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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 14
"Come ti senti Deanna?"
Beverly si chinò sulla betazoide, porgendole un recipiente fatto d'osso, forse quel che restava del cranio di qualche grosso animale, ricolmo d'acqua fresca.
"Debole. Ogni giorno sempre più debole."
La betazoide era sdraiata su un pagliericcio improvvisato, con le mani conserte sulla pancia ingrossata per la gravidanza in corso. Pallida ed emaciata, rivoli di sudore le rigavano la fronte. Sintomi di una febbre crescente. La sua uniforme della Flotta era sporca e lacera. Macchie di sangue rappreso la costellavano qua e là.
"E' il bambino. Sta per arrivare. Vedrai, passerà presto" la rassicurò la dottoressa.
"Non è vero!" singhiozzò Deanna "Ho già partorito una volta, sull'Enterprise D ricordi? Non mi venne una febbre così alta prima del parto!"
Beverly le si sedette accanto, con un movimento lento ed impacciato. Anche l'umana era in attesa. Circa al sesto, forse settimo mese. Beverly aveva perso il conto dei giorni dopo che era rimasta priva di conoscenza per un periodo imprecisato, a causa delle violente percosse ricevuto da uno dei loro carcerieri.
"Quella non fu una gravidanza naturale. Fu causata da una forma di vita aliena. Tu hai forse dimenticato che dal concepimento al parto passarono poche ore? Beh! Questa è una vera, reale, dolorosa gravidanza betazoide. Fidati del tuo dottore."
Beverly accompagnò le sue parole con un sorriso dolce ed il più rassicurante possibile.
Deanna sbuffò e scosse le spalle. Poi tentò di bere l'acqua che l'amica di sventura le aveva procurato. L'acqua era preziosa. Il torrente era distante più di venti minuti di cammino e Beverly avrebbe dovuto riposare anziché occuparsi di lei.
"Eppure io non ricordo nessuna donna su Betazed nelle mie condizioni. Beverly dimmi la verità. C'è qualcosa che non va, percepisco che tu mi stai nascondendo qualcosa." Deanna fissò la dottoressa dritta negli occhi, sperando così di farle crollare quel blocco. Da un paio di settimane, in altre parole da quando era comparsa la febbre, Beverly non era più la stessa e la sua mente, prima limpida e sincera, si era come oscurata, forse per un terribile segreto che la riguardava. Ma con il peggioramento delle sue condizioni, anche le capacità empatiche erano parzialmente venute meno. In fondo lei era solo per metà betazoide. Deanna riusciva ad avere solo percezioni confuse, ma anche facendo appello al solo intuito umano riusciva a comprendere che qualunque cosa le stesse tenendo nascosta Beverly, sicuramente la riguardava ed era legata allo stato della sua salute.
Beverly sostenne lo sguardo, facendo appello a tutta la sua forza di volontà per non cedere. Era intimamente e fisicamente provata dagli avvenimenti di quegli ultimi terribili mesi. Q che le abbandonava su quel pianeta, dichiarando che stava per avere inizio la Prima Prova, ma senza spiegare minimamente in cosa consistesse. L'incontro con i primitivi Yeoman, l'unica popolazione umanoide e senziente della foresta, composta solo da membri di sesso maschile di evidente razza umana e betazoide. In tutto una tribù di un paio di dozzine di persone, all'apparenza pacifici e dediti all'agricoltura.
La dottoressa ricordava bene il primo incontro. Gli Yeoman non avevano mai visto un essere di sesso femminile e restarono come abbagliati, affascinati da una diversità mai conosciuta. E soprattutto incredibilmente attratti. Furono accolte nelle loro capanne e per i primi tempi tutto andò bene. Gli Yeoman procuravano loro il cibo e pareva non chiedessero nulla in cambio se non la loro compagnia. Intanto lei e Deanna avevano esplorato la foresta, nella speranza di trovare un'altra civiltà, più evoluta. O di ritrovare Q o Picard, chiunque insomma capace di portarle via da li.
"Deanna, credimi. E' tutto assolutamente normale. La tua febbre calerà presto. Tu continua con gli impacchi che ti ho preparato, mettili bene sulla fronte e sul petto. Non sono efficaci come i medicinali standard, ma credimi faranno lo stesso il loro effetto."
