Quante
ore erano passate? Non importava. Quando William si svegliò,
un raggio di luce bianca, caldo ed accecante gli stava riscaldando
metà del suo viso. La luce stava penetrando attraverso l'unico
oblò di cui era dotata la scialuppa, rischiarandone finalmente
l'interno. William, aprendo gli occhi rimase accecato e dovette coprirsi
gli occhi con l'unica mano. Gli ci volle qualche secondo per riuscire
a focalizzare nuovamente.
Ora poteva vedere abbastanza chiaramente intorno a sé. Vovelek
era ancora sdraiato e pareva stare meglio. Non gemeva e non tremava
più. Dormiva, respirando lentamente. William notò l'uniforme
bruciacchiata ed una grossa macchia di sangue verde all'altezza della
coscia. Poco sopra, con un lembo di uniforme, Vovelek aveva stretto
un legaccio per bloccare l'emorragia, che ora pareva essersi arrestata.
Anche Riker stava meglio. Il dolore alla schiena si era fatto meno
acuto, divenendo sopportabile. Sicuramente si trattava di una forte
contusione, ma per fortuna nessun danno grave. Solo qualche escoriazione
ed innumerevoli lividi sparsi su tutto il corpo. D'istinto si massaggiò
l'avambraccio monco, un gesto che aveva ormai assunto il connotato
di un tic nervoso. Rimpianse di non avere voluto, per orgoglio, installare
almeno una protesi biomeccanica, ricordando le recenti discussioni
avute, alcune anche piuttosto violente, con la dottoressa Crusher,
la quale insisteva sulla necessità di ricorrere alla protesi
e sulla incredibile stupidità dell'orgoglio maschile. Una mano
in più, ora, gli avrebbe fatto davvero comodo.
Si guardò intorno. Dove erano gli altri? Facendo un rapido
calcolo mancavano all'appello ventuno persone. Dalla sua posizione,
riusciva a scorge un buon numero di corpi straziati, forse una decina.
Ancora legati ai seggiolini di sicurezza, due donne e un boliano,
la testa reclinata in avanti, giacevano senza vita, con i corpi sorretti
dalla cinture. Vi era ancora una grossa fetta della scialuppa che
era ancora nella completa oscurità, laddove i raggi di luce
provenienti dall'esterno non erano ancora giunti, nemmeno di riflesso.
Decise di provare ad alzarsi e di tentare di individuare altri superstiti,
oltre che recuperare il kit di pronto soccorso, che doveva essere
ancora da qualche parte, per tentare di curare le ferite del comandante
Vovelek.
Faticò non poco per rimettersi sulle sue gambe, ma grazie alla
sua tenacia ed ad una tempra davvero invidiabile, riuscì, poggiandosi
alla parete della scialuppa, a ripristinare una posizione, che proprio
eretta non era, ma in quel momento, con la schiena a pezzi era più
che accettabile. Scivolando lentamente contro la parete, stando ben
attento a non inciampare, iniziò a perlustrare la scialuppa.
Intorno a lui solo morte e distruzione. A quanto pare, solo lui e
il vulcaniano erano sopravvissuti allo schianto. A William tornarono
alla mente i terribili momenti dello schianto della sezione a disco
dell'Enterprise D sulla superficie di Veridiano III. Anche allora
si salvò dal naufragio. Era destino che non dovesse morire
precipitando. Sperò che il libro del suo destino avesse ancora
molte pagine da narrare e che non terminasse su quel pianeta sconosciuto.
Raggiunse il pannello contente uno dei kit di pronto soccorso di cui
era dotata la scialuppa. Dovette fare ricorso all'apertura manuale,
in quanto non vi era più un solo barlume di energia in tutti
i circuiti della scialuppa. Solo la luce di emergenza, alimentata
da una batteria autonoma, continuava a lampeggiare.
Fece il viaggio a ritroso e tornò a sedersi sul pavimento,
accanto a Vovelek. Estrasse un dermorigeneratore dal kit e un Hypospray
contente una soluzione polivalente contro le infezioni. Somministrò
ad entrambi una dose, dopodiché si mise al lavoro sulla coscia
del vulcaniano. Con delicatezza aprì i lembi dell'uniforme
lacerati e controllò lo stato della ferita.
Un pezzo metallico era ancora infilato nelle carni del comandante,
circondato da sangue rappreso.
"Devo toglierlo" mormorò Will, come se Vovelek potesse
sentirlo
"Ti farò un po' male, stringi i denti."
