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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 16
Picard si chinò sulle due sagome scure, allineate sulla sabbia bollente.
Aveva fatto allontanare sia Worf sia Geordi. Loro non avrebbero dovuto vedere. Lui era il capitano e solo a lui sarebbe toccato il terrificante spettacolo che si celava dietro quelle cerniere.
Nonostante fosse evidente a chi appartenessero i corpi che si celavano nei sacchi, nonostante ogni logica fosse stata abbattuta dalla crudezza della realtà, Picard si accinse al riconoscimento con la più umana delle speranze, ovvero che in fondo, a volte, anche l'inevitabile potesse essere evitato. Per fortuna, per puro caso, per intervento divino.
Lentamente fece scivolare la prima cerniera e non appena i primi raggi del sole illuminarono l'interno, lo stomaco di Picard si contrasse, come se fosse stato direttamente comandato dai suoi occhi e da quello che stavano vedendo. Beverly, sicuramente Beverly. Il suo volto diviso in due. Una metà ancora umana, seppur livida, con i colori che la morte ci dipinge addosso e il resto una tipica protesi oculare Borg. Era stata assimilata. Picard richiuse in fretta il sacco ed espirò profondamente. Rimase in ginocchio qualche istante cercando di riprendere il controllo.
"Capitano" intervenne Geordi, vedendo il proprio capitano in evidente difficoltà.
"E' tutto a posto Geordi" rispose Picard, alzando una mano.
Picard passò al secondo sacco. Era ormai una pura formalità. Nessuna speranza, nemmeno la più irrazionale albergava nel suo animo. Il corpo che avrebbe trovato sarebbe stato sicuramente quello di Deanna.
Aprì rapidamente la cerniera e questa volta lo spettacolo fu anche peggiore.
Il corpo all'interno del sacco era in avanzato stato di decomposizione e un puzzo di morte si liberò nell'aria, sostando qualche istante nei pressi delle narici di Picard, prima di essere disperso lontano dall'incessante vento di quel deserto sconosciuto.
Con un gesto rapido ma goffo, Picard richiuse rapidamente la cerniera, ma stordito dalla esalazione della carne putrefatta ricadde all'indietro, finendo col trovarsi seduto nella sabbia.
Non aveva potuto stabilire con certezza che si trattasse di Deanna, ma per nessun motivo al mondo avrebbe riaperto quel sacco. Era comunque evidente che si trattava della betazoide. Di quel che ne restava.
Perché? Si domandò. Per quale motivo?
La Sfida. Per dare una speranza alla galassia intera. Due vite contro quelle di miliardi di esseri viventi. Per lui, però, il prezzo era già fin troppo alto.
Si rialzò pulendosi l'uniforme dalla sabbia, poi si rivolse ai suoi ufficiali, i quali a loro volta erano costernati dal dolore per la perdita di due persone che erano state molto di più che compagne di equipaggio.
Fu una pura formalità la conferma dell'identità dei due cadaveri fatta da Picard. Sia Worf sia Geordi si limitarono ad abbassare lo sguardo. Data invece parve restare impassibile. Il chip emozionale doveva essere disattivo, ma Picard era certo, che a modo suo, Data stesse soffrendo per la perdita.
Q rimase in silenzio, appoggiato a braccia conserte alla sponda del camion militare senza fiatare. Pareva sinceramente dispiaciuto per l'accaduto. Ma era difficile dire se Q, nonostante la vastità delle sue conoscenze, sapesse realmente cosa significasse il dolore.
Quando Picard gli puntò addosso i suoi occhi ricolmi di pura rabbia, Q aggrottò la fronte, stupito dalla forza che emanava dallo sguardo del capitano.
"Come è potuto succedere questo Q!"
Q sciolse le braccia e le allargò a indicare che non conosceva la risposta.
"Mon capitaine. C'est la vie!" rispose.
Picard lo fissò per un breve istante.
"Sei un assassino. E' tua la responsabilità di queste morti innocenti."
Detto questo voltò le spalle a Q e si allontanò dal camion andandosi a sedere sul marmo, all'ombra della muraglia infinita.
"No! Caro il mio capitano! Io non sono un assassino!" ribatté Q, staccandosi dalla sponda e seguendo Picard come un cagnolino.
