Picard
si chinò sulle due sagome scure, allineate sulla sabbia bollente.
Aveva fatto allontanare sia Worf sia Geordi. Loro non avrebbero dovuto
vedere. Lui era il capitano e solo a lui sarebbe toccato il terrificante
spettacolo che si celava dietro quelle cerniere.
Nonostante fosse evidente a chi appartenessero i corpi che si celavano
nei sacchi, nonostante ogni logica fosse stata abbattuta dalla crudezza
della realtà, Picard si accinse al riconoscimento con la più
umana delle speranze, ovvero che in fondo, a volte, anche l'inevitabile
potesse essere evitato. Per fortuna, per puro caso, per intervento
divino.
Lentamente fece scivolare la prima cerniera e non appena i primi raggi
del sole illuminarono l'interno, lo stomaco di Picard si contrasse,
come se fosse stato direttamente comandato dai suoi occhi e da quello
che stavano vedendo. Beverly, sicuramente Beverly. Il suo volto diviso
in due. Una metà ancora umana, seppur livida, con i colori
che la morte ci dipinge addosso e il resto una tipica protesi oculare
Borg. Era stata assimilata. Picard richiuse in fretta il sacco ed
espirò profondamente. Rimase in ginocchio qualche istante cercando
di riprendere il controllo.
"Capitano" intervenne Geordi, vedendo il proprio capitano
in evidente difficoltà.
"E' tutto a posto Geordi" rispose Picard, alzando una mano.
Picard passò al secondo sacco. Era ormai una pura formalità.
Nessuna speranza, nemmeno la più irrazionale albergava nel
suo animo. Il corpo che avrebbe trovato sarebbe stato sicuramente
quello di Deanna.
Aprì rapidamente la cerniera e questa volta lo spettacolo fu
anche peggiore.
Il corpo all'interno del sacco era in avanzato stato di decomposizione
e un puzzo di morte si liberò nell'aria, sostando qualche istante
nei pressi delle narici di Picard, prima di essere disperso lontano
dall'incessante vento di quel deserto sconosciuto.
Con un gesto rapido ma goffo, Picard richiuse rapidamente la cerniera,
ma stordito dalla esalazione della carne putrefatta ricadde all'indietro,
finendo col trovarsi seduto nella sabbia.
Non aveva potuto stabilire con certezza che si trattasse di Deanna,
ma per nessun motivo al mondo avrebbe riaperto quel sacco. Era comunque
evidente che si trattava della betazoide. Di quel che ne restava.
Perché? Si domandò. Per quale motivo?
La Sfida. Per dare una speranza alla galassia intera. Due vite contro
quelle di miliardi di esseri viventi. Per lui, però, il prezzo
era già fin troppo alto.
Si rialzò pulendosi l'uniforme dalla sabbia, poi si rivolse
ai suoi ufficiali, i quali a loro volta erano costernati dal dolore
per la perdita di due persone che erano state molto di più
che compagne di equipaggio.
Fu una pura formalità la conferma dell'identità dei
due cadaveri fatta da Picard. Sia Worf sia Geordi si limitarono ad
abbassare lo sguardo. Data invece parve restare impassibile. Il chip
emozionale doveva essere disattivo, ma Picard era certo, che a modo
suo, Data stesse soffrendo per la perdita.
Q rimase in silenzio, appoggiato a braccia conserte alla sponda del
camion militare senza fiatare. Pareva sinceramente dispiaciuto per
l'accaduto. Ma era difficile dire se Q, nonostante la vastità
delle sue conoscenze, sapesse realmente cosa significasse il dolore.
Quando Picard gli puntò addosso i suoi occhi ricolmi di pura
rabbia, Q aggrottò la fronte, stupito dalla forza che emanava
dallo sguardo del capitano.
"Come è potuto succedere questo Q!"
Q sciolse le braccia e le allargò a indicare che non conosceva
la risposta.
"Mon capitaine. C'est la vie!" rispose.
Picard lo fissò per un breve istante.
"Sei un assassino. E' tua la responsabilità di queste
morti innocenti."
Detto questo voltò le spalle a Q e si allontanò dal
camion andandosi a sedere sul marmo, all'ombra della muraglia infinita.
"No! Caro il mio capitano! Io non sono un assassino!" ribatté
Q, staccandosi dalla sponda e seguendo Picard come un cagnolino.