Con una mossa rapida estrasse il metallo dalla coscia, gettandolo
lontano. Vovelek reagì con un tremito e gemendo. Ma subito
si riaquietò, grazie ad una dose di antidolorifico che prontamente
Riker gli iniettò all'altezza della spalla,
"Vedi? Ho già quasi finito. Ancora pochi minuti e starai
meglio di me."
Will prese il dermo rigeneratore e cominciò a suturare la ferita
alla gamba nel modo migliore possibile. Non era un medico, ma aveva
visto usare decine di volte quello strumento in infermeria. Si ripromise
di seguire un corso approfondito sull'uso degli strumenti medici di
primo soccorso, una volta tornato sull'Enterprise. Solo dopo qualche
istante si ricordò che non aveva nessuna possibilità
di farvi ritorno. Se tutto era andato secondo i piani, ora, l'Enterprise
e tutta la flotta in fuga dovevano essere al sicuro nel Quadrante
Gamma. Oppure erano periti nel tentativo. Naturalmente era certo che
il capitano Picard ce l'avesse fatta, ma comunque, per la sua situazione
corrente non faceva alcuna differenza. Non avrebbe rivisto mai più
né l'Enterprise né Picard. Ma per ora gli sarebbe stato
sufficiente riuscire a vedere almeno l'alba del giorno successivo.
Scacciò dalla mente ogni pensiero che non fosse finalizzato
alla sopravvivenza. Non c'era spazio per preoccupazioni di diversa
natura.
Quando ebbe finito con il dermorigeneratore, prese delle garze sterili
e fasciò la gamba del vulcaniano, il quale, ignaro, continuava
a non dare segni di voler riprendere conoscenza.
Priorità numero due: acqua e cibo.
Riker si rimise in piedi, sempre poggiandosi alla parete, stavolta
si mosse nella direzione opposta, verso il punto in cui sapeva essere
stivate le razioni di emergenza. E si trovavano la dove la luce non
riusciva a rischiarare. Dovette quindi proseguire a tentoni, muovendo
lentamente i piedi, scansando con attenzione gli ostacoli. Una volta
che i suoi occhi si furono abituati all'oscurità, poté
scorgere altri corpi senza vita, alcuni ancora legati ai seggiolini,
altri a terra.
Will si vergognò per la fortuna sfacciata di cui ancora una
volta aveva goduto. Perché lui era sopravvissuto e questi altri
membri dell'equipaggio erano invece periti? Spesso si era domandato
perché non era morto, per esempio, alla sua prima missione,
come invece era accaduto per molti altri membri della Flotta Stellare.
Solo fortuna?
Decise che avrebbe approfondito la questione in un altro momento.
Continuò a strisciare lungo la parte fino a raggiungere la
piccola stiva della scialuppa. Tastando nell'oscurità, raccolse
due unità alimentari d'emergenza e cominciò il tragitto
all'inverso.
Il comandante Vovelek ancora non dava segni di ripresa. Immobile,
respirava lentamente.
Riker si sedette nuovamente accanto a lui, e consumò rapidamente
la sua razione. Soprattutto stava patendo la sete e fu un vero sollievo
sentire il liquido dell'integratore bagnargli l'ugola e scendere giù
fino allo stomaco.
- Per oggi, non morirò di fame - pensò.
Quando ebbe terminato decise che era ora di scoprire su che pianeta
fossero precipitati. Sempre con cautela, e con la schiena dolorante
si trascinò fino al portello di uscita.
Era bloccato.
Provò a fare forza sulla leva dello sblocco meccanico di sicurezza,
ma nonostante i suoi sforzi non si mosse di un millimetro.
- Sono troppo debole - concluse fra sé - forse con l'aiuto
del comandante Vovelek riusciremo ad aprirla -
Essendo fallito il primo tentativo tornò ancora a vegliare
il vulcaniano, sperando che si sarebbe risvegliato al più presto.
L'idea di restare nella scialuppa, in compagnia di ventitré
cadaveri non lo stuzzicava gran ché. Se non fossero usciti
al più presto la situazione igienica sarebbe presto precipitata
e il puzzo della decomposizione li avrebbe asfissiati. Per ora, a
rischio, vi era solo la sua psiche. Vecchie storie di fantasmi riaffiorarono
nella sua mente e un brivido gli percorse la schiena. Si rannicchiò
in un angolo e cercò di dormire.