"Hai accettato la Sfida? Ecco, ora che fai? Ti ritiri? Siccome c'è da rischiare, il buon capitano Picard della Flotta Stellare se la fa sotto? Come un cadetto alle prime armi?"
Q sapeva dove colpire e lo fece con durezza. Lui aveva il suo scopo. Vincere la Sfida una volta per tutte e per avere almeno una speranza avrebbe dovuto obbligare Picard a dare il meglio di se. E ci era sempre riuscito ogni volta che aveva spinto Picard a mettersi in competizione con lui. L'orgoglio di quell'umano era qualcosa di unico in tutto l'universo.
E anche questa volta funzionò.
Picard strinse i pugni e si rimise in piedi di scatto, mettendo il suo naso a non più di cinque centimetri da quello di Q. Un classico comportamento da maschio umano che vuole mostrare la sua forza al branco mentre viene sfidato. Umani. Sorrise dentro se Q, in un milione di anni non sono cambiati poi molto.
"Non me la sto facendo sotto! E' che trovo tutto questo una barbarie ingiustificata! Io in fondo mi sono sempre fidato di te! Nonostante i guai che ci hai creato in passato, ho sempre creduto che comunque noi contassimo qualcosa per te e che quindi, ci avessi sempre nascostamente protetto."
Picard fece una pausa, giusto il tempo i bagnarsi le labbra, arse dalla calura.
"Ora invece non sono più sicuro di nulla. Ora so che… Che tu questa volta non ci aiuterai. Non ci proteggerai."
Q sorrise. Picard, l'orgoglioso Picard stava ammettendo di avere in fondo, un'umana, comprensibile paura.
"Jean-Luc mi deludi. Come hai potuto pensare tanto male di me? Io proteggervi? Ma se a malapena vi sopporto! Suvvia!" rispose Q con tono canzonatorio.
Picard tornò a fissare Q negli occhi
"Quindi è sempre stato merito nostro. Solo nostro"
"E chi può dirlo?" rispose Q, decidendo che aveva già perso troppo tempo.
"Allora Jean-Luc! Non abbiamo tutto il tempo di questo universo! Che decidi? Ti ritiri o continui la Sfida? Anche se ora sai che c'è il rischio reale di non tornare più a casa?"
Picard cercò una risposta negli occhi dei suoi ufficiali, che avevano seguito lo scambio in silenzio.
"Capitano, non potrei più vivere sapendo che abbiamo rinunciato alla possibilità di salvare la nostra galassia dai Borg signore!" disse Worf.
"Lo stesso vale per me" aggiunse Geordi
"Io non provo alcun sentimento di paura verso la mia possibile disattivazione, ma credo di poter dire, che sarebbe illogico non tentare di vincere la Sfida, signore. Anche a costo delle nostre vite" concluse Data.
Picard si sentì lusingato, per avere avuto la fortuna e la possibilità di lavorare con uomini, anzi con esseri tanto nobili di spirito.
"D'accordo Q. Anche se il prezzo, questa volta sarà molto più alto delle altre, non ci tireremo indietro. Ce la siamo cavata in situazioni peggiori. Ce la faremo anche questa volta."
"Ottimo Jean-Luc! Adoro questa vostra retorica! E' così inebriante! Ti riempie il cuore di orgoglio!" lo canzonò Q.
Picard fece una smorfia di disapprovazione e si limitò a un laconico commento a malapena sussurrato "povero universo, in che mani..."
Q non lo sentì, o probabilmente si limitò ad ignorarlo. Aveva fretta.
"Bene! E' tempo della seconda parte della Sfida! Worf, Geordi! E' il vostro turno!" esclamò, facendo cenno di accomodarsi nel retro del camion militare.
"Finalmente!" esclamò il klingon.
"Lo sapevo che saresti stato entusiasta! Vedrai caro il mio klingon guerriero, troverai di che sfogare i tuoi brutali istinti!" ridacchiò Q.
Picard si avvicinò ai due suoi ufficiali prescelti, "buona fortuna" disse loro dandogli una pacca d'incoraggiamento sulla spalla. "Sono certo che ci rivedremo presto"
Worf e Geordi annuirono e dopo aver stretto la mano anche a Data salirono sul camion.