"Hai accettato la Sfida? Ecco, ora che fai? Ti ritiri? Siccome
c'è da rischiare, il buon capitano Picard della Flotta Stellare
se la fa sotto? Come un cadetto alle prime armi?"
Q sapeva dove colpire e lo fece con durezza. Lui aveva il suo scopo.
Vincere la Sfida una volta per tutte e per avere almeno una speranza
avrebbe dovuto obbligare Picard a dare il meglio di se. E ci era sempre
riuscito ogni volta che aveva spinto Picard a mettersi in competizione
con lui. L'orgoglio di quell'umano era qualcosa di unico in tutto
l'universo.
E anche questa volta funzionò.
Picard strinse i pugni e si rimise in piedi di scatto, mettendo il
suo naso a non più di cinque centimetri da quello di Q. Un
classico comportamento da maschio umano che vuole mostrare la sua
forza al branco mentre viene sfidato. Umani. Sorrise dentro se Q,
in un milione di anni non sono cambiati poi molto.
"Non me la sto facendo sotto! E' che trovo tutto questo una barbarie
ingiustificata! Io in fondo mi sono sempre fidato di te! Nonostante
i guai che ci hai creato in passato, ho sempre creduto che comunque
noi contassimo qualcosa per te e che quindi, ci avessi sempre nascostamente
protetto."
Picard fece una pausa, giusto il tempo i bagnarsi le labbra, arse
dalla calura.
"Ora invece non sono più sicuro di nulla. Ora so che
Che tu questa volta non ci aiuterai. Non ci proteggerai."
Q sorrise. Picard, l'orgoglioso Picard stava ammettendo di avere in
fondo, un'umana, comprensibile paura.
"Jean-Luc mi deludi. Come hai potuto pensare tanto male di me?
Io proteggervi? Ma se a malapena vi sopporto! Suvvia!" rispose
Q con tono canzonatorio.
Picard tornò a fissare Q negli occhi
"Quindi è sempre stato merito nostro. Solo nostro"
"E chi può dirlo?" rispose Q, decidendo che aveva
già perso troppo tempo.
"Allora Jean-Luc! Non abbiamo tutto il tempo di questo universo!
Che decidi? Ti ritiri o continui la Sfida? Anche se ora sai che c'è
il rischio reale di non tornare più a casa?"
Picard cercò una risposta negli occhi dei suoi ufficiali, che
avevano seguito lo scambio in silenzio.
"Capitano, non potrei più vivere sapendo che abbiamo rinunciato
alla possibilità di salvare la nostra galassia dai Borg signore!"
disse Worf.
"Lo stesso vale per me" aggiunse Geordi
"Io non provo alcun sentimento di paura verso la mia possibile
disattivazione, ma credo di poter dire, che sarebbe illogico non tentare
di vincere la Sfida, signore. Anche a costo delle nostre vite"
concluse Data.
Picard si sentì lusingato, per avere avuto la fortuna e la
possibilità di lavorare con uomini, anzi con esseri tanto nobili
di spirito.
"D'accordo Q. Anche se il prezzo, questa volta sarà molto
più alto delle altre, non ci tireremo indietro. Ce la siamo
cavata in situazioni peggiori. Ce la faremo anche questa volta."
"Ottimo Jean-Luc! Adoro questa vostra retorica! E' così
inebriante! Ti riempie il cuore di orgoglio!" lo canzonò
Q.
Picard fece una smorfia di disapprovazione e si limitò a un
laconico commento a malapena sussurrato "povero universo, in
che mani..."
Q non lo sentì, o probabilmente si limitò ad ignorarlo.
Aveva fretta.
"Bene! E' tempo della seconda parte della Sfida! Worf, Geordi!
E' il vostro turno!" esclamò, facendo cenno di accomodarsi
nel retro del camion militare.
"Finalmente!" esclamò il klingon.
"Lo sapevo che saresti stato entusiasta! Vedrai caro il mio klingon
guerriero, troverai di che sfogare i tuoi brutali istinti!" ridacchiò
Q.
Picard si avvicinò ai due suoi ufficiali prescelti, "buona
fortuna" disse loro dandogli una pacca d'incoraggiamento sulla
spalla. "Sono certo che ci rivedremo presto"
Worf e Geordi annuirono e dopo aver stretto la mano anche a Data salirono
sul camion.
