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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 12
"Comandante! Comandante Vovelek!"
Il vulcaniano aveva dato i primi segni di volersi risvegliare dal letargo in cui pareva essere caduto. Riker lo scosse delicatamente, sperando finalmente che l'attesa fosse finita. Era rinchiuso nella scialuppa da almeno due giorni. Tante volte era sorto e poi tramontato il sole di quel pianeta sconosciuto. L'aria era divenuta viziata e la notte, la temperatura scendeva di parecchi gradi, tanto che William aveva dovuto recuperare anche delle coperte, dalla stiva della scialuppa.
"Si svegli! Dannato vulcan! Si svegli!"
Riker passò alle maniere forti, scuotendo il capo del vulcaniano forse con troppa energia. Ma ottenne il risultato sperato. Vovelek aprì di scatto gli occhi fissando intensamente Riker, che cessò immediatamente ogni movimento.
"Finalmente!" esclamò Riker "Come si sente?"
Vovelek tentò di alzarsi, ma subito dovette tornare a sdraiarsi.
"Comandante Riker. Cosa è successo?" furono le sue prime parole.
"Ci siamo schiantati con la scialuppa. Ricorda? Io e lei siamo gli unici sopravvissuti".
Vovelek annuì e tentò nuovamente di alzare almeno il busto. Riker lo aiutò a poggiare la schiena contro la parete della scialuppa.
"Vuole da bere? Immagino avrà sete. Sono due giorni che la sto vegliando."
Il vulcaniano annuì accettando la busta argentata che conteneva il liquido arricchito di sostanze nutritive fornito con le razioni d'emergenza. Vovelek bevve il contenuto avidamente e poi si guardò intorno. Si rammentò della ferita alla coscia e osservando la sua gamba notò che era stata curata.
"E' stato lei?" domandò
"Si, con il kit d'emergenza. Forse non è il miglior lavoro del mondo, ma almeno l'emorragia si è arrestata" rispose prontamente Riker.
"Grazie" fu tutto quello che disse Vovelek.
Ci furono parecchi secondi di silenzio fra i due. Riker lo interpretò come imbarazzo da parte del vulcaniano. Vovelek lo disprezzava. Forse anche lui era uno di quei vulcaniani che temeva che la cultura Vulcaniana potesse essere inquinata dal contatto con altre culture. Ora Vovelek doveva la vita a Riker e forse riteneva la cosa inaccettabile. Forse erano solo fantasie di William, che in quei due giorni di solitudine, attorniato da tanti cadaveri, aveva trascorso riflettendo sul perché della sua vita.
Vovelek ruppe il silenzio.
"Dove ci troviamo?"
"Non lo so. Gli strumenti della scialuppa sono fuori uso, Non abbiamo nemmeno l'energia di riserva. E la porta di uscita è bloccata. Da solo non sono riuscito ad aprirla. Per questo siamo ancora qui dentro. Contavo su di lei per tentare di sbloccarla."
"Decisione logica. Propongo di fare immediatamente un tentativo."
"Pensa di farcela? Se vuole riposare ancora un po' non c'è nessun problema. A quanto pare abbiamo aria a sufficienza ancora per qualche ora" obiettò Riker.
"Comandante. Se le propongo di tentare adesso è perché mi sento in gradi di farlo. Deve sempre mettere in dubbio la mia parola?"
Il tono della voce di Vovelek fu sprezzante. Nonostante la situazione d'emergenza il vulcaniano non aveva intenzione di concedere nulla a Riker. Quanto è grande l'orgoglio vulcaniano? Non basterebbe l'Universo a contenerlo, diceva un vecchio detto terrestre.
"D'accordo. In piedi allora!" esclamò Riker, convinto che fosse inutile tentare un dialogo amichevole con Vovelek.
William si rialzò rapidamente. Il dolore alla schiena era ormai molto leggero e finalmente non aveva più bisogno di reggersi per restare in piedi.
Vovelek, lentamente fece il suo primo tentativo di mettersi in piedi. Ma non appena dovette fare forza sulla gamba ferita, ebbe un cedimento e se Riker non l'avesse sorretto al volo, sarebbe sicuramente caduto pesantemente a terra.
"Mi lasci! Posso farcela da solo!" reagì malamente il vulcaniano.
"Come vuole" disse Riker che per tutta risposta incrociò le braccia, deciso a godersi lo spettacolo di un vulcaniano testardo ed orgoglioso, che cade a terra.
Invece, Vovelek, cambiò strategia ed evitò di sforzare la gamba ferita, riuscendo a mettersi in piedi, seppure barcollante.
