Seduto
su una roccia sporgente, sospesa sopra uno strapiombo di una sessantina
di metri standard, con le gambe a penzoloni, uno degli essere più
potenti dell'intero universo, osservava un poco annoiato lo spettacolo,
sempre che si potesse definire tale, che si stava svolgendo poco sotto.
Il sole era alto e forniva un discreto calore. Sufficiente per riscaldare
l'atmosfera di quel fragile pianeta di classe M, così lo avrebbero
classificato gli umani, e fornirgli energia per sostenere la vita.
E quel pianeta brulicava di vita. Ai piedi della rupe si estendeva
una foresta verde e lussureggiante, una marea verde che terminava
solo raggiunto il limite dell'orizzonte.
"Avanti! Vieni avanti coraggio!"
"Come hai fatto a
"
"Sono il tuo maestro, te lo sei scordato? Hai ancora un mucchio
di cose da imparare caro mio!"
Il giovane allievo Q, apparve alle spalle del suo mentore. Sul suo
volto si poteva ancora leggere il disappunto per essere stato scovato
dal suo nascondiglio.
"Non male l'idea di camuffarti con una frequenza di uno virgola
quarantasette hertz, piuttosto comune in questo punto della Galassia.
Ma avresti dovuto scegliere una radiazione meno insolita."
"Lo terrò a mente"
"Mi spiavi?" chiese Q al suo allievo
"No, facevo solo esercizio" rispose evasivamente il giovane
Q.
"Non c'è che dire," commentò scuotendo il
capo Q "stai proprio imparando a mentire!"
"Ho un grande maestro!" ribatté il ragazzo.
"Insolente! Ora che sei qui, siediti accanto a me ed osserva.
Sotto di noi c'è uno spettacolo davvero interessante: forme
di vita a confronto. Forme di vita senzienti."
Il giovane si mise anch'egli seduto, con le gambe sospese nel vuoto,
pericolosamente sul ciglio della sporgenza rocciosa.
"Stavo vedendo. E' la prima delle Tre Prove?" domandò
l'allievo.
"Si"
"Che stanno facendo le due umane? Perché sono così
ingrassate dall'ultima volta che le ho viste?"
"Non sono entrambe umane. La mora, Deanna, è betazoide.
Sai quei noiosi telepati," Q fece una pausa per grattarsi la
testa. Inconvenienti dell'avere assunto forma umana "e non sono
ingrassate. Sono in attesa di un figlio. La maggior parte degli umanoidi
cresce la propria progenie dentro il corpo delle femmine, per questo
paiono più grasse."
"E che fanno sole in quella grotta?" continuò curioso
il giovane Q.
"Cercano di sopravvivere. E' uno degli scopi della Prima Prova.
La Prova della Vita."
"E dove sono gli avversari? I Borg? Non riesco a scorgerli."
"Guarda dalla parte opposta, sotto quel crinale. Li vedi?"
disse Q indicando con l'indice della mano sinistra.
"Si, ora li vedo. Ma non erano cinque? Ne vedo solo due."
"Gli altri tre sono li vicino"
"Io vedo solo uno strano macchinario."
"E' quello che resta degli altri Borg" rispose Q
"Distrutti? Sono state le umane? Allora stai vincendo tu!"
Q scosse la testa. Il ragazzo aveva ancora molto da imparare. Pensava
troppo in fretta, senza fare analisi accurate.
"No! Non sono stati distrutti! Sono stati i loro due compagni
a smontarli. Hanno utilizzato le parti cibernetiche per costruire
un sistema di approvvigionamento e un replicatore perfettamente funzionanti.
Ora stanno replicando una serie di utensili, credo per scavare minerali
dal sottosuolo."
"Interessante! E tutto questo in un solo giorno? Efficienti non
c'è che dire!" commentò l'allievo il quale però
pareva essere maggiormente attratto dalle vicende delle due umanoidi.
"Anche loro hanno fatto tutto in un giorno?"
"Diciamo di si, diciamo di no" fu la risposta evasiva di
Q.
"Non credo di avere capito maestro."
Q sbuffò, come se rispondere alla domanda gli costasse uno
sforzo particolare. Come se avesse, come al solito, qualcosa da nascondere.
"Diciamo che ho cercato di aiutarle. Ho fatto in modo che il
loro giorno durasse quasi come circa cinque mesi terrestri."
