"Come
ti senti Deanna?"
Beverly si chinò sulla betazoide, porgendole un recipiente
fatto d'osso, forse quel che restava del cranio di qualche grosso
animale, ricolmo d'acqua fresca.
"Debole. Ogni giorno sempre più debole."
La betazoide era sdraiata su un pagliericcio improvvisato, con le
mani conserte sulla pancia ingrossata per la gravidanza in corso.
Pallida ed emaciata, rivoli di sudore le rigavano la fronte. Sintomi
di una febbre crescente. La sua uniforme della Flotta era sporca e
lacera. Macchie di sangue rappreso la costellavano qua e là.
"E' il bambino. Sta per arrivare. Vedrai, passerà presto"
la rassicurò la dottoressa.
"Non è vero!" singhiozzò Deanna "Ho già
partorito una volta, sull'Enterprise D ricordi? Non mi venne una febbre
così alta prima del parto!"
Beverly le si sedette accanto, con un movimento lento ed impacciato.
Anche l'umana era in attesa. Circa al sesto, forse settimo mese. Beverly
aveva perso il conto dei giorni dopo che era rimasta priva di conoscenza
per un periodo imprecisato, a causa delle violente percosse ricevuto
da uno dei loro carcerieri.
"Quella non fu una gravidanza naturale. Fu causata da una forma
di vita aliena. Tu hai forse dimenticato che dal concepimento al parto
passarono poche ore? Beh! Questa è una vera, reale, dolorosa
gravidanza betazoide. Fidati del tuo dottore."
Beverly accompagnò le sue parole con un sorriso dolce ed il
più rassicurante possibile.
Deanna sbuffò e scosse le spalle. Poi tentò di bere
l'acqua che l'amica di sventura le aveva procurato. L'acqua era preziosa.
Il torrente era distante più di venti minuti di cammino e Beverly
avrebbe dovuto riposare anziché occuparsi di lei.
"Eppure io non ricordo nessuna donna su Betazed nelle mie condizioni.
Beverly dimmi la verità. C'è qualcosa che non va, percepisco
che tu mi stai nascondendo qualcosa." Deanna fissò la
dottoressa dritta negli occhi, sperando così di farle crollare
quel blocco. Da un paio di settimane, in altre parole da quando era
comparsa la febbre, Beverly non era più la stessa e la sua
mente, prima limpida e sincera, si era come oscurata, forse per un
terribile segreto che la riguardava. Ma con il peggioramento delle
sue condizioni, anche le capacità empatiche erano parzialmente
venute meno. In fondo lei era solo per metà betazoide. Deanna
riusciva ad avere solo percezioni confuse, ma anche facendo appello
al solo intuito umano riusciva a comprendere che qualunque cosa le
stesse tenendo nascosta Beverly, sicuramente la riguardava ed era
legata allo stato della sua salute.
Beverly sostenne lo sguardo, facendo appello a tutta la sua forza
di volontà per non cedere. Era intimamente e fisicamente provata
dagli avvenimenti di quegli ultimi terribili mesi. Q che le abbandonava
su quel pianeta, dichiarando che stava per avere inizio la Prima Prova,
ma senza spiegare minimamente in cosa consistesse. L'incontro con
i primitivi Yeoman, l'unica popolazione umanoide e senziente della
foresta, composta solo da membri di sesso maschile di evidente razza
umana e betazoide. In tutto una tribù di un paio di dozzine
di persone, all'apparenza pacifici e dediti all'agricoltura.
La dottoressa ricordava bene il primo incontro. Gli Yeoman non avevano
mai visto un essere di sesso femminile e restarono come abbagliati,
affascinati da una diversità mai conosciuta. E soprattutto
incredibilmente attratti. Furono accolte nelle loro capanne e per
i primi tempi tutto andò bene. Gli Yeoman procuravano loro
il cibo e pareva non chiedessero nulla in cambio se non la loro compagnia.
Intanto lei e Deanna avevano esplorato la foresta, nella speranza
di trovare un'altra civiltà, più evoluta. O di ritrovare
Q o Picard, chiunque insomma capace di portarle via da li.
"Deanna, credimi. E' tutto assolutamente normale. La tua febbre
calerà presto. Tu continua con gli impacchi che ti ho preparato,
mettili bene sulla fronte e sul petto. Non sono efficaci come i medicinali
standard, ma credimi faranno lo stesso il loro effetto."
