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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 17
"Dove siamo Worf?"
"Non lo so Geordi. Ma il luogo mi è familiare" rispose il klingon.
Geordi e Worf erano rimasti a bordo del camion militare per alcune ore ed erano stati scaricati davanti ad una porta metallica in tutto e per tutto identica a quella che avevano attraversato in precedenza. Alle loro spalle, sempre la muraglia che si estendeva fino all'orizzonte. Q li aveva invitati a sbrigarsi ed ad attraversare la soglia, una specie di passaggio dimensionale, li aveva portati in quello che pareva un sotterraneo di un antico palazzo di pietra.
Delle torce illuminavano debolmente l'atmosfera ma Geordi, grazie ai suoi impianti oculari non necessitava della luce per esaminare l'ambiente.
"Guarda Worf! Su quella parete! Mi sembrano armi klingon!"
I due si avvicinarono al punto in questione e Worf emise un grugnito di soddisfazione. Appese al pesante muro in pietra, due antiche bat'leth, ricoperte da un pesante strato di polvere, riflettevano la luce opaca delle torce.
Worf si avvicinò con uno scatto fulmineo, soffermandosi solo un istante quasi in adorazione, poi afferrò le due antiche lame, tipiche della tradizione militare klingon, e ne porse una a Geordi.
"Prendi! Ora almeno non siamo più disarmati!"
Geordi afferrò la pesante bat'leth e quasi la fece cadere a terra. Non si aspettava che pesasse così tanto. Worf invece la stava facendo roteare nell'aria eseguendo una serie di esercizi di riscaldamento, soppesando l'arma, calcolandone il punto d'equilibrio, tastandone l'impugnatura, sollevando una piccola nube di polvere.
Geordi rimase qualche secondo ad osservare il compagno in preda quasi ad un'estasi mistica poi decise che sarebbe stata cosa migliore continuare l'esplorazione della sala, facendo appello alla sua vista potenziata.
Ma tranne un grande camino spento ed una tavola in legno, non vi era altro.
Apparentemente la stanza non aveva nessuna entrata né uscita. Né finestre.
"Worf" lo chiamò l'ingegnere umano. Ma il klingon era troppo intento a padroneggiare la bat'leth e non lo udì, costringendo Geordi ad alzare la voce.
"Worf! Puoi mettere giù quell'affare ed ascoltarmi?"
Worf si girò di scatto e compiendo un balzo verso di lui gli puntò una delle due punte dell'arma quasi all'altezza della gola.
"Worf?" balbettò Geordi, con gli occhi fissi sulla lama tagliente che lo minacciava.
Worf grugnì divertito e posò a terra la lama, che a contatto con la pietra dura del pavimento produsse un dolce suono metallico.
"E' una bat'leth formidabile!" esclamò.
Geordi tirò un sospiro di sollievo. Per un nanosecondo aveva temuto che Worf lo avrebbe decollato in un colpo solo. Invece era solo in preda ad una tipica euforia klingon per le armi rituali, che li porta a comportarsi come bambinetti eccitati di fronte al loro giocattolo preferito.
"Si ci credo Worf. Però evita di puntarmela così vicino la prossima volta d'accordo?" si lamentò Geordi "Piuttosto cerchiamo di capire come possiamo uscire da qui. Se si esclude quel camino laggiù, non vedo vie d'uscita convenzionali."
Worf si guardò intorno a sua volta e dopo una rapida occhiata sul suo volto si disegnò un ghigno soddisfatto.
"Conosco questo luogo. E' il palazzo di K'tal D'ar Nek. Si trova su Qo'Nos nella Prima Città."
"Ne sei certo? Vuol dire che ora siamo su Qo'Nos?" replicò Geordi.
"Si lo riconosco. Non vi sono mai stato personalmente, ma da ragazzo, quando studiavo la cultura del mio popolo, mi ero procurato un tour olografico del mitico palazzo dove si narra che Khaless L'Indimenticabile abbia soggiornato per ben cinque anni dopo avere sconfitto il malefico fratello Morath. Questa stanza è il rifugio segreto di Khaless in cui riuniva i sui generali durante la campagna di riunificazione del popolo klingon."
Worf alzò gli occhi estasiato verso il soffitto di pietra, offuscato dal fumo delle torce.
"In questo luogo Geordi, è stata fatta la storia del mio popolo. Qui è stato concepito il seme dell'onore, che ha salvato i klingon dall'autodistruzione!"