Beverly sorrise ancora e tentò di cambiare discorso.
"Oggi è una splendida giornata, dovresti vedere come brilla il sole!"
Deanna cercò di rispondere al sorriso con un altro sorriso. Ma ne uscì una smorfia appena abbozzata.
"Beverly, credi che ce ne andremo mai da qui?"
La domanda della betazoide riaprì una ferita profonda nell'animo della dottoressa. Da ormai qualche tempo, Beverly stava cercando di costringere se stessa a rassegnarsi all'idea di concludere la propria esistenza su quello sconosciuto pianeta, con la sola compagnia dei brutali Yeoman e forse di suo figlio, quello che portava ora nel grembo e di eventuali futuri altri, che qualche maschio sicuramente l'avrebbe con la forza costretta a concepire. Se almeno le fosse rimasta Deanna vicino, ma il destino aveva tragicamente complottato contro di loro. La creatura che Deanna portava in grembo era in posizione podalica. Ovvero con i piedi, anziché la testa, verso l'uscita, condizione che il novantacinque per cento delle volte impediva la corretta riuscita di un parto naturale e che poteva portare alla morte sia del nascituro sia della madre. Un problema abbastanza frequente, che la moderna medicina aveva risolto da un centinaio di anni, grazie ad un semplice intervento poche settimane dopo il concepimento, o, in caso di diagnosi tardiva, con un altrettanto semplice e sicuro taglio cesareo. Ma non li, non con i pochi e scarsi attrezzi di pietra che possedevano gli Yeoman. Beverly stava ancora cercando di organizzare quanto necessario per l'intervento. Una pietre di selce abbastanza affilata per aprire il ventre della betazoide, un dente sufficientemente piccolo ed affilato come ago, delle budella di hochk, una specie di cinhgiale che pascolava nei dintorni, essiccate ed intrecciate, come filo per la sutura e qualcosa, ma ancora non sapeva cosa, per lenire il dolore e per disinfettare. Fossero state abbandonate sulla Terra o su uno dei principali pianeti della Federazione, avrebbe saputo ricavare un anestetico da qualche radice o erba medica. Ma li intorno, cresceva una vegetazione completamente differente. Le restavano circa due settimane per tentare qualche esperimento sui maschi della tribù.
"Il capitano! Il capitano Picard! Perché non viene a salvarci?" continuò Deanna, con le lacrime agli occhi.
"Non lo so. Non lo so. Noi dobbiamo restare qui. Questa è la Prima Prova e ne va del destino dell'intera galassia, di miliardi di persone. Se il prezzo che dobbiamo pagare per vincerla è questo, lo pagheremo senza lamentarci."
Beverly prese per mano la compagna, mentre con l'altra le asciugò le lacrime.
"Scusami, sono uno sciocca egoista," balbettò Deanna "è che ho tanta paura, paura di morire, paura di restare abbandonata qui per sempre, senza potere più rivedere i volti delle persone care. Dimenticate per l'eternità, senza nemmeno, alla fine, conoscere l'esito dei nostri sforzi."
"Anch'io ho paura Deanna. Ma dobbiamo farci forza. Sono convinta che presto riusciremo a capire la vera natura della Prova e finalmente potremo tentare qualcosa. Ora tu devi solo pensare a riposarti e a far calare la febbre. Voglio che tu stia bene ed anche il tuo bambino. Altrimenti chi aiuterà me quando verrà il mio turno?"
Deanna sorrise e il suo volto, per un istante, tornò a riempirsi della luce che aveva sempre emanato in quei lunghi anni di servizio assieme.
"Ora dormi. Io vado a prendere altra acqua e qualcosa da mangiare."
Deanna annuì e chiuse gli occhi dolcemente.
Beverly uscì dalla capanna, con la schiena dolorante per il peso del fagotto che portava dentro di se. Il sole era prossimo a tramontare. Un altro giorno, su quel pianeta abbandonato stava per terminare. Beverly si incamminò verso il torrente, seguita da uno degli Yeoman che le sorvegliava giorno e notte. Se voleva tornare dal torrente prima che fosse buio doveva accelerare il passo. Un grosso rapace emise il suo grido, scomparendo poi all'orizzonte e Beverly si fermò solo un istante ad osservarlo e provò invidia per quel paio d'ali che tanto lontano da quel luogo desolato, lo potevano portare.