Q chiuse la sponda e rapidamente tornò alla guida del mezzo.
Picard rimase a guardare il mezzo che scompariva lentamente all'orizzonte.
"Data, le confesso che questa volta non so se potremo farcela."
"Le probabilità di un nostro successo, alla luce dei fatti
più recenti sono scese al ventuno virgola trentaquat
"
Picard non rimase ad ascoltare l'androide ed andò a sedersi
all'ombra. E si sentì improvvisamente molto solo.
Riaprì
gli occhi.
E improvvisamente la vita. Un'esperienza inspiegabile che ogni essere
vivente prova quotidianamente. Vita. Un insieme di sensazioni non
definibili. Uno stato.
Ma per Riker fu come se la stesse provando per la prima volta. Come
se fosse stato appena partorito una seconda volta. Inspirò
aria fresca nei polmoni.
Li sentì bruciare, come un fuoco acceso dentro di lui.
La sputò letteralmente fuori, con un gemito sommesso.
"Finalmente si è svegliato"
Una voce. Fredda, senza alcuna inflessione.
Will cercò di capire a chi appartenesse quella voce. Gli
era familiare.
Nella mente confusa cercò di passare in rassegna tutte le
persone che gli venivano alla memoria. Ma arrivavano alla rinfusa,
in un flusso indistinto e caotico. Voci lontane, voci amiche, voci
nemiche.
"Come si sente? E' in grado di capire quello che dico?"
Ancora la voce. Ecco, ora si stava restringendo il campo. Parla,
parla ancora, incitò Riker.
"Aspetti. Ecco un poco d'acqua. La sorseggi lentamente."
Will sentì sulle sue labbra un oggetto metallico che opponeva
una lieve pressione. E del liquido fresco scivolò rapido
nella sua bocca, quasi completamente secca. Ne seguì una
immediata sensazione di sollievo, percependolo scendere lungo l'esofago,
giù, sino allo stomaco.
Lentamente mise a fuoco la mano che teneva la borraccia e con lo
sguardo percorse tutta la linea del braccio fino al volto di colui
che lo stava soccorrendo. Il comandante Vovelek.
E in un istante il ricordo di quanto era accaduto tornò al
suo posto nelle sue celle di memoria. Doveva essere svenuto, mentre
tentava di rincorrere il vulcaniano nel deserto di quello sconosciuto
pianeta. Contrariamente a come aveva minacciato, Vovelek era tornato
sui suoi passi alla sua ricerca probabilmente. Nonostante tutto
non era stato così crudele da abbandonarlo a morte certa.
"Comandante Riker, è in grado di capirmi? Come si sente?"
Vovelek aveva notato che Riker lo stava fissando negli occhi, segno
che era in fase di recupero della conoscenza.
"Ho sete" fu la risposta di Riker.
"Posso immaginare. Beva, beva pure quanta ne vuole" disse
Vovelek aprendo la mano di Riker e obbligandola a stringere la borraccia,
affinché si servisse da solo.
"Quanta ne voglio? E' impazzito anche lei?" domandò
Riker confuso.
"No comandante. Semplicemente al momento non abbiamo più
bisogno di razionare l'acqua. Si guardi intorno."
Vovelek si tolse dalla visuale di Riker, alzandosi in piedi e facendosi
di lato, scoprendo agli occhi dell'umano quella che somigliava alla
più classica delle oasi da cartolina. Un puntino verde, ricolmo
di piante lussureggianti nel mezzo di un assolato deserto. Quel
dannato vulcaniano aveva avuto ragione delle sue percezioni e l'aveva
portato dove aveva promesso. Acqua.
"E quando ha finito di bere, qui ci sono questi frutti. Sono
di un tipo sconosciuto, ma avendone trovati alcuni parzialmente
rosicchiati, forse piccoli roditori, è logico dedurre che
non siano tossici. Io ne ho mangiati alcune ore fa e non sto risentendo
di nessun effetto collaterale."
"E' sicuro? Mi sembra diventato molto più umano dall'ultima
volta che sono stato cosciente" disse piano Riker.
"Vedo che si sta riprendendo. Non ha perso la sua predilezione
per l'irrilevante" rispose caustico il vulcaniano.