Picard
camminava nervosamente, con le mani dietro la schiena. Q li aveva
ancora una volta lasciati soli, per un periodo di tempo considerevolmente
lungo e senza fornire alcuna spiegazione.
Quella specie di buffonata, così la vedeva Picard, di riunione
del Consiglio del Q-Continuum era terminata. L'anfiteatro era improvvisamente
scomparso, così come anche i membri del consiglio, i Borg
e il Q-Borg.
Si erano ritrovati ancora una volta all'ombra di quella muraglia
senza fine costeggiata da una strada in asfalto, già dove
una volta Q li aveva portati dopo una lunga camminata. Il sole batteva
sempre implacabile e la temperatura, Picard stimava, si aggirasse
intorno ai trentanove, forse più di quaranta gradi centigradi.
E la porta con gli strani simboli, che apparente mente non portava
da nessuna parte, in quanto costruita in mezzo a deserto, era ancora
li. Naturalmente chiusa. Picard si aspettava che Q, facesse di li
la sua comparsa prima o poi. Chissà per annunciare cosa questa
volta. E Picard detestava attendere. Detestava dover dipendere da
Q e non avere nessuna carta da giocare a suo favore. Detestava non
essere il padrone del proprio destino. Ma la posta in gioco era
talmente alta che avrebbe potuto attendere per l'eternità
senza battere ciglio.
I suoi compagni stavano seduti all'ombra, cercando di ripararsi
dall'arsura. Solo Data non soffriva le condizioni climatiche estreme,
grazie alla sua natura di androide. Infatti se ne stava in piedi,
sotto il sole cocente, come se nulla fosse. Picard lo osservò
provando un moto d'invidia. Data era insensibile anche alle condizioni
climatiche estreme, non necessitava di un'atmosfera carica di ossigeno
per sopravvivere, possedeva una forza di mille uomini, era in grado
di attivare e disattivare a piacimento il proprio chip emozionale,
scegliendo di momento in momento se lasciarsi cullare dalle emozioni
o tornare ad essere una fredda macchina. Ed in più sarebbe
vissuto per sempre. Molti uomini e non solo avrebbero pagato qualsiasi
prezzo per avere anche solo la metà di queste possibilità.
Eppure Data, probabilmente, avrebbe pagato altrettanto per diventare
più simile agli umani. Insoddisfazione, senso di incompletezza,
aspirazione a livelli più alti di vita e il moto che spingeva
ogni forma di vita a colmare questo vuoto parevano essere le vere
forze motrici dell'Universo. Se Dio avesse permesso all'Uomo di
restare nel Paradiso, quasi certamente sarebbe ancora là,
nudo e beato a raccogliere frutti e a godersi i raggi del sole,
incurante del trascorrere del Tempo e del senso della Vita. Picard
ringraziò Dio di avere cacciato l'umanità dal Paradiso,
costringendola a combattere contro una Natura ostile. Ma anche a
crescere, evolvere. Picard non era religioso, ma era certo, che
se mai un dio o più dei li stessero osservando per giudicarli,
non potessero che essere orgogliosi di quanto l'uomo aveva fatto,
soprattutto negli ultimi trecento anni. E se così non fosse
stato, che potessero andare al diavolo.
Data si rese conto di essere osservato dal capitano, per cui si
incamminò verso di lui.
"Capitano, c'è qualcosa che non va?"
Picard comprese di avere attirato l'attenzione dell'androide, avendolo
scrutato a lungo e senza preoccuparsi di poterlo mettere in imbarazzo.
Anche se pensare a Data in imbarazzo gli riusciva difficile.
"Mi scusi signor Data, ero assorto in stupide riflessioni.
Non volevo metterla in imbarazzo."
"Di nulla signore. Un penny per i suoi pensieri Capitano."
"Come?"
"Un penny per i suoi pensieri. E' un antico modo di dire, che
trae origini dall'Inghilterra del diciottesimo secolo e
"
Picard interruppe Data, prima che continuasse a snocciolare altre
nozioni. Picard conosceva il significato delle parole di Data. Solo
che ancora oggi, nonostante lo conoscesse ormai da molti anni, si
sorprendeva di sentirlo utilizzare forme colloquiali.
"So cosa significa Data!"
"Oh! Mi scusi signore"
Ci fu un momento di pausa e di silenzio fra i due, disturbato solo
dal vento caldo che spazzava quella landa desertica.