La stella di quello sconosciuto sistema solare era ormai prossima a completare l'arco giornaliero della sua sfera celeste Presto l'oscurità sarebbe scesa su di loro impedendo di continuare il cammino.

La macchia, cosi ormai Riker chiamava quel punto scuro che Vovelek aveva indicato dalla sommità di una duna, quale luogo ricco di preziosa acqua, era ancora lontana, ma non oltre un'altra giornata di cammino. Anche perché William era consapevole che non avrebbe resistito oltre.
Nell'ultima ora di cammino la morfologia del terreno era mutata, passando da sabbiosa a prevalentemente sassosa, il che aveva reso il cammino più facile, visto che gli stivali non affondavano più nella sabbia per almeno venti centimetri.
Vovelek aveva individuato un gruppo roccioso che secondo il suo giudizio era particolarmente adatto per trascorrere la notte, al riparo dal vento, che una volta calato il sole, diventava gelido.
Tanto era infernale di giorno, tanto era gelido di notte. Questa era la doppia faccia del deserto, a quanto pare, in qualunque parte della Galassia.
Passarono la notte stretti l'uno all'altro, nel tentativo di scaldarsi a vicenda, dividendosi l'unica coperta termica che avevano portato con se, sottraendola al kit d'emergenza della capsula di salvataggio. Riker notò come fosse particolarmente buia la notte su quel planetoide, privo, così almeno pareva, di satelliti capaci di riflettere un poco di luce solare. In compenso le stelle brillavano in maniera sorprendente. Avrebbe voluto restare a godersi lo spettacolo più a lungo, ma la stanchezza dovuta alla giornata di cammino si trasformò in torpore che lo avvolse rapidamente e cadde in un sonno profondo.
Profondo ma breve. Il comandante Vovelek lo strappò bruscamente al mondo di Morfeo, scuotendolo ripetutamente.
"Si svegli comandante! Il sole sta per sorgere. Dobbiamo muoverci prima che la temperatura torni ad alzarsi."
Riker aprì lentamente gli occhi e la prima cosa che vide fu il volto del vulcaniano, come sempre serio ed impettito. L'atmosfera era debolmente illuminata da degli sparuti raggi solari che provenivano dall'orizzonte, proprio di fronte a loro e un velo rossastro si stava lentamente espandendo nel cielo.
William sbatté le palpebre ripetutamente e si mise su di un fianco.
"Maledizione! Stavo facendo un sogno meraviglioso. I Borg non erano mai arrivati, avevo ancora il mio braccio e…"
"I sogni sono manifestazioni tipiche delle menti governate dal caos. I vulcaniani non sognano. Il nostro cervello non ha bisogno di riorganizzare le informazioni durante il riposo" lo interruppe Vovelek.
Riker scosse il capo sorridendo di fronte all'ennesima punzecchiatura contro la sua specie.
"Deve sapere che sognare è piacevole. E sa qual era l'aspetto migliore del mio sogno di questa notte?"
Vovelek, che era intento a richiudere il suo zaino, lo fissò con un'espressione che Riker interpretò come curiosità per la risposta ma non aprì bocca e continuò imperterrito il suo lavoro.
E allora Will decise che non gliela avrebbe data e si rimise in piedi senza finire il discorso, sicuro che entro dieci secondi il vulcaniano avrebbe apertamente manifestato il suo desiderio di conoscere la risposta. Il conteggio mentale era arrivato a nove quando la voce di Vovelek echeggiò nel deserto.
"Dato di fatto che noi vulcaniani non sogniamo in maniera così disorganizzata come voi umani, era curioso di conoscere le dinamiche legate alle esperienze oniriche di altre specie e..."
"Vuole sapere cosa mi è davvero piaciuto del sogno?" tagliò corto Riker cantando vittoria dentro di se.
"Sintetizzando brutalmente, la risposta è si"
Riker fece una pausa, si chinò e raccolse il suo zaino e se lo mise a spalle, poi si fece un lungo sospiro puntando i suoi occhi dritti in quelli del suo compagno di naufragio.