L'allievo fece un sobbalzo, tanto che alcuni sassi precipitarono dalla
sporgenza, perdendosi nel vuoto. "Ma maestro! Il Consiglio del
Q-Continuum aveva severamente vietato ogni tipo di aiuto! Tu hai imbrog
"
Q si voltò di scatto verso il giovane fulminandolo con lo sguardo
e con un gesto repentino gli tappò la bocca.
"Taci! Vuoi che ti sentano? Lo sai che hanno orecchie dappertutto!
Non ho fatto quello che dici. Ho solo cercato di equilibrare una sfida
che era fin dall'inizio esageratamente impari! La Prima Prova misura
la capacità delle due razze di evolversi e riprodursi in un
ambiente ostile. Su questo pianeta c'era tutto il necessario per quelle
due, ma maledizione, hanno giocato a fare le ufficiali della Federazioni
per mezza giornata, mentre i Borg già assemblavano un primo
replicatore ad energia solare! Ho dovuto intervenire! Invece che familiarizzare
con la comunità di umani e betazoidi che avevo preparato per
la loro prova e cominciare subito a familiarizzare, costruire una
città, figliare e quant'altro! Hanno insistito con le loro
dannate procedure. Pensa! Si stavano preoccupando di un possibile
primo contatto! Non avevano capito che quei maschi erano li solo per
loro! E che il loro destino dipendeva da essi!" Q si grattò
ancora il capo sconsolato. La prima delle tre prove stava avendo un
esito alquanto infausto. In una arco di tre giorni i Borg avrebbero
completato tutto il necessario per cominciare a riprodursi e quindi
a creare ulteriori macchinari e a riprodursi ancora. Entro una settimana
sarebbero stati decine. Per sperare di poter ricreare una forza di
numero almeno eguale, sul fronte opposto, avrebbe dovuto trasformare
i giorni in anni, ma sapeva che così l'inganno sarebbe ben
presto stato scoperto. La Prova sospesa e il Q-Borg dichiarato vincitore.
"Interessante!" commentò il ragazzo, che già
comunque cominciava ad annoiarsi. Si era avvicinato di soppiatto nella
speranza di assistere a qualcosa di epocale, di assoluto, di inimmaginabile.
Invece, lo scenario gli pareva identico a quello di centinaia di altri
pianeti colonizzati dalla vita. Anzi decisamente più noioso.
"E come hai convinto le due umane a stringere rapporti con la
comunità autoctona?" continuò il ragazzo.
"Non le ho convinte. E non sono tutte e due umane!"
"Si, Ok! Me l'ero scordato! Comunque sono in attesa di prole.
Almeno un contatto deve esserci stato. Se non ricordo male, gli umanoidi
per riprodursi necessitano di uno scambio di liquidi seminali, di
un contatto fisico, di una certa intimità. Hanno forse compreso
la natura della Prova?"
Q rimase in silenzio. Era imbarazzato dalla risposta che avrebbe dovuto
fornire. Non avrebbe mai veramente voluto, ma ci era stato costretto
dalle circostanze, dall'esigenza primaria di dare almeno una possibilità
all'esito di quella maledetta Prima Prova.
"No, non lo hanno compreso. Ho dovuto modificare l'indole della
comunità autoctona, da pacifica in aggressiva. Sono stato costretto.
Non mi hanno lasciato scelta."
Q terminò la frase con un filo di voce e il suono delle sue
parole si perse rapidamente.
L'allievo lo stava fissando, colmo di stupore. Oggi, il suo maestro,
gli aveva impartito una nuova importante lezione sulla natura dei
Q. Su quella parte nascosta e segreta, figlia di tempi remoti in cui
anche i Q, lottavano contro le forze della natura per sopravvivere.
Si limitò ad un commento breve ma esaustivo:
"Sono state prese con la forza quindi."
Q non confermò apertamente, ma il suo silenzio valeva più
di mille parole. E la vergogna, sentimento umiliante per un Q, gli
avvampò il volto, come uno scolaretto colto dall'insegnante
a copiare durante un compito in classe.
Il giovane Q si alzò in piedi, pulendosi dal terriccio. La
polvere, sollevata dal vento, si disperse sulla foresta verde.
"Ho visto abbastanza. Ci rivedremo per la Seconda Prova. Questa
ormai ha un esito scontato". Il giovane scomparve nel nulla,
lasciando Q solo con se stesso.
"Da
che parte ci dirigiamo ora?" domandò Riker.
"A sud-est, all'incirca di quindici gradi verso sud. Non posso
essere più preciso senza un strumento adatto" rispose
il comandante Vovelek.
"Ma ne è proprio sicuro?"
