quale, ignaro, continuava a non dare segni di voler riprendere conoscenza.
Priorità numero due: acqua e cibo.
Riker si rimise in piedi, sempre poggiandosi alla parete, stavolta si mosse nella direzione opposta, verso il punto in cui sapeva essere stivate le razioni di emergenza. E si trovavano la dove la luce non riusciva a rischiarare. Dovette quindi proseguire a tentoni, muovendo lentamente i piedi, scansando con attenzione gli ostacoli. Una volta che i suoi occhi si furono abituati all'oscurità, poté scorgere altri corpi senza vita, alcuni ancora legati ai seggiolini, altri a terra.
Will si vergognò per la fortuna sfacciata di cui ancora una volta aveva goduto. Perché lui era sopravvissuto e questi altri membri dell'equipaggio erano invece periti? Spesso si era domandato perché non era morto, per esempio, alla sua prima missione, come invece era accaduto per molti altri membri della Flotta Stellare.
Solo fortuna?
Decise che avrebbe approfondito la questione in un altro momento.
Continuò a strisciare lungo la parte fino a raggiungere la piccola stiva della scialuppa. Tastando nell'oscurità, raccolse due unità alimentari d'emergenza e cominciò il tragitto all'inverso.
Il comandante Vovelek ancora non dava segni di ripresa. Immobile, respirava lentamente.
Riker si sedette nuovamente accanto a lui, e consumò rapidamente la sua razione. Soprattutto stava patendo la sete e fu un vero sollievo sentire il liquido dell'integratore bagnargli l'ugola e scendere giù fino allo stomaco.
- Per oggi, non morirò di fame - pensò.
Quando ebbe terminato decise che era ora di scoprire su che pianeta fossero precipitati. Sempre con cautela, e con la schiena dolorante si trascinò fino al portello di uscita.
Era bloccato.
Provò a fare forza sulla leva dello sblocco meccanico di sicurezza, ma nonostante i suoi sforzi non si mosse di un millimetro.
- Sono troppo debole - concluse fra sé - forse con l'aiuto del comandante Vovelek riusciremo ad aprirla -
Essendo fallito il primo tentativo tornò ancora a vegliare il vulcaniano, sperando che si sarebbe risvegliato al più presto. L'idea di restare nella scialuppa, in compagnia di ventitré cadaveri non lo stuzzicava gran ché. Se non fossero usciti al più presto la situazione igienica sarebbe presto precipitata e il puzzo della decomposizione li avrebbe asfissiati. Per ora, a rischio, vi era solo la sua psiche. Vecchie storie di fantasmi riaffiorarono nella sua mente e un brivido gli percorse la schiena. Si rannicchiò in un angolo e cercò di dormire.

Picard camminava nervosamente, con le mani dietro la schiena. Q li aveva ancora una volta lasciati soli, per un periodo di tempo considerevolmente lungo e senza fornire alcuna spiegazione.
Quella specie di buffonata, così la vedeva Picard, di riunione del Consiglio del Q-Continuum era terminata. L'anfiteatro era improvvisamente scomparso, così come anche i membri del consiglio, i Borg e il Q-Borg.
Si erano ritrovati ancora una volta all'ombra di quella muraglia senza fine costeggiata da una strada in asfalto, già dove una volta Q li aveva portati dopo una lunga camminata. Il sole batteva sempre implacabile e la temperatura, Picard stimava, si aggirasse intorno ai trentanove, forse più di quaranta gradi centigradi. E la porta con gli strani simboli, che apparente mente non portava da nessuna parte, in quanto costruita in mezzo a deserto, era ancora li. Naturalmente chiusa. Picard si aspettava che Q, facesse di li la sua comparsa prima o poi. Chissà per annunciare cosa questa volta. E Picard detestava attendere. Detestava dover dipendere da Q e non avere nessuna carta da giocare a suo favore. Detestava non essere il padrone del proprio destino. Ma la posta in gioco era talmente alta che avrebbe potuto attendere per l'eternità senza battere ciglio.