Q chiuse la sponda e rapidamente tornò alla guida del mezzo.
Picard rimase a guardare il mezzo che scompariva lentamente all'orizzonte.
"Data, le confesso che questa volta non so se potremo farcela."
"Le probabilità di un nostro successo, alla luce dei fatti più recenti sono scese al ventuno virgola trentaquat…"
Picard non rimase ad ascoltare l'androide ed andò a sedersi all'ombra. E si sentì improvvisamente molto solo.

Riaprì gli occhi.
E improvvisamente la vita. Un'esperienza inspiegabile che ogni essere vivente prova quotidianamente. Vita. Un insieme di sensazioni non definibili. Uno stato.
Ma per Riker fu come se la stesse provando per la prima volta. Come se fosse stato appena partorito una seconda volta. Inspirò aria fresca nei polmoni.
Li sentì bruciare, come un fuoco acceso dentro di lui.
La sputò letteralmente fuori, con un gemito sommesso.
"Finalmente si è svegliato"
Una voce. Fredda, senza alcuna inflessione.
Will cercò di capire a chi appartenesse quella voce. Gli era familiare.
Nella mente confusa cercò di passare in rassegna tutte le persone che gli venivano alla memoria. Ma arrivavano alla rinfusa, in un flusso indistinto e caotico. Voci lontane, voci amiche, voci nemiche.
"Come si sente? E' in grado di capire quello che dico?"
Ancora la voce. Ecco, ora si stava restringendo il campo. Parla, parla ancora, incitò Riker.
"Aspetti. Ecco un poco d'acqua. La sorseggi lentamente."
Will sentì sulle sue labbra un oggetto metallico che opponeva una lieve pressione. E del liquido fresco scivolò rapido nella sua bocca, quasi completamente secca. Ne seguì una immediata sensazione di sollievo, percependolo scendere lungo l'esofago, giù, sino allo stomaco.
Lentamente mise a fuoco la mano che teneva la borraccia e con lo sguardo percorse tutta la linea del braccio fino al volto di colui che lo stava soccorrendo. Il comandante Vovelek.
E in un istante il ricordo di quanto era accaduto tornò al suo posto nelle sue celle di memoria. Doveva essere svenuto, mentre tentava di rincorrere il vulcaniano nel deserto di quello sconosciuto pianeta. Contrariamente a come aveva minacciato, Vovelek era tornato sui suoi passi alla sua ricerca probabilmente. Nonostante tutto non era stato così crudele da abbandonarlo a morte certa.
"Comandante Riker, è in grado di capirmi? Come si sente?"
Vovelek aveva notato che Riker lo stava fissando negli occhi, segno che era in fase di recupero della conoscenza.
"Ho sete" fu la risposta di Riker.
"Posso immaginare. Beva, beva pure quanta ne vuole" disse Vovelek aprendo la mano di Riker e obbligandola a stringere la borraccia, affinché si servisse da solo.
"Quanta ne voglio? E' impazzito anche lei?" domandò Riker confuso.
"No comandante. Semplicemente al momento non abbiamo più bisogno di razionare l'acqua. Si guardi intorno."
Vovelek si tolse dalla visuale di Riker, alzandosi in piedi e facendosi di lato, scoprendo agli occhi dell'umano quella che somigliava alla più classica delle oasi da cartolina. Un puntino verde, ricolmo di piante lussureggianti nel mezzo di un assolato deserto. Quel dannato vulcaniano aveva avuto ragione delle sue percezioni e l'aveva portato dove aveva promesso. Acqua.
"E quando ha finito di bere, qui ci sono questi frutti. Sono di un tipo sconosciuto, ma avendone trovati alcuni parzialmente rosicchiati, forse piccoli roditori, è logico dedurre che non siano tossici. Io ne ho mangiati alcune ore fa e non sto risentendo di nessun effetto collaterale."
"E' sicuro? Mi sembra diventato molto più umano dall'ultima volta che sono stato cosciente" disse piano Riker.
"Vedo che si sta riprendendo. Non ha perso la sua predilezione per l'irrilevante" rispose caustico il vulcaniano.