"Comandante Riker, questa è la terza volta che mi fa
questa domanda. Deduco che proprio non si fida di me" rispose
il vulcaniano.
Riker si bagnò le labbra secche e prima di replicare portò
la sua borraccia alla bocca, traendone un piccolo sorso. Il caldo
di quel deserto lo stava facendo a pezzi, più di quanti l'impatto
al suolo con la navicella, non avesse già sparpagliato.
"Lei sta bevendo troppo, comandante" lo rimproverò
Vovelek
"Lei pensi alla sua scorta d'acqua che io penserò alla
mia. Sono ore che camminiamo nel nulla più assoluto seguendo
solo il suo istinto vulcaniano e che abbiamo trovato fino ad ora?
Rocce, sassi, sabbia! E poi altre rocce, altri sassi. Sono stanco,
facciamo un pausa!"
Riker aveva alzato il tono della voce, era ricolmo di rabbia per
la non certo gradevole situazione.
Vovelek rimase impassibile, fermo nel deserto, e si limitò
a replicare pacatamente "presto lei terminerà la sua
scorta d'acqua. Se tenterà di impadronirsi della mia, sappia
che io la ucciderò. Abbiamo ancora molto cammino da fare.
Sento la presenza di acqua proprio in questa direzione," e
indicò un punto apparentemente qualsiasi dell'orizzonte infuocato
"ma se non limiterà il suo consumo d'acqua, non ci arriverà
mai".
Riker era piegato, con l'unica mano superstite su una delle ginocchia.
Era talmente fiacco che lo zaino che portava in spalle, gli sembrò
lì lì per schiacciarlo.
"Non si preoccupi! Non prenderò una sola goccia della
sua riserva! Piuttosto me ne resterei a morire in questo maledetto
deserto!" replicò Will mentre si rimetteva in posizione
eretta.
"Bene signore. E' quello che constaterò molto presto
se non intende limitare il suo consumo d'acqua," rispose freddamente
Vovelek "ora, credo si sia riposato a sufficienza. Dobbiamo
riprendere il cammino, c'è ancora molta strada da percorrere".
Il vulcaniano riprese il cammino nella nuova direzione, senza attendere
che William fosse pronto a fare altrettanto. E Riker non lo era
ancora. Infatti gli ci vollero alcuni secondi per capire che era
stato abbandonato dal suo compagno ed abbozzare quindi un qualsiasi
tipo di reazione.
Facendo appello alle energie residue obbligò il suo corpo
a riprendere il cammino ed a seguire le orme nella sabbia della
sua guida improvvisata.
William cominciò seriamente a dubitare che avrebbero mai
trovato acqua e che invece sarebbero morti entrambi sotto i colpi
di quel sole cocente. Il primo a cadere sarebbe stato sicuramente
lui e non poté fare a meno di immaginare se stesso abbandonato
morente, mentre il comandante Vovelek, dal fisico più adatto
a sopportare queste temperature, proseguiva il suo cammino senza
curarsi della sua sorte.
Aveva fatto bene a fidarsi di Vovelek e del suo intuito vulcaniano?
Quando si erano ritrovati appena fuori della navicella di salvataggio,
distrutta dallo schianto al suolo, unici superstiti fra gli occupanti
della nave stella della Flotta USS Pioneer, e fu il momento di stabilire
una strategia di salvezza, si trovarono immediatamente d'accordo
sulla necessità di lasciare quel luogo alla ricerca di terre
più ospitali e soprattutto di una fonte di acqua. Ma in quale
direzione andare? Tutto intorno, a trecentosessanta gradi, non si
scorgeva altro che il deserto e apparentemente una direzione qualsiasi,
pareva godere delle stesse probabilità di portare alla meta.
Riker, se fosse stato solo, avrebbe lasciato al caso il compito
di decidere, visto che non aveva alcun elemento per potere prendere
alcuna decisione razionalmente, ma il comandante Vovelek pareva
essere certo di sapere dove si trovasse la più vicina oasi.
Istinto vulcaniano, fu la sua risposta.
Vulcano è per due terzi desertico, spiegò, e per poter
sopravvivere in un territorio tanto ostile la sua razza aveva imparato
a sviluppare una particolare capacità sensitiva, di cui tutti
i vulcaniani, in varia misura, erano dotati, ovvero percepire la
presenza d'acqua anche a grandi distanze. L'evoluzione aveva preteso
un grande tributo di vite vulcaniane, prima che tale capacità
si sviluppasse nei primi individui, i quali, sopravvivendo, la trasmisero
poi alle generazioni future. Tali individui, nel passato remoto
di Vulcano, erano eletti alla guida delle carovane che attraversavano
i deserti e considerati preziosi anche più dell'acqua stessa.