Beverly sorrise ancora e tentò di cambiare discorso.
"Oggi è una splendida giornata, dovresti vedere come brilla
il sole!"
Deanna cercò di rispondere al sorriso con un altro sorriso.
Ma ne uscì una smorfia appena abbozzata.
"Beverly, credi che ce ne andremo mai da qui?"
La domanda della betazoide riaprì una ferita profonda nell'animo
della dottoressa. Da ormai qualche tempo, Beverly stava cercando di
costringere se stessa a rassegnarsi all'idea di concludere la propria
esistenza su quello sconosciuto pianeta, con la sola compagnia dei
brutali Yeoman e forse di suo figlio, quello che portava ora nel grembo
e di eventuali futuri altri, che qualche maschio sicuramente l'avrebbe
con la forza costretta a concepire. Se almeno le fosse rimasta Deanna
vicino, ma il destino aveva tragicamente complottato contro di loro.
La creatura che Deanna portava in grembo era in posizione podalica.
Ovvero con i piedi, anziché la testa, verso l'uscita, condizione
che il novantacinque per cento delle volte impediva la corretta riuscita
di un parto naturale e che poteva portare alla morte sia del nascituro
sia della madre. Un problema abbastanza frequente, che la moderna
medicina aveva risolto da un centinaio di anni, grazie ad un semplice
intervento poche settimane dopo il concepimento, o, in caso di diagnosi
tardiva, con un altrettanto semplice e sicuro taglio cesareo. Ma non
li, non con i pochi e scarsi attrezzi di pietra che possedevano gli
Yeoman. Beverly stava ancora cercando di organizzare quanto necessario
per l'intervento. Una pietre di selce abbastanza affilata per aprire
il ventre della betazoide, un dente sufficientemente piccolo ed affilato
come ago, delle budella di hochk, una specie di cinhgiale che pascolava
nei dintorni, essiccate ed intrecciate, come filo per la sutura e
qualcosa, ma ancora non sapeva cosa, per lenire il dolore e per disinfettare.
Fossero state abbandonate sulla Terra o su uno dei principali pianeti
della Federazione, avrebbe saputo ricavare un anestetico da qualche
radice o erba medica. Ma li intorno, cresceva una vegetazione completamente
differente. Le restavano circa due settimane per tentare qualche esperimento
sui maschi della tribù.
"Il capitano! Il capitano Picard! Perché non viene a salvarci?"
continuò Deanna, con le lacrime agli occhi.
"Non lo so. Non lo so. Noi dobbiamo restare qui. Questa è
la Prima Prova e ne va del destino dell'intera galassia, di miliardi
di persone. Se il prezzo che dobbiamo pagare per vincerla è
questo, lo pagheremo senza lamentarci."
Beverly prese per mano la compagna, mentre con l'altra le asciugò
le lacrime.
"Scusami, sono uno sciocca egoista," balbettò Deanna
"è che ho tanta paura, paura di morire, paura di restare
abbandonata qui per sempre, senza potere più rivedere i volti
delle persone care. Dimenticate per l'eternità, senza nemmeno,
alla fine, conoscere l'esito dei nostri sforzi."
"Anch'io ho paura Deanna. Ma dobbiamo farci forza. Sono convinta
che presto riusciremo a capire la vera natura della Prova e finalmente
potremo tentare qualcosa. Ora tu devi solo pensare a riposarti e a
far calare la febbre. Voglio che tu stia bene ed anche il tuo bambino.
Altrimenti chi aiuterà me quando verrà il mio turno?"
Deanna sorrise e il suo volto, per un istante, tornò a riempirsi
della luce che aveva sempre emanato in quei lunghi anni di servizio
assieme.
"Ora dormi. Io vado a prendere altra acqua e qualcosa da mangiare."
Deanna annuì e chiuse gli occhi dolcemente.
Beverly uscì dalla capanna, con la schiena dolorante per il
peso del fagotto che portava dentro di se. Il sole era prossimo a
tramontare. Un altro giorno, su quel pianeta abbandonato stava per
terminare. Beverly si incamminò verso il torrente, seguita
da uno degli Yeoman che le sorvegliava giorno e notte. Se voleva tornare
dal torrente prima che fosse buio doveva accelerare il passo. Un grosso
rapace emise il suo grido, scomparendo poi all'orizzonte e Beverly
si fermò solo un istante ad osservarlo e provò invidia
per quel paio d'ali che tanto lontano da quel luogo desolato, lo potevano
portare.