"Andiamo" disse.
Riker fece strada raggiungendo per primo il portello d'uscita.
"Come vede, la leva d'emergenza è bloccata" indicò Riker
"Ha provato a tagliare il portello con un phaser?"
"Sta scherzando spero! Se avessi usato un phaser ci sarebbero volute ore per tagliare quel metallo e avrei bruciato tutto l'ossigeno che c'è qui dentro."
"Giusta considerazione. Ma lei ha appurato che la fuori ci sia un'atmosfera respirabile?" domandò Vovelek.
"No e non c'è modo di saperlo. Ma io credo che ci sia."
"Lei lo crede? In base a quali indizi?"
"Non lo so. Me lo sento" rispose William. Ed era vero. Non aveva elementi per accertarsi che sul pianeta fosse presente un'atmosfera respirabile. Aveva tentato di guardare fuori dall'oblò, ma tutto quello che si poteva scorgere, erano le vette di lontane e brulle montagne. Eppure lui sentiva che là fuori l'aria fosse respirabile. Aveva avuto la fortuna di sfuggire ai Borg, ad un schianto per poi morire soffocato? Non era logico, non era giusto.
"E io dovrei fidarmi delle sue sensazioni?" domandò Vovelek alzando un sopracciglio.
"Mi ascolti comandante. L'alternativa è restare qui dentro e morire di fame o di sete. Oppure soffocati dall'anidride carbonica che stiamo producendo. Nessuno verrà a soccorrerci e lei lo sa. Se c'è una speranza di sopravvivere si trova là fuori. E io voglio andare a prendermela" Riker era determinato a non permettere al vulcaniano di mettergli i piedi in testa o di ridicolizzarlo.
"Signore, parlando liberamente, penso che aprire quel portello sia un azzardo ingiustificabile, che potrebbe condannarci entrambi a morte. Ma lei è il mio superiore. Se me lo ordinerà lo farò."
Vovelek anziché collaborare si ostinava a restare dalla sua parte del fossato.
"Vovelek, diamine! Le sembra questo il momento di appellarsi alla disciplina?" Riker decise di provare a tendere una mano per primo.
"Siamo gli unici sopravvissuti di tutta la scialuppa, non dovremmo essere qui a scannarci l'un l'altro. Dobbiamo collaborare se vogliamo sopravvivere. Là fuori potrebbero esserci altri nostri compagni che hanno bisogno di aiuto. Dobbiamo trovare cibo ed acqua in fretta. Abbiamo altre cose a cui pensare che far rispettare la gerarchia!"
Vovelek tacque per qualche istante, come se stesse soppesando accuratamente le parole con cui avrebbe composto la risposta.
"Il fatto che io e lei siamo gli unici sopravvissuti non significa automaticamente che il nostro rapporto personale sia cambiato. Lei è e rimane il mio superiore. Se mi ordina di aiutarla ad aprire il portello lo farò. Così come il ruolo di comandante in seconda mi autorizza ad esporle il mio punto di vista riguardo le sue decisioni. E la mia opinione è, e rimane, che aprire quel portello senza avere la certezza di che atmosfera ci aspetti è un comportamento estremamente rischioso."
Vovelek aveva rifiutato la sua mano tesa. William scosse la testa.
Se Vovelek voleva un ordine l'avrebbe avuto.
"D'accordo, comandante, le ordino di aiutarmi ad aprire questo portello!" disse con tono formale Riker, come se gli stesse ordinando di preparare un rapporto qualsiasi.
"Sissignore" rispose Vovelek, afferrando con le mani la leva dello sblocco meccanico. Nonostante fosse debilitato, la forza del vulcaniano era notevole ed infatti, dopo alcuni tentativi il portello si aprì, con uno scatto, di circa quindici centimetri.
Al contatto, le due atmosfere, quella della scialuppa e quella del pianeta, compensarono la differenza di pressione. Un flusso leggero di aria fuoriuscì dalla scialuppa verso l'esterno. Non ci fu nessuna decompressione violenta. E l'aria che penetrò nell'interno della scialuppa era molto calda ma respirabile.
Riker tirò un sospiro di sollievo. Anche questa volta il suo istinto aveva visto giusto.
Facendo leva con un rottame fu facile spalancare l'uscita. E di fronte a Riker e Vovelek si presentò in tutta la sua terrificante maestosità un paesaggio desertico, simile al Sahara della Terra.
"Non sarà facile." commentò laconicamente Riker.