I suoi compagni stavano seduti all'ombra, cercando di ripararsi dall'arsura. Solo Data non soffriva le condizioni climatiche estreme, grazie alla sua natura di androide. Infatti se ne stava in piedi, sotto il sole cocente, come se nulla fosse. Picard lo osservò provando un moto d'invidia. Data era insensibile anche alle condizioni climatiche estreme, non necessitava di un'atmosfera carica di ossigeno per sopravvivere, possedeva una forza di mille uomini, era in grado di attivare e disattivare a piacimento il proprio chip emozionale, scegliendo di momento in momento se lasciarsi cullare dalle emozioni o tornare ad essere una fredda macchina. Ed in più sarebbe vissuto per sempre. Molti uomini e non solo avrebbero pagato qualsiasi prezzo per avere anche solo la metà di queste possibilità. Eppure Data, probabilmente, avrebbe pagato altrettanto per diventare più simile agli umani. Insoddisfazione, senso di incompletezza, aspirazione a livelli più alti di vita e il moto che spingeva ogni forma di vita a colmare questo vuoto parevano essere le vere forze motrici dell'Universo. Se Dio avesse permesso all'Uomo di restare nel Paradiso, quasi certamente sarebbe ancora là, nudo e beato a raccogliere frutti e a godersi i raggi del sole, incurante del trascorrere del Tempo e del senso della Vita. Picard ringraziò Dio di avere cacciato l'umanità dal Paradiso, costringendola a combattere contro una Natura ostile. Ma anche a crescere, evolvere. Picard non era religioso, ma era certo, che se mai un dio o più dei li stessero osservando per giudicarli, non potessero che essere orgogliosi di quanto l'uomo aveva fatto, soprattutto negli ultimi trecento anni. E se così non fosse stato, che potessero andare al diavolo.
Data si rese conto di essere osservato dal capitano, per cui si incamminò verso di lui.
"Capitano, c'è qualcosa che non va?"
Picard comprese di avere attirato l'attenzione dell'androide, avendolo scrutato a lungo e senza preoccuparsi di poterlo mettere in imbarazzo. Anche se pensare a Data in imbarazzo gli riusciva difficile.
"Mi scusi signor Data, ero assorto in stupide riflessioni. Non volevo metterla in imbarazzo."
"Di nulla signore. Un penny per i suoi pensieri Capitano."
"Come?"
"Un penny per i suoi pensieri. E' un antico modo di dire, che trae origini dall'Inghilterra del diciottesimo secolo e…"
Picard interruppe Data, prima che continuasse a snocciolare altre nozioni. Picard conosceva il significato delle parole di Data. Solo che ancora oggi, nonostante lo conoscesse ormai da molti anni, si sorprendeva di sentirlo utilizzare forme colloquiali.
"So cosa significa Data!"
"Oh! Mi scusi signore"
Ci fu un momento di pausa e di silenzio fra i due, disturbato solo dal vento caldo che spazzava quella landa desertica.
"Stavo pensando proprio a lei" Picard ruppe il silenzio, incassando il penny di Data.
"Al fatto che spesso, sempre più spesso mi sono trovato ad invidiarla. Soprattutto in questi ultimi mesi, così difficili, così terribili. Quante volte, di fronte alla morte ed alla distruzione portate dai Borg, avrei voluto sopprimere ogni mio sentimento, schiacciare il dolore, cacciarlo lontano da me. Ma io non ho un chip che posso disattivare a piacimento."
Picard fece un sospiro appena accennato. Ricordi dolori, di compagni persi in battaglia, di pianeti distrutti, di corpi straziati e di urla di bambini gli strinsero il cuore e lo stomaco.