La stella di quello sconosciuto sistema solare era ormai prossima
a completare l'arco giornaliero della sua sfera celeste Presto l'oscurità
sarebbe scesa su di loro impedendo di continuare il cammino.
La
macchia, cosi ormai Riker chiamava quel punto scuro che Vovelek
aveva indicato dalla sommità di una duna, quale luogo ricco
di preziosa acqua, era ancora lontana, ma non oltre un'altra giornata
di cammino. Anche perché William era consapevole che non
avrebbe resistito oltre.
Nell'ultima ora di cammino la morfologia del terreno era mutata,
passando da sabbiosa a prevalentemente sassosa, il che aveva reso
il cammino più facile, visto che gli stivali non affondavano
più nella sabbia per almeno venti centimetri.
Vovelek aveva individuato un gruppo roccioso che secondo il suo
giudizio era particolarmente adatto per trascorrere la notte, al
riparo dal vento, che una volta calato il sole, diventava gelido.
Tanto era infernale di giorno, tanto era gelido di notte. Questa
era la doppia faccia del deserto, a quanto pare, in qualunque parte
della Galassia.
Passarono la notte stretti l'uno all'altro, nel tentativo di scaldarsi
a vicenda, dividendosi l'unica coperta termica che avevano portato
con se, sottraendola al kit d'emergenza della capsula di salvataggio.
Riker notò come fosse particolarmente buia la notte su quel
planetoide, privo, così almeno pareva, di satelliti capaci
di riflettere un poco di luce solare. In compenso le stelle brillavano
in maniera sorprendente. Avrebbe voluto restare a godersi lo spettacolo
più a lungo, ma la stanchezza dovuta alla giornata di cammino
si trasformò in torpore che lo avvolse rapidamente e cadde
in un sonno profondo.
Profondo ma breve. Il comandante Vovelek lo strappò bruscamente
al mondo di Morfeo, scuotendolo ripetutamente.
"Si svegli comandante! Il sole sta per sorgere. Dobbiamo muoverci
prima che la temperatura torni ad alzarsi."
Riker aprì lentamente gli occhi e la prima cosa che vide
fu il volto del vulcaniano, come sempre serio ed impettito. L'atmosfera
era debolmente illuminata da degli sparuti raggi solari che provenivano
dall'orizzonte, proprio di fronte a loro e un velo rossastro si
stava lentamente espandendo nel cielo.
William sbatté le palpebre ripetutamente e si mise su di
un fianco.
"Maledizione! Stavo facendo un sogno meraviglioso. I Borg non
erano mai arrivati, avevo ancora il mio braccio e
"
"I sogni sono manifestazioni tipiche delle menti governate
dal caos. I vulcaniani non sognano. Il nostro cervello non ha bisogno
di riorganizzare le informazioni durante il riposo" lo interruppe
Vovelek.
Riker scosse il capo sorridendo di fronte all'ennesima punzecchiatura
contro la sua specie.
"Deve sapere che sognare è piacevole. E sa qual era
l'aspetto migliore del mio sogno di questa notte?"
Vovelek, che era intento a richiudere il suo zaino, lo fissò
con un'espressione che Riker interpretò come curiosità
per la risposta ma non aprì bocca e continuò imperterrito
il suo lavoro.
E allora Will decise che non gliela avrebbe data e si rimise in
piedi senza finire il discorso, sicuro che entro dieci secondi il
vulcaniano avrebbe apertamente manifestato il suo desiderio di conoscere
la risposta. Il conteggio mentale era arrivato a nove quando la
voce di Vovelek echeggiò nel deserto.
"Dato di fatto che noi vulcaniani non sogniamo in maniera così
disorganizzata come voi umani, era curioso di conoscere le dinamiche
legate alle esperienze oniriche di altre specie e..."
"Vuole sapere cosa mi è davvero piaciuto del sogno?"
tagliò corto Riker cantando vittoria dentro di se.
"Sintetizzando brutalmente, la risposta è si"
Riker fece una pausa, si chinò e raccolse il suo zaino e
se lo mise a spalle, poi si fece un lungo sospiro puntando i suoi
occhi dritti in quelli del suo compagno di naufragio.