Impotente, Picard si era messo a sedere, con Geordi e Worf, all'ombra dell'infinita muraglia che tagliava in due quel deserto, sull'unico elemento presente, in altre parole il lastrone di marmo bianco, che costeggiava per qualche metro la muraglia.
Erano passati pochi minuti dal momento in cui Beverly e Deanna erano state costrette a salire su di un mezzo militare con le insegne della Coalizione Orientale, guidato da Q, in uno dei suoi soliti travestimenti.
Il capo del consiglio del Q-Continuum aveva parlato di tre prove e Q aveva confermato. Ma in che consistevano le tre prove? Chi sarebbero stati i loro avversari? Di fronte a quali difficoltà si sarebbero potuti trovare?
Ma soprattutto, l'interrogativo che più assillava Picard riguardava le sorte delle due donne, abbandonate a se stesse.
Picard mise la sua faccia fra le mani, massaggiandosi lentamente le tempie. La fronte era perlata di gocce di sudore, per l'afa crescente e una crescente sete gli attanagliava la gola.
Anche Geordi stava patendo la temperatura, mentre Worf sembrava non dare alcun segno di cedimento. Data invece, ancora esposto ai cocenti raggi del sole si guardava intorno, osservando attentamente l'ambiente circostante.
"Ci vorrebbe una bella bibita fresca" disse Geordi asciugandosi il sudore dalla fronte con la manica dell'uniforme.
Picard accennò di comprendere perfettamente il bisogno del suo ingegnere, mentre Worf rimase impassibile, suscitando la curiosità di Geordi.
"Worf! Non hai sete tu? Questo caldo non ti sta uccidendo?"
"Sono un Klingon. Sono addestrato a sopravvivere in condizioni estreme" fu la sua laconica risposta.
"Davvero? Beato te, io non so cosa darei per un solo sorso di acqua, purissima, semplicissima, acqua fresca!" esclamò Geordi.
"Manchi di autocontrollo. Sei qui solo da poche ore e già ti lamenti come una donnicciola. Sei un ottimo ingegnere, ma come guerriero faresti davvero ridere!" commentò il klingon, emettendo un ringhio appena accennato di evidente soddisfazione per la propria superiorità fisica.
"Ah! Si? Pensala come vuoi. Io invece mi sto ancora domandando perché ci abbiano lasciati qui, sotto questo sole, in un luogo tanto desolato. Siamo nel Q-Continuum, il regno degli esseri più potenti dell'Universo e non hanno nemmeno un po' d'acqua da offrirci!"
Geordi inveì contro tutto il Q-Continuum e tutti i Q, definendoli arroganti e accecati da loro stesso potere.
"Puoi almeno smettere di lamentarti? Il tuo lagno mi sta infastidendo" sbottò Worf, stanco di sentire i lamenti del capo ingegnere "Se hai sete, puoi sempre andare a cercartela l'acqua!"
Geordi, risentito per le parole del klingon si alzò in piedi, e petto in fuori, in un chiaro gesto di sfida, esclamò:
"stupido d'un klingon! E dove credi che possa trovarla l'acqua qui? Ordinandola dal cielo?"
Geordi aveva perso il controllo e la pazienza e cominciò a gridare proprio verso il cielo, come se sperasse così di comunicare i suoi desideri a qualche Q disposto ad ascoltarlo.
"Dannazione! Lassù! C'è nessuno? Ho sete!" gridò a squarciagola.
"Geordi per favore!" intervenne Picard, che aveva già troppi pensieri per la testa, e un ingegnere fuori di senno era l'ultimo problema di cui aveva bisogno. Ma Geordi lo ignorò.
"Vi siete dimenticati di noi? Ma che modi sono questi? Avete dimenticato cos'è la buona educazione? Sono un vostro ospite! Ho sete! Acqua fresca!"
"Tenente La Forge! Si metta a sedere ed in silenzio!" ordinò Picard con tono autoritario.
"Capitano! Ma le sembra possibile che…"
Geordi non ebbe il tempo di terminare la frase, che un piccolo tavolo, imbandito riccamente con frutta esotica e soprattutto con svariate bottiglie di altrettanto svariate bevande, tutte rigorosamente infilate in un grosso recipiente ricolmo di ghiaccio fumante, comparve, come al solito, dal nulla.
Geordi sbarrò gli occhi stupefatto e poi rivolgendoli ancora una volta al cielo ringraziò:
"Uh! Grazie! Grazie! Troppa grazia!" e poi volgendosi verso Worf con tono a metà strada fra l'arrogante ed il pomposo:
"allora guerriero? Cosa ne dici dei risultati che sa ottenere una donnicciola?"