Intere guerre erano state combattute, prima dell'avvento della disciplina
di Surak, per il controllo di questi vulcaniani speciali, capaci
di dirigere la carovana sempre nella direzione migliore, sempre
verso la fonte d'acqua più vicina.
Questo naturalmente millenni fa, precisò il vulcaniano, quando
voi umani ancora non sapevate accendervi un fuoco, fu il suo commento,
caustico e xenofobo, come al solito.
William aveva sentito parlare di questa capacità dei vulcaniani,
delle leggende che circolavano su di loro, di vecchi detti della
Flotta Stellare di cui in quel momento ne ricordò uno in
particolare, che non era altro che l'evoluzione di uno terrestre:
se l'acqua non va dal vulcaniano, il vulcaniano va dall'acqua.
Per cui decise che valeva la pena di fidarsi e che per quell'occasione
poteva rinunciare a fare affidamento esclusivamente sulla sua buona
sorte, la quale, fino ad allora, non lo aveva mai tradito. E visto
come si stavano mettendo le cose, cominciò a temere che la
sua buona stella se la fosse presa a male per la mancata fiducia
accordatagli e lo avesse improvvisamente abbandonato.
Alzò la testa per controllare che i solchi nella sabbia che
stava seguendo fossero proprio quelli del comandate Vovelek e vide
il vulcaniano parecchi metri più avanti di lui, camminare
ad un passo spedito, come se per lui, le ore passate sotto il sole
fossero state un piacevole diversivo, una passeggiata di piacere,
un gita fuori porta.
Il vulcaniano si stava apprestando a scalare una duna sabbiosa,
che nascondeva l'orizzonte, alta forse una trentina di metri, dalle
pareti scoscese e prive di ogni appiglio. I suoi stivali affondarono
nella sabbia, lasciando solchi profondi sul fianco della duna e
spezzando la perfezione del declivio sabbioso, che il vento aveva
scolpito, granello dopo granello.
Quando Riker giunse alla base della duna, Vovelek aveva ormai quasi
raggiunto la sommità. William ne approfittò per riposarsi
ancora qualche minuto e cercare le energie per una scalata che in
altro occasioni sarebbe anche stata divertente, ma che in quel momento
si presentava come un ostacolo insormontabile.
"Comandante Riker! Comandante Riker!"
Era la voce del vulcaniano, che nel frattempo aveva raggiunto la
sommità delle duna e faceva ampi gesti con il braccio destro.
"Venga a vedere."
Il cuore di Riker si riempì di speranza. Acqua! Un'oasi!
Sicuramente dietro quella duna si estendeva una meravigliosa oasi!
Come se miracolosamente le energie fossero rifluite nel suo corpo,
William partì di gran carriera, cercando di scalare il pendio
sabbioso il più velocemente possibile, aiutandosi anche con
la mano superstite. Gli stivali gli si riempirono di sabbia, ma
non importava, pensò, avrebbe avuto tempo dopo di svuotarli
e di immergere i piedi in un fresco ruscello. Ne era sicuro, la
sua buona stella lo aveva perdonato e stava venendo in suo soccorso.
In pochi minuti raggiunse Vovelek. Aveva il cuore che batteva all'impazzata
per lo sforzo e dovette aggrapparsi al compagno per non scivolare
dalla parte opposta del crinale.
Ma la sorpresa non fu per nulla piacevole. Davanti a lui si estendevano
ancora chilometri di deserto e non vi era traccia alcuna di una
qualsiasi fonte d'acqua.
Nei suoi occhi si poté leggere la disperazione più
cupa.
Vovelek indicò un punto imprecisato sotto di loro "vede
quella zona di colore più scuro?"
"Dove? Credo di non riuscire più a guardare questo deserto!"
domandò Riker, sorseggiando ancora un goccio d'acqua della
sua ormai quasi vuota borraccia.
"Poco oltre quella grande depressione. C'è una zona
del deserto di colore più intenso. Laggiù troveremo
dell'acqua. Forse non molta, ma ci permetterà di rifornire
le nostre scorte. Soprattutto le sue" lo punzecchiò
il vulcaniano.
Riker non rispose alla provocazione e scosse il capo sconsolato.
Non si sentiva certo di poter mai arrivare a quel puntino scuro
e concluse che davvero, quel giorno, la sua buona stella lo aveva
tradito.
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