"Capisco signore. Ma le ricordo che anche il mio chip emozionale non è perfetto. In realtà quelle che io posso provare, sono solo emozioni simulate. Basterebbe modificare la programmazione ed i miei comportamenti potrebbero subire drastici cambiamenti. Potrei scoppiare a ridere ad un funerale, piangere per una barzelletta, essere orgoglioso di essere insultato. E mi sembrerebbe tutto rientrante nei normali parametri di funzionamento. Non sarei in grado di comprendere che le emozioni che sto provando non sono quelle corrette."
Picard si mise la mano sopra gli occhi per pararsi dalla luce solare e guardare bene in volto Data. Si chiese se Data fosse realmente in grado di provare insoddisfazione. Una macchina consapevole delle limitazioni della sua programmazione e che cerca di evolvere. Ma quella consapevolezza dove traeva origine e forza? Il dottor Soong aveva davvero fatto un lavoro straordinario con Data, riuscendo a ricreare in lui, quella scintilla vitale che sta alla base del desiderio umano di espandersi, crescere, migliorare, evolversi. Una tensione costante, presente nei geni della sua specie, rendendola per natura, irrequieta e temeraria.
"Nessuno è perfetto, signor Data," rispose semplicemente e continuò "però io continuo ad invidiarla. Soprattutto ora che i giorni che mi restano da vivere sono sempre meno di quelli che ho vissuto. Lei esisterà e continuerà la sua vita anche quando io non ci sarò più. Anche fra mille anni."
"Lei continuerà ad esistere signore" rispose Data.
"Davvero? Lei crede che ci sia qualche possibilità che io sia immortale quanto lei?"
"No capitano. Lei continuerà a vivere qui," e Data si indicò il cranio "nelle mie celle di memoria. Anche fra mille anni."
Picard sorrise divertito e diede una leggera pacca sulla schiena dell'androide il quale, goffamente ricambiò esclamando:
"vecchio mio!"
Dalla bocca di Picard scomparve il sorriso e la sua espressione si fece seria e corrucciata.
"Un'altra espressione colloquiale signore!" si scusò immediatamente l'androide togliendo la mano dalla spalla di Picard.
"Scuse accettate comandante" rispose il capitano. Data, come era possibile non volergli bene?
Il colloquio fra i due fu interrotto dal sopraggiungere di un rumore simile al rombo di un tuono.
Picard e Data, ma anche gli altri si voltarono verso la fonte del rumore. Dalla strada, appena visibile sotto l'orizzonte, si stava avvicinando qualcosa.
"E' un qualche tipo di veicolo" disse Geordi, il quale, grazie ai suoi impianti oculari, riusciva a scorgere oggetti ad una distanza considerevolmente maggiore rispetto ad un umano.
Picard e Data si portarono vicino agli altri compagni.
"Geordi cos'altro riesce a vedere?" Picard riusciva solo a scorgere la scia di polvere e sabbia che il mezzo stava sollevando nell'atmosfera.
"E' un veicolo su ruote. Somiglia ai nostri antichi mezzi di locomozione del ventesimo, forse ventunesimo secolo. Sicuramente ha un motore con propulsione ad idrocarburi. Riesco a scorgere un scia di fumo nerastro fuoriuscirgli dal lato posteriore"
Rapidamente il veicolo si fece sempre più vicino, tanto che anche Picard ora riuscì a scorgerlo con chiarezza. Era proprio un vecchio furgone telonato, di tipo militare, visto il colore verde scuro e il disegno in stile mimetico. Sul cofano portava le insegne della Coalizione Orientale, una delle due fazioni in cui la gente della Terra del ventunesimo secolo si divise, prima di dare inizio alla Terza Guerra Mondiale. Tale coalizione si era sciolta dieci anni dopo il primo volo a curvatura di Cochrane e l'incontro con il popolo Vulcaniano. Cosa ci faceva qui, nel Q-Continuum tale mezzo? Un altro dei giochetti di Q, sicuramente.