Il klingon grugnì sommessamente. Per questa volta avrebbe dovuto alzare bandiera bianca. Ma come dare torto a Geordi? I suoi lamenti dovevano avere scocciato anche qualche Q di passaggio.
L'inaspettato regalo permise ai tre di dissetarsi e rifocillarsi.
Data, che non aveva nessun bisogno né di bere né di mangiare, rimase in disparte ad osservarli, limitandosi a scambiare qualche commento sulla natura esotica dei cibi e delle bevande raccolte sul piccolo tavolo. Molti di essi, infatti, erano apparentemente sconosciuti, ma dall'aspetto gradevole ed invitante. Anche Picard bevve e mangiò a sazietà, senza farsi troppe domande su cosa stesse ingerendo. Se i Q avessero voluto eliminarli, non sarebbero di certo ricorsi all'avvelenamento.
Erano ancora intenti a pasteggiare, quando si udì chiaramente, per la seconda volta quel sommesso rombo, prodotto dall'automezzo guidato da Q, partito pochi minuti prima. Istintivamente Picard cercò di scorgere la sagoma del camion, guardando nella direzione in cui l'aveva visto scomparire. Aspettandosi che Q stesse facendo già ritorno. Ma Geordi, toccandogli la spalla, gli fece cenno che anche questa volta, il suono proveniva dalla parte opposta, quella da cui Q era comparso la prima volta.
"E' ancora un automezzo militare, con una configurazione molto simile al precedente" informò Geordi, sfruttando le capacità dei suoi nuovi occhi.
"Riesce a vedere chi c'è alla guida? E' ancora Q?" domandò Picard.
"Aspetti. Un attimo. No! E' l'avversario di Q. Intravedo chiaramente il luccicare dei suoi impianti Borg".
Il Q-Borg si stava avvicinando rapidamente, sollevando con il suo mezzo, una nuvola di sabbia forse ancora maggiore di quella sollevata precedentemente da Q. Segno che stava viaggiando ad una velocità più elevata.
Quando finalmente fu sufficientemente vicino per rientrare nel campo visivo di Picard, si poterono notare, sul cofano del mezzo e sui fianchi le insegne della Coalizione Occidentale.
- Logico! - fu il commento di Picard, ma lo tenne per sé. Era certo che anche Worf, Data e Geordi avessero intuito che erano di fronte all'ennesima mascherata a metà strada fra il carnevale e il teatro che contraddistinguevano le comparsate di Q. E a quanto sembrava, il ventunesimo secolo terrestre, affascinava non poco Q. Anche in occasione del loro primo incontro, Q li accolse nella finta aula di un tribunale della fine di tale secolo. Il primo di una lunga serie di incontri, sicuramente uno dei meno piacevoli.
L'autocarro viaggiava a velocità sostenuta e i quattro si fecero da parte per non venire investiti.
Il Q-Borg era alla guida del mezzo, indossando una divisa dell'epoca, naturalmente con le insegne della Coalizione Occidentale. Da sotto di essa si intravedevano chiaramente gli innesti Borg dorati, che lo distinguevano da un drone qualunque.
Il Q-Borg, avvicinandosi a loro, non accennò a rallentare e sfrecciò a tutta velocità, investendo in pieno il banco con i dolci frutti e le bevande, spargendo il tutto sull'asfalto.
Il Q-Borg li aveva naturalmente scorsi, ma non si fermò, limitandosi a suonare due volte il clacson dell'autocarro in segno di saluto.
Una nuvola di sabbia investì in pieno i quattro. Picard fu costretto ancora una volta a proteggersi gli occhi con le mani ed ad evitare di inspirare aria nei polmoni, fino a che la nuvola non fu calata al suolo.
"Pirata!" gli gridò Data, una volta che l'autocarro fu passato e la polvere allontanata dal vento.
I suoi tre compagni si voltarono verso di lui, con sguardo interrogativo.
"E' un epiteto del ventunesimo secolo, adatto alla situazione" spiegò l'androide.
Picard non diede seguito e domandò,
"Li avete visti anche voi?"
"Chi capitano?" domandò Geordi
"Sul retro dell'autocarro, li ho visti, droni Borg!"
"Quanti signore?" domandò questa volta Worf.
"Ne ho contati almeno una mezza dozzina".
"Se come penso sono i droni contro cui dovranno confrontarsi la dottoressa Crusher ed il consigliere Troi, le probabilità di successo sono del…"
"Sono spacciate, Data, semplicemente spacciate".
Picard strinse rabbiosamente i pugni. Nuovamente, il senso d'impotenza, lo scosse nel profondo.


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