"Non c'erano vulcaniani!" fu la sua risposta, laconica
e tagliente.
Vovelek alzò un sopracciglio in segno di sorpresa, ma da
buon rappresentante della sua razza non lasciò che nessuna
emozione trasparisse all'esterno e si limitò ad un breve
commento.
"Come dite voi umani? Non tutte le ciambelle riescono con il
buco?"
-Touché! - Riker ammise che il suo avversario, sul piano
dialettico, era davvero formidabile e per questa volta decise che
avrebbe battuto la ritirata.
"D'accordo signor Vovelek, lasciamo perdere i sogni e le ciambelle
e veda di ricordarsi in che direzione dobbiamo muoverci."
"Io sono pronto. Se lei è pronto possiamo riprendere
il cammino"
"Prontissimo. Da che parte?" rispose Riker passando oltre
il vulcaniano, accompagnando le parole ad un gesto di invito con
un abbozzo di inchino. Vovelek non rispose e si limitò a
riprendere il cammino a passo spedito, mentre il sole lentamente
cominciava a fare capolino alle loro spalle.
Poche ore dopo il sole era alto nel cielo e quella sconfinata pianura
nuovamente un inferno, con temperature che superavano sicuramente
i quaranta gradi centigradi. Riker aveva esaurito la sua riserva
d'acqua almeno un'ora prima e il suo passo era diventato sempre
meno spedito e già una volta era caduto a terra inciampandosi
malamente in un sasso sporgente. E Vovelek, naturalmente, pareva
non risentire dell'ambiente ostile, anzi, pareva proprio si sentisse
a casa. Ora stava almeno una cinquantina di metri più avanti
di lui e non accennava a rallentare per aspettarlo.
Maledetto vulcaniano! Imprecò fra se Riker. Avrei fatto meglio
a lasciarti morire sulla capsula! Almeno adesso starei morendo nel
deserto sentendomi meno idiota!
Aveva una sete terribile, ma proprio come gli aveva pronosticato
Vovelek, era rimasto senza scorta e il suo orgoglio stava facendo
il possibile per impedirgli di chiedere al vulcaniano che gliene
concedesse un poco della sua. Tanto più che era certo che
non gliela avrebbe mai concessa, anzi, avrebbe sicuramente intimamente
goduto nel vederlo dapprima soffrire e infine morire per disidratazione.
E sarebbe stato pronto a scommettere che la ferrea logica del vulcaniano
gli avrebbe consigliato di fare il suo corpo a pezzi per poi consumarlo.
C'erano mai stati casi di antropofagia fra i vulcaniani? No! Sicuramente
no! I vulcaniani sono perfetti! Non sbagliano mai! E poi, non correrebbero
mai il rischio di nutrirsi di carne umana e ritrovarsi magari poi
infettati dalle dannose ed inutili emozioni che affliggono gli abitanti
della Terra!
Riker si accorse che stava cominciando a vaneggiare. Forse sarebbe
stato meglio impegnare il cervello in qualcosa di più utile,
come costringere il proprio corpo, sempre più riluttante,
a fare un passo dopo l'altro, possibilmente facendo attenzione a
non inciampare nuovamente.
Circa tre ore dopo William non riusciva più a vedere il suo
compagno, sia perché era ormai troppo avanti a lui, sia perché
la sua vista era completamente annebbiata. Facendo appello a tutta
la sua forza di volontà, stava seguendo le orme lasciate
da Vovelek, fissando come un pazzo fuori da un manicomio il terreno.
Non sentiva nemmeno più il caldo, né la stanchezza,
né la sete. Come un automa si limitava a portare una gamba
davanti all'altra, con ritmo lento, respirando affannosamente.
"Non ti chiederò l'acqua! Non ti chiederò l'acqua!"
ripeteva all'infinito con voce impercettibile, come se si trattasse
di una antica nenia.
Poi sentì un improvvisa e lancinante fitta. Non avrebbe saputo
indicare il punto esatto nel suo corpo, tutte le sue percezioni
fisiche erano come attutite. Si sentì cadere, ma non percepì
l'impatto, come se stesse vivendo l'accaduto in terza persona. Come
un fantasma che osserva quello che prima era il suo corpo di vivente.
"E' finita" mormorò. E poi fu il buio.
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