Riker decise di lasciar perdere per un momento la discussione e si concentrò sulla borraccia, godendosi fino all'ultima goccia in essa contenuta. E poggiatala a terra, una terra umida e compatta, raccolse alcuni frutti e iniziò lentamente a cibarsene.
"Mentre lei riprendeva conoscenza ho perlustrato la zona. L'oasi è grande all'incirca un chilometro quadrato. Vi è un'unica sorgente d'acqua, la al centro," Vovelek indicò un punto imprecisato fra la vegetazione "è da escludere la presenza di forme di vita potenzialmente pericolose, se si escludono piccoli insetti e come le ho già detto degli innocui roditori. Nessun segno di vita intelligente. Nessun pozzo o rifugio. Niente che lasci supporre il passaggio di carovane o altro."
Riker ascoltò distrattamente il resoconto del suo compagno di naufragio, troppo impegnato a cibarsi.
"Ho calcolato che questa oasi è sufficientemente estesa per poterci sfamare entrambi per lungo tempo in attesa dei soccorsi. Non è da escludere la possibilità che si debba restare confinati quaggiù per il resto dei nostri giorni."
A quelle parole Riker alzò un sopracciglio alla maniera Vulcaniana e esclamò:
"Io e lei, qui, per sempre?"
"Non per sempre. Solo fino alla fine delle nostre vite. E tenendo conto del fatto che lei è umano e quindi ha un ciclo vitale che è circa la metà del mio, il sottoscritto resterà completamente solo fra all'incirca sessant'anni terrestri."
"Non vede l'ora che passino vero?" ironizzò Riker.
"Comandante Riker, non sarebbe stato logico tornare indietro nel deserto alla sua ricerca, se veramente desiderassi una sua prossima dipartita" rispose impassibile Vovelek.
Ancora una volta il vulcaniano lo aveva zittito. Anzi, gli aveva ricordato che non lo aveva ancora ringraziato per avergli salvato la vita.
"Mi scusi, era una pessima battuta," si giustificò Will "io la devo ringraziare, mi ha salvato la vita."
"Non mi ringrazi. E' stata la logica a suggerirmi di tornare indietro a recuperarla. In queste condizioni così estreme è più vantaggioso avere un compagno che restare soli. E poi lei ha salvato la mia in precedenza. Come dite voi terresti? Siamo in pari giusto?"
Riker sorrise. Gli era tornata una punta di buonumore.
"Si siamo pari. Il suo debito è pagato, la sua vita non è più mia."
"Come scusi?" Vovelek non stava comprendendo.
"Lasci perdere, una antica usanza di uno dei popoli della Terra. Quando un uomo salva la vita ad un altro uomo, la vita di quest'ultimo diventa diciamo, proprietà spirituale del primo"
"Interessante. Lei ne è un membro?" domandò incuriosito Vovelek
"No, ma in passato ho avuto modo di entrare in contatto con la loro cultura. Parecchi anni fa. Un popolo di grandi tradizioni e spiritualità, che oggi ha trovato nuovi spazi su un pianeta che gli è stato assegnato dalla Federazione."
"Sulla Terra non vi erano più spazi?"
"No. E' stato un popolo grande quanto sfortunato, che ha subito ogni sorte di persecuzione e confinamento. Sulla Terra, da almeno trecento anni, non vi è più spazio per coloro che rifiutano la tecnologia e il progresso"
"Comprendo. Anticamente, anche su Vulcano problematiche simili hanno portato a dolorose separazioni" commentò Vovelek.
Riker comprese chiaramente il riferimento allo scisma che migliaia di anni prima portò alla nascita dell'Impero Stellare Romulano.
"Io credo che, se riusciremo a ricacciare i Borg indietro definitivamente, forse questa volta impareremo che l'universo è abbastanza grande per tutti e forse finalmente regnerà la pace." disse Riker, andando con la mente ai giorni in cui le flotte di Klingon, Federazione e Romulani avevano combattuto insieme contro i Borg.
"E' improbabile, ma è auspicabile."
"A me basta che sia possibile. Tocca a tutti noi incrementare la percentuale di successo," concluse Riker alzandosi in piedi "e per farlo, dobbiamo trovare un modo per andarcene da qui."


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