"Ok! Ok! Worf! Grazie della lezione di storia klingon, però ora che facciamo? Se siamo realmente su Qo'Nos, il Qo'Nos del nostro tempo e della nostra dimensione, siamo nei guai. I Borg hanno assimilato il pianeta sei mesi fa e se ci trovano, la tua bat'leth non ci potrà salvare dall'assimilazione."
"Usciamo da qui. Se non ricordo male vi è un passaggio segreto che porta ai piani superiori del palazzo" rispose Worf portandosi poi nelle vicinanze del camino.
Cominciò nervosamente a tastare la fredda pietra che lo componeva, sporcandosi le mani della fuliggine, residuo di lontanissimi fuochi.
"Eppure era qui!" ringhiò spazientito.
Geordi lo aveva raggiunto e calibrò i suoi impianti per scandagliare la superficie del camino alla ricerca di un segno di un possibile meccanismo d'apertura.
"Aspetta Worf. Mi sembra di scorgere una imperfezione nel rivestimento. In questo punto!"
Premendo un punto apparentemente privo di segni degno di nota, i due udirono distintamente lo scatto di un qualche tipo di meccanismo metallico e lentamente la parete interna del camino girò sul proprio asse, rivelando uno stretto corridoio, privo di illuminazione, che si perdeva nel buio.
Il puzzo di aria vecchia di secoli raggiunse le narici di entrambi.
"Ecco fatto!" commentò Geordi.
"Andiamo! Questo passaggio porta direttamente nella Prima Sala del Consiglio."
Worf strinse fra le mani la sua bat'leth e si chinò per infilarsi nel cunicolo quando Geordi lo richiamò:
"Che ne dici di usare una di queste?" disse, porgendo a Worf una delle torce che stavano appese al muro.
Il klingon annuì e la afferrò. Una debole luce rischiarò l'oscurità del tunnel che pareva senza fine.
Camminarono nel buio più completo per almeno dieci minuti buoni, durante i quali cercarono di orientarsi fra una serie di cunicoli che si intersecavano lateralmente e una serie di rudimentali trabocchetti, prontamente riconosciuti e resi inoffensivi da Worf. Il tour olografico, per loro fortuna, non aveva celato nemmeno i segreti più reconditi ai piccoli studenti klingon e seppur a fatica, Worf riuscì a rammentarli quasi tutti.
"Dovremmo esserci. Quei gradini portano nella Sala del Consiglio" disse Worf cominciando a salire i gradini lentamente con la bat'leth saldamente in pugno. Geordi reggeva la torcia e lo seguiva pochi passi indietro.
Una botola di legno chiudeva il passaggio. Lentamente Worf la sollevò fino a che non poté infilare la testa quanto bastava per scorgere l'interno della sala.
"Sembra deserta"
Worf sollevò maggiormente la tavola di legno e poi la fece scorrere di lato e con un balzo felino si portò fuori dal tunnel assumendo una posizione difensiva, con la bat'leth pronta a colpire.
"Puoi uscire Geordi" Worf fece cenno al compagno di emergere dal tunnel e di seguirlo.
"Dove stiamo andando?" domandò il capo ingegnere, che stava sudando freddo per la tensione.
"Verso le stanze della servitù. Sono più piccole e facilmente difendibili."
In quella che mille e cinquecento anni prima era stata la prima sala del Gran Consiglio klingon, regnava un silenzio irreale, disturbato solamente dal leggero tocco dei loro passi. Antichi drappi raffiguranti simboli di antiche casate klingon, pendevano dalle alte pareti, mentre poche torce disseminate qua e la rischiaravano malamente l'ambiente. Il soffitto della sala era a volta e si perdeva nell'oscurità. Una serie di vetusti scranni in legno di Qo'Nos, poveri di intagli, erano disposti a semicerchio e al vertice del ferro di cavallo, il trono del Consigliere, sul quale, il primo grande Cancelliere del nascente Impero Klingon, impartì le prime direttive.
Worf intanto, radente le pareti, si muoveva agile e veloce, sempre impugnando la bat'leth, sua fida compagna.
Si infilarono in una piccola porta laterale, seminascosta da un drappo color porpora.
Un lungo corridoio secondario li portò in quelle che erano state le stanze della servitù. In pratica grandi cucine dotate di incavi nelle pareti, probabilmente utilizzati come giacigli e dispense. Doveva essere un inferno la vita per uno schiavo a quel tempo, concluse Geordi.