Riker decise di lasciar perdere per un momento la discussione e
si concentrò sulla borraccia, godendosi fino all'ultima goccia
in essa contenuta. E poggiatala a terra, una terra umida e compatta,
raccolse alcuni frutti e iniziò lentamente a cibarsene.
"Mentre lei riprendeva conoscenza ho perlustrato la zona. L'oasi
è grande all'incirca un chilometro quadrato. Vi è
un'unica sorgente d'acqua, la al centro," Vovelek indicò
un punto imprecisato fra la vegetazione "è da escludere
la presenza di forme di vita potenzialmente pericolose, se si escludono
piccoli insetti e come le ho già detto degli innocui roditori.
Nessun segno di vita intelligente. Nessun pozzo o rifugio. Niente
che lasci supporre il passaggio di carovane o altro."
Riker ascoltò distrattamente il resoconto del suo compagno
di naufragio, troppo impegnato a cibarsi.
"Ho calcolato che questa oasi è sufficientemente estesa
per poterci sfamare entrambi per lungo tempo in attesa dei soccorsi.
Non è da escludere la possibilità che si debba restare
confinati quaggiù per il resto dei nostri giorni."
A quelle parole Riker alzò un sopracciglio alla maniera Vulcaniana
e esclamò:
"Io e lei, qui, per sempre?"
"Non per sempre. Solo fino alla fine delle nostre vite. E tenendo
conto del fatto che lei è umano e quindi ha un ciclo vitale
che è circa la metà del mio, il sottoscritto resterà
completamente solo fra all'incirca sessant'anni terrestri."
"Non vede l'ora che passino vero?" ironizzò Riker.
"Comandante Riker, non sarebbe stato logico tornare indietro
nel deserto alla sua ricerca, se veramente desiderassi una sua prossima
dipartita" rispose impassibile Vovelek.
Ancora una volta il vulcaniano lo aveva zittito. Anzi, gli aveva
ricordato che non lo aveva ancora ringraziato per avergli salvato
la vita.
"Mi scusi, era una pessima battuta," si giustificò
Will "io la devo ringraziare, mi ha salvato la vita."
"Non mi ringrazi. E' stata la logica a suggerirmi di tornare
indietro a recuperarla. In queste condizioni così estreme
è più vantaggioso avere un compagno che restare soli.
E poi lei ha salvato la mia in precedenza. Come dite voi terresti?
Siamo in pari giusto?"
Riker sorrise. Gli era tornata una punta di buonumore.
"Si siamo pari. Il suo debito è pagato, la sua vita
non è più mia."
"Come scusi?" Vovelek non stava comprendendo.
"Lasci perdere, una antica usanza di uno dei popoli della Terra.
Quando un uomo salva la vita ad un altro uomo, la vita di quest'ultimo
diventa diciamo, proprietà spirituale del primo"
"Interessante. Lei ne è un membro?" domandò
incuriosito Vovelek
"No, ma in passato ho avuto modo di entrare in contatto con
la loro cultura. Parecchi anni fa. Un popolo di grandi tradizioni
e spiritualità, che oggi ha trovato nuovi spazi su un pianeta
che gli è stato assegnato dalla Federazione."
"Sulla Terra non vi erano più spazi?"
"No. E' stato un popolo grande quanto sfortunato, che ha subito
ogni sorte di persecuzione e confinamento. Sulla Terra, da almeno
trecento anni, non vi è più spazio per coloro che
rifiutano la tecnologia e il progresso"
"Comprendo. Anticamente, anche su Vulcano problematiche simili
hanno portato a dolorose separazioni" commentò Vovelek.
Riker comprese chiaramente il riferimento allo scisma che migliaia
di anni prima portò alla nascita dell'Impero Stellare Romulano.
"Io credo che, se riusciremo a ricacciare i Borg indietro definitivamente,
forse questa volta impareremo che l'universo è abbastanza
grande per tutti e forse finalmente regnerà la pace."
disse Riker, andando con la mente ai giorni in cui le flotte di
Klingon, Federazione e Romulani avevano combattuto insieme contro
i Borg.
"E' improbabile, ma è auspicabile."
"A me basta che sia possibile. Tocca a tutti noi incrementare
la percentuale di successo," concluse Riker alzandosi in piedi
"e per farlo, dobbiamo trovare un modo per andarcene da qui."
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