"Stavo pensando proprio a lei" Picard ruppe il silenzio,
incassando il penny di Data.
"Al fatto che spesso, sempre più spesso mi sono trovato
ad invidiarla. Soprattutto in questi ultimi mesi, così difficili,
così terribili. Quante volte, di fronte alla morte ed alla
distruzione portate dai Borg, avrei voluto sopprimere ogni mio sentimento,
schiacciare il dolore, cacciarlo lontano da me. Ma io non ho un
chip che posso disattivare a piacimento."
Picard fece un sospiro appena accennato. Ricordi dolori, di compagni
persi in battaglia, di pianeti distrutti, di corpi straziati e di
urla di bambini gli strinsero il cuore e lo stomaco.
"Capisco signore. Ma le ricordo che anche il mio chip emozionale
non è perfetto. In realtà quelle che io posso provare,
sono solo emozioni simulate. Basterebbe modificare la programmazione
ed i miei comportamenti potrebbero subire drastici cambiamenti.
Potrei scoppiare a ridere ad un funerale, piangere per una barzelletta,
essere orgoglioso di essere insultato. E mi sembrerebbe tutto rientrante
nei normali parametri di funzionamento. Non sarei in grado di comprendere
che le emozioni che sto provando non sono quelle corrette."
Picard si mise la mano sopra gli occhi per pararsi dalla luce solare
e guardare bene in volto Data. Si chiese se Data fosse realmente
in grado di provare insoddisfazione. Una macchina consapevole delle
limitazioni della sua programmazione e che cerca di evolvere. Ma
quella consapevolezza dove traeva origine e forza? Il dottor Soong
aveva davvero fatto un lavoro straordinario con Data, riuscendo
a ricreare in lui, quella scintilla vitale che sta alla base del
desiderio umano di espandersi, crescere, migliorare, evolversi.
Una tensione costante, presente nei geni della sua specie, rendendola
per natura, irrequieta e temeraria.
"Nessuno è perfetto, signor Data," rispose semplicemente
e continuò "però io continuo ad invidiarla. Soprattutto
ora che i giorni che mi restano da vivere sono sempre meno di quelli
che ho vissuto. Lei esisterà e continuerà la sua vita
anche quando io non ci sarò più. Anche fra mille anni."
"Lei continuerà ad esistere signore" rispose Data.
"Davvero? Lei crede che ci sia qualche possibilità che
io sia immortale quanto lei?"
"No capitano. Lei continuerà a vivere qui," e Data
si indicò il cranio "nelle mie celle di memoria. Anche
fra mille anni."
Picard sorrise divertito e diede una leggera pacca sulla schiena
dell'androide il quale, goffamente ricambiò esclamando:
"vecchio mio!"
Dalla bocca di Picard scomparve il sorriso e la sua espressione
si fece seria e corrucciata.
"Un'altra espressione colloquiale signore!" si scusò
immediatamente l'androide togliendo la mano dalla spalla di Picard.
"Scuse accettate comandante" rispose il capitano. Data,
come era possibile non volergli bene?
Il colloquio fra i due fu interrotto dal sopraggiungere di un rumore
simile al rombo di un tuono.
Picard e Data, ma anche gli altri si voltarono verso la fonte del
rumore. Dalla strada, appena visibile sotto l'orizzonte, si stava
avvicinando qualcosa.
"E' un qualche tipo di veicolo" disse Geordi, il quale,
grazie ai suoi impianti oculari, riusciva a scorgere oggetti ad
una distanza considerevolmente maggiore rispetto ad un umano.
Picard e Data si portarono vicino agli altri compagni.
"Geordi cos'altro riesce a vedere?" Picard riusciva solo
a scorgere la scia di polvere e sabbia che il mezzo stava sollevando
nell'atmosfera.
"E' un veicolo su ruote. Somiglia ai nostri antichi mezzi di
locomozione del ventesimo, forse ventunesimo secolo. Sicuramente
ha un motore con propulsione ad idrocarburi. Riesco a scorgere un
scia di fumo nerastro fuoriuscirgli dal lato posteriore"
Rapidamente il veicolo si fece sempre più vicino, tanto che
anche Picard ora riuscì a scorgerlo con chiarezza. Era proprio
un vecchio furgone telonato, di tipo militare, visto il colore verde
scuro e il disegno in stile mimetico. Sul cofano portava le insegne
della Coalizione Orientale, una delle due fazioni in cui la gente
della Terra del ventunesimo secolo si divise, prima di dare inizio
alla Terza Guerra Mondiale. Tale coalizione si era sciolta dieci
anni dopo il primo volo a curvatura di Cochrane e l'incontro con
il popolo Vulcaniano. Cosa ci faceva qui, nel Q-Continuum tale mezzo?