Le cucine erano naturalmente spoglie. Solo poche suppellettili lasciate a ricordo dei tempi passati erano sparsamente disposte senza un senso logico, ed alcune targhette esplicative in klingon standard ne spiegavano quello che anticamente ne era stato il loro uso. Infatti, nel XXIV secolo il palazzo di K'tal D'ar Nek era solamente un museo, meta di pellegrinaggio di ogni buon klingon che volesse toccare con mano le origini della sua cultura guerriera.
"E' completamente deserto" commentò Geordi
"Strano. Non riesco a comprendere il senso di questa prova. Che dobbiamo fare? Perché Q non ci ha spiegato nulla?" si domandò Worf.
"Forse dobbiamo esplorare il palazzo, trovare qualcosa di preciso."
Geordi non aveva idea del perché fossero li e tutto quello che gli veniva alla mente gli pareva o troppo stupido o troppo assurdo.
"L'unica è continuare l'esplorazione. Setacceremo il palazzo per prima cosa. Poi ci dedicheremo ai giardini interni. Prima o poi ci imbatteremo in ciò che Q vuol farci trovare" concluse Worf.
"Si. Sono d'accordo. Se ci dividiamo guadagneremo tempo."
"No Geordi. Questo palazzo è colmo di insidie. E solo io le conosco. Meglio se resti con me. E' un metodo meno efficiente ma più sicuro."
"D'accordo, come vuoi. Da che parte cominciamo? Quante è grande questo palazzo?"
"Sono mille e cinquecento stanze. E' il palazzo più grande di tutto Qo'Nos."
Geordi alzò gli occhi al soffitto, in un gesto sconsolato e sbuffò: "Accidenti, fate proprio tutto in grande voi klingon. Ci vorrà un'eternità."
"Quello che conta è vincere la sfida Geordi. Ricordatelo."
"Certo Worf. Dobbiamo onorare la morte di Deanna e Beverly e sperare che Q non ci stia giocando uno dei suoi soliti scherzi."

"Allora Q! I tuoi umani dove sono finiti? Quanto ci metteranno ad arrivare?"
La voce che lo raggiunse alle spalle era quella maledettamente stridula ed insopportabile del suo avversario.
Il Q-Borg se ne stava seduto su un pesante artefatto ligneo che dominava la piana dell'arena. I suoi impianti Borg, fatti d'oro e d'argento, rilucevano come cristalli, sotto il caldo sole del pianeta natale klingon. Con un ghigno divertito, stava osservando il panorama che si parava davanti ai suoi occhi.
"Dagli tempo! Si stanno organizzando. Tra poco saranno qui!" gli
rispose stizzito Q.
"Ok! Nessun problema. Tanto credo che sarà solo una formalità. Non hanno nessuna speranza nemmeno in questa prova!" esclamò il Q-Borg.
"Tu credi? Ti ricordo che nella prima prova hai avuto molta fortuna! Troppa fortuna!"
Il Q-Borg comparve all'improvviso accanto a Q, sulla balconata d'onore, dove un tempo si sedevano i nobili della corte klingon per seguire gli antichi e spettacolari combattimenti fra guerrieri.
"Fortuna? Tu, Q! Proprio tu tiri in ballo il Caos? Sai quanto me che il Caos non esiste. Ogni cosa segue il suo Ordine e nulla può sovvertirlo. Noi stessi siamo parte di esso. Non è stata fortuna. L'Ordine ha trionfato. E L'Ordine vede i Borg a capo di questa galassia e forse, in futuro, anche di tutte le altre."
Q strinse i pugni indispettito da tanta arroganza e si sedette su una antica poltrona. Il Q-Borg fece lo stesso su quella accanto.
"Io credo invece che nemmeno noi Q possiamo sfuggire ad un minimo di indeterminatezza, che è insita nella natura stessa delle cose. Noi crediamo di controllare ogni cosa ma in realtà esse ci sfuggono. La nostra presunta onniscienza ci sta rendendo ciechi."
Il Q-Borg si voltò verso Q, fissandolo un istante, salvo poi scoppiare in una fragorosa risata.
"Q! Credo che tu abbia speso troppo del tuo tempo fra quegli esseri inferiori! Stai cominciando a parlare come loro! Ma ben ti sta! Perderai la sfida una volta per tutte e questa volta non riuscirai a mettere in atto nessuno dei tuoi trucchetti!"
"Non cantare vittoria prima del tempo caro mio! E ricordati che nemmeno tu riuscirai ad aiutare i tuoi droni senz'anima. Il Consiglio del Q-Continuum ci sta osservando!" reagì Q.