In pochi minuti il mezzo li raggiunse e come si aspettava Picard alla guida di esso vi era proprio Q, in un altro dei suoi soliti travestimenti, di cui pareva non potesse fare a meno. Picard per un momento si chiese quale potesse essere il vero aspetto di Q.
Ora indossava un'uniforme militare, tipica dei combattenti della Terza Guerra Mondiale, con le insegne della Coalizione Orientale.
La sabbia sollevata dal camion, fu spinta verso di loro dal vento, costringendoli a proteggersi gli occhi e facendoli tossire.
Q scese con agilità dal lato guida del mezzo e con fare scanzonato si presentò a Picard.
"Soldato Q a rapporto signore!" accompagnando il tutto con l'antico saluto militare terrestre e battendo i tacchi.
Picard strinse gli occhi per cercare di non far entrare della sabbia.
"Q! Un'altra delle tue mascherate! Si può sapere che sta succedendo? Prima eravamo davanti al Consiglio del Q-Continuum ed ora siamo qui! Vuoi spiegarci, almeno questa volta, che sta accadendo?"
"Mon capitaine! Ma è semplice! Il consiglio ha deciso. E ora tocca finalmente a voi entrare in azione. Non era questo che attendevi con impazienza?"
"Ma noi non abbiamo compreso che dobbiamo fare. Abbiamo sentito la Q parlare di tre prove. Di cosa si tratta?"
"Lo scoprirete presto. La Sfida ha inizio. Il destino della Galassia è nelle vostre mani. L'esito di questa sfida sarà determinante per decidere se saranno i Borg o le razze umanoidi a controllare la Via Lattea."
Q era stranamente agitato, notò Picard. Non doveva essere per nulla sicuro dell'esito di questa Sfida. Maledetti Q e maledetto il loro potere che stava influenzando il corso dell'evoluzione di migliaia di mondi.
"D'accordo. Siamo pronti. Cosa dobbiamo fare?" domandò Picard, deciso ad andare fino in fondo alla faccenda.
"Per cominciare…" Q allungò la mano destra e iniziò a far roteare l'indice verso di loro, come se stesse cercando qualcuno in particolare da indicare.
"Tu e tu! Venite con me!" disse rivolgendosi a Beverly e Deanna.
Le due donne si guardarono spaventate.
"Perché loro Q! Prendi me!" si intromise Picard
"No me!" seguì Worf.
"Le prove sono tre. Voi siete in sei. Due per volta. E ora è il loro turno. Così ha deciso il consiglio."
Picard strinse i pungi di rabbia, mentre Q invitava, con fare gentile, la Crusher e la Troi a salire nel retro del camion ma le donne esitarono, attendendo l'ordine espresso del proprio capitano.
"Forza! Su! Salite!" le esortò Q, vedendole titubare.
Picard e la Crusher incrociarono lo sguardo, carico di sentimento e di apprensione, e senza dirsi una sola parola si scambiarono un caldo abbraccio, che soltanto i loro cuori poterono apprezzare.
"Andate con Q" disse annuendo Picard e sia Beverly sia Deanna salirono aggrappandosi a delle maniglie. A quel punto Q tornò di fronte a Picard ripetendo l'antico saluto militare, "la Sfida ha inizio, mon capitaine! Vinca il migliore!" esclamò Q fingendo entusiasmo.
Poi Q tornò alla guida del mezzo, il cui motore, rimasto acceso aveva continuato a rombare sommessamente. Con uno strappo violento, il mezzo ripartì continuando nella stessa direzione. In pochi minuti scomparve all'orizzonte, lasciando dietro s'è una lunga nuvola di polvere, che lentamente il vento stava disperdendo.
"Capitano, crede che ce la faranno?" domandò sommessamente il klingon, evidentemente preoccupato delle sorti di Deanna, con la quale, anni addietro aveva avuto una breve ma intensa relazione.
"Non lo so signor Worf. Proprio non lo so."
E Picard sentì crescere ulteriormente il senso di impotenza dentro di lui.


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