"Non c'erano vulcaniani!" fu la sua risposta, laconica e tagliente.
Vovelek alzò un sopracciglio in segno di sorpresa, ma da buon rappresentante della sua razza non lasciò che nessuna emozione trasparisse all'esterno e si limitò ad un breve commento.
"Come dite voi umani? Non tutte le ciambelle riescono con il buco?"
-Touché! - Riker ammise che il suo avversario, sul piano dialettico, era davvero formidabile e per questa volta decise che avrebbe battuto la ritirata.
"D'accordo signor Vovelek, lasciamo perdere i sogni e le ciambelle e veda di ricordarsi in che direzione dobbiamo muoverci."
"Io sono pronto. Se lei è pronto possiamo riprendere il cammino"
"Prontissimo. Da che parte?" rispose Riker passando oltre il vulcaniano, accompagnando le parole ad un gesto di invito con un abbozzo di inchino. Vovelek non rispose e si limitò a riprendere il cammino a passo spedito, mentre il sole lentamente cominciava a fare capolino alle loro spalle.
Poche ore dopo il sole era alto nel cielo e quella sconfinata pianura nuovamente un inferno, con temperature che superavano sicuramente i quaranta gradi centigradi. Riker aveva esaurito la sua riserva d'acqua almeno un'ora prima e il suo passo era diventato sempre meno spedito e già una volta era caduto a terra inciampandosi malamente in un sasso sporgente. E Vovelek, naturalmente, pareva non risentire dell'ambiente ostile, anzi, pareva proprio si sentisse a casa. Ora stava almeno una cinquantina di metri più avanti di lui e non accennava a rallentare per aspettarlo.
Maledetto vulcaniano! Imprecò fra se Riker. Avrei fatto meglio a lasciarti morire sulla capsula! Almeno adesso starei morendo nel deserto sentendomi meno idiota!
Aveva una sete terribile, ma proprio come gli aveva pronosticato Vovelek, era rimasto senza scorta e il suo orgoglio stava facendo il possibile per impedirgli di chiedere al vulcaniano che gliene concedesse un poco della sua. Tanto più che era certo che non gliela avrebbe mai concessa, anzi, avrebbe sicuramente intimamente goduto nel vederlo dapprima soffrire e infine morire per disidratazione. E sarebbe stato pronto a scommettere che la ferrea logica del vulcaniano gli avrebbe consigliato di fare il suo corpo a pezzi per poi consumarlo. C'erano mai stati casi di antropofagia fra i vulcaniani? No! Sicuramente no! I vulcaniani sono perfetti! Non sbagliano mai! E poi, non correrebbero mai il rischio di nutrirsi di carne umana e ritrovarsi magari poi infettati dalle dannose ed inutili emozioni che affliggono gli abitanti della Terra!
Riker si accorse che stava cominciando a vaneggiare. Forse sarebbe stato meglio impegnare il cervello in qualcosa di più utile, come costringere il proprio corpo, sempre più riluttante, a fare un passo dopo l'altro, possibilmente facendo attenzione a non inciampare nuovamente.
Circa tre ore dopo William non riusciva più a vedere il suo compagno, sia perché era ormai troppo avanti a lui, sia perché la sua vista era completamente annebbiata. Facendo appello a tutta la sua forza di volontà, stava seguendo le orme lasciate da Vovelek, fissando come un pazzo fuori da un manicomio il terreno. Non sentiva nemmeno più il caldo, né la stanchezza, né la sete. Come un automa si limitava a portare una gamba davanti all'altra, con ritmo lento, respirando affannosamente.
"Non ti chiederò l'acqua! Non ti chiederò l'acqua!" ripeteva all'infinito con voce impercettibile, come se si trattasse di una antica nenia.
Poi sentì un improvvisa e lancinante fitta. Non avrebbe saputo indicare il punto esatto nel suo corpo, tutte le sue percezioni fisiche erano come attutite. Si sentì cadere, ma non percepì l'impatto, come se stesse vivendo l'accaduto in terza persona. Come un fantasma che osserva quello che prima era il suo corpo di vivente.
"E' finita" mormorò. E poi fu il buio.


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