"Lo so. Infatti si sono accorti del tuo giochetto su Antarix. Cercare di rallentare il tempo dei miei droni per dare tempo ai tuoi umanoidi di riprodursi, che nobile intento. Peccato che tu sia stato miseramente scoperto. E ora, se ci proverai anche solo una volta, ti ricordi quale sarà la punizione?"
Q chinò il capo. Purtroppo il suo tentativo di aiutare Deanna e Beverly non era passato inosservato e il Consiglio era intervenuto ristabilendo il giusto corso del tempo. E avevano minacciato Q dal riprovarci anche una sola volta. La pena era la cacciata dal Q-Continuum e con l'esilio, la perdita di tutte le sue facoltà. Era già accaduto in passato e non era stato per nulla gradevole. E in una galassia dominata dai Borg, senza Picard a tirarlo fuori dai guai, peggio che mai.
"So bene cosa rischio. Comunque questa volta sono certo che sarò io a vincere. I tuoi droni Borg nulla possono contro il mio Worf!. La Prova della Forza sarà mia!" disse a gran voce Q. Le sue parole gli tornarono indietro sotto forma di eco, via via sempre più deboli.
"Allora è cominciata la sfida?"
Improvvisamente, alle spalle dei due Q, fece la sua comparsa l'allievo di Q, il quale, tutto eccitato all'idea di assistere alla seconda delle tre prove, aveva scordato di salutare i due anziani.
"Q! Quando ti deciderai a dare un po' di educazione a questo ragazzo?" esclamò il Q-Borg scocciato dall'arrivo indesiderato del giovane.
"Quante volte ti devo dire di non arrivarmi alle spalle? E non si salutano due Q più anziani?" lo rimproverò il maestro.
Il giovane Q si mise una mano sul capo in segno di imbarazzo e prontamente si scusò per la sua intrusione, poi andò a sedersi alla sinistra del suo mentore e diede un'occhiata in giro.
L'arena aveva come spettatori, oltre a loro tre, almeno un migliaio di droni Borg, che silenti ed immobili ricoprivano come un mantello scuro, le gradinate.
E sullo sfondo gli sbuffi di fumo nerastro degli impianti industriali costruiti dai Borg dopo l'assimilazione di Qo'Nos, che lentamente, ma inesorabilmente, stavano immettendo metano ed ammoniaca nell'atmosfera del pianeta, al fine di renderlo più adatto alla vita dei droni.

"Ai piani superiori non c'è nulla. Solo stanze semivuote e poco altro. Cosa ci resta ancora?" domandò Geordi, che per la stanchezza si era seduto a terra, con le braccia incrociate sulla sua bat'leth.
"I giardini, la fureria e l'Arena dei Guerrieri."
"Arena dei Guerrieri?" ripeté Geordi stupito.
"Anticamente si svolgevano spettacoli a base di combattimenti fra guerrieri klingon, o bestie feroci o schiavi alieni catturati durante le prime colonizzazioni. Da circa duecento anni, i combattimenti sono andati in disuso." Worf arrestò la spiegazione di colpo. Nella sua mente si fece largo un'intuizione tanto lampante che quasi gli sembrò impossibile non averci pensato prima.
"Ma certo, l'arena! Andiamo Geordi! Credo di sapere dove troveremo le risposte che cerchiamo!"
Worf trascinò Geordi lungo le stanze ed i corridoi del palazzo di K'tal D'ar Nek fino ad un grande portone in legno e bronzo, alto almeno tre metri. Le due metà del portone erano decorate con un bassorilievo raffigurante due guerrieri klingon pronti a scagliarsi uno sull'altro. E a Geordi sembrò che lo stessero avvertendo di non attraversare quella soglia.
"L'Arena è oltre questo portone. Aiutami a spingere."
I due levarono la pesante asse di legno che fungeva da blocco e poi, facendo leva sulle gambe, cominciarono a spingere. Lentamente i cardini cominciarono a svolgere il loro dovere e i raggi luminosi di un sole caldo penetrarono l'oscurità dell'interno del palazzo. Worf dovette portare una mano agli occhi per non restare abbagliato, mentre Geordi non fece alcuno sforzo: i suoi impianti regolarono la luminosità in modo automatico.
"Mio Dio!" esclamò Geordi con la voce strozzata dall'orrore.
Quando anche gli occhi di Worf si furono abituati al cambio di luminosità, poté vedere il terrificante spettacolo dell'arena completamente ricolma di droni. Emise un grugnito insolito che Geordi interpretò come soddisfazione e poi, seccamente disse:
"forse oggi è un buon giorno per morire."


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