Un altro dei giochetti di Q, sicuramente.
In pochi minuti il mezzo li raggiunse e come si aspettava Picard
alla guida di esso vi era proprio Q, in un altro dei suoi soliti
travestimenti, di cui pareva non potesse fare a meno. Picard per
un momento si chiese quale potesse essere il vero aspetto di Q.
Ora indossava un'uniforme militare, tipica dei combattenti della
Terza Guerra Mondiale, con le insegne della Coalizione Orientale.
La sabbia sollevata dal camion, fu spinta verso di loro dal vento,
costringendoli a proteggersi gli occhi e facendoli tossire.
Q scese con agilità dal lato guida del mezzo e con fare scanzonato
si presentò a Picard.
"Soldato Q a rapporto signore!" accompagnando il tutto
con l'antico saluto militare terrestre e battendo i tacchi.
Picard strinse gli occhi per cercare di non far entrare della sabbia.
"Q! Un'altra delle tue mascherate! Si può sapere che
sta succedendo? Prima eravamo davanti al Consiglio del Q-Continuum
ed ora siamo qui! Vuoi spiegarci, almeno questa volta, che sta accadendo?"
"Mon capitaine! Ma è semplice! Il consiglio ha deciso.
E ora tocca finalmente a voi entrare in azione. Non era questo che
attendevi con impazienza?"
"Ma noi non abbiamo compreso che dobbiamo fare. Abbiamo sentito
la Q parlare di tre prove. Di cosa si tratta?"
"Lo scoprirete presto. La Sfida ha inizio. Il destino della
Galassia è nelle vostre mani. L'esito di questa sfida sarà
determinante per decidere se saranno i Borg o le razze umanoidi
a controllare la Via Lattea."
Q era stranamente agitato, notò Picard. Non doveva essere
per nulla sicuro dell'esito di questa Sfida. Maledetti Q e maledetto
il loro potere che stava influenzando il corso dell'evoluzione di
migliaia di mondi.
"D'accordo. Siamo pronti. Cosa dobbiamo fare?" domandò
Picard, deciso ad andare fino in fondo alla faccenda.
"Per cominciare
" Q allungò la mano destra
e iniziò a far roteare l'indice verso di loro, come se stesse
cercando qualcuno in particolare da indicare.
"Tu e tu! Venite con me!" disse rivolgendosi a Beverly
e Deanna.
Le due donne si guardarono spaventate.
"Perché loro Q! Prendi me!" si intromise Picard
"No me!" seguì Worf.
"Le prove sono tre. Voi siete in sei. Due per volta. E ora
è il loro turno. Così ha deciso il consiglio."
Picard strinse i pungi di rabbia, mentre Q invitava, con fare gentile,
la Crusher e la Troi a salire nel retro del camion ma le donne esitarono,
attendendo l'ordine espresso del proprio capitano.
"Forza! Su! Salite!" le esortò Q, vedendole titubare.
Picard e la Crusher incrociarono lo sguardo, carico di sentimento
e di apprensione, e senza dirsi una sola parola si scambiarono un
caldo abbraccio, che soltanto i loro cuori poterono apprezzare.
"Andate con Q" disse annuendo Picard e sia Beverly sia
Deanna salirono aggrappandosi a delle maniglie. A quel punto Q tornò
di fronte a Picard ripetendo l'antico saluto militare, "la
Sfida ha inizio, mon capitaine! Vinca il migliore!" esclamò
Q fingendo entusiasmo.
Poi Q tornò alla guida del mezzo, il cui motore, rimasto
acceso aveva continuato a rombare sommessamente. Con uno strappo
violento, il mezzo ripartì continuando nella stessa direzione.
In pochi minuti scomparve all'orizzonte, lasciando dietro s'è
una lunga nuvola di polvere, che lentamente il vento stava disperdendo.
"Capitano, crede che ce la faranno?" domandò sommessamente
il klingon, evidentemente preoccupato delle sorti di Deanna, con
la quale, anni addietro aveva avuto una breve ma intensa relazione.
"Non lo so signor Worf. Proprio non lo so."
E Picard sentì crescere ulteriormente il senso di impotenza
dentro di lui.
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