"Dove
siamo Worf?"
"Non lo so Geordi. Ma il luogo mi è familiare" rispose
il klingon.
Geordi e Worf erano rimasti a bordo del camion militare per alcune
ore ed erano stati scaricati davanti ad una porta metallica in tutto
e per tutto identica a quella che avevano attraversato in precedenza.
Alle loro spalle, sempre la muraglia che si estendeva fino all'orizzonte.
Q li aveva invitati a sbrigarsi ed ad attraversare la soglia, una
specie di passaggio dimensionale, li aveva portati in quello che pareva
un sotterraneo di un antico palazzo di pietra.
Delle torce illuminavano debolmente l'atmosfera ma Geordi, grazie
ai suoi impianti oculari non necessitava della luce per esaminare
l'ambiente.
"Guarda Worf! Su quella parete! Mi sembrano armi klingon!"
I due si avvicinarono al punto in questione e Worf emise un grugnito
di soddisfazione. Appese al pesante muro in pietra, due antiche bat'leth,
ricoperte da un pesante strato di polvere, riflettevano la luce opaca
delle torce.
Worf si avvicinò con uno scatto fulmineo, soffermandosi solo
un istante quasi in adorazione, poi afferrò le due antiche
lame, tipiche della tradizione militare klingon, e ne porse una a
Geordi.
"Prendi! Ora almeno non siamo più disarmati!"
Geordi afferrò la pesante bat'leth e quasi la fece cadere a
terra. Non si aspettava che pesasse così tanto. Worf invece
la stava facendo roteare nell'aria eseguendo una serie di esercizi
di riscaldamento, soppesando l'arma, calcolandone il punto d'equilibrio,
tastandone l'impugnatura, sollevando una piccola nube di polvere.
Geordi rimase qualche secondo ad osservare il compagno in preda quasi
ad un'estasi mistica poi decise che sarebbe stata cosa migliore continuare
l'esplorazione della sala, facendo appello alla sua vista potenziata.
Ma tranne un grande camino spento ed una tavola in legno, non vi era
altro.
Apparentemente la stanza non aveva nessuna entrata né uscita.
Né finestre.
"Worf" lo chiamò l'ingegnere umano. Ma il klingon
era troppo intento a padroneggiare la bat'leth e non lo udì,
costringendo Geordi ad alzare la voce.
"Worf! Puoi mettere giù quell'affare ed ascoltarmi?"
Worf si girò di scatto e compiendo un balzo verso di lui gli
puntò una delle due punte dell'arma quasi all'altezza della
gola.
"Worf?" balbettò Geordi, con gli occhi fissi sulla
lama tagliente che lo minacciava.
Worf grugnì divertito e posò a terra la lama, che a
contatto con la pietra dura del pavimento produsse un dolce suono
metallico.
"E' una bat'leth formidabile!" esclamò.
Geordi tirò un sospiro di sollievo. Per un nanosecondo aveva
temuto che Worf lo avrebbe decollato in un colpo solo. Invece era
solo in preda ad una tipica euforia klingon per le armi rituali, che
li porta a comportarsi come bambinetti eccitati di fronte al loro
giocattolo preferito.
"Si ci credo Worf. Però evita di puntarmela così
vicino la prossima volta d'accordo?" si lamentò Geordi
"Piuttosto cerchiamo di capire come possiamo uscire da qui. Se
si esclude quel camino laggiù, non vedo vie d'uscita convenzionali."
Worf si guardò intorno a sua volta e dopo una rapida occhiata
sul suo volto si disegnò un ghigno soddisfatto.
"Conosco questo luogo. E' il palazzo di K'tal D'ar Nek. Si trova
su Qo'Nos nella Prima Città."
"Ne sei certo? Vuol dire che ora siamo su Qo'Nos?" replicò
Geordi.
"Si lo riconosco. Non vi sono mai stato personalmente, ma da
ragazzo, quando studiavo la cultura del mio popolo, mi ero procurato
un tour olografico del mitico palazzo dove si narra che Khaless L'Indimenticabile
abbia soggiornato per ben cinque anni dopo avere sconfitto il malefico
fratello Morath. Questa stanza è il rifugio segreto di Khaless
in cui riuniva i sui generali durante la campagna di riunificazione
del popolo klingon."
Worf alzò gli occhi estasiato verso il soffitto di pietra,
offuscato dal fumo delle torce.
"In questo luogo Geordi, è stata fatta la storia del mio
popolo. Qui è stato concepito il seme dell'onore, che ha salvato
i klingon dall'autodistruzione!"
"Ok! Ok! Worf! Grazie della lezione di storia klingon, però
ora che facciamo? Se siamo realmente su Qo'Nos, il Qo'Nos del nostro
tempo e della nostra dimensione, siamo nei guai. I Borg hanno assimilato
il pianeta sei mesi fa e se ci trovano, la tua bat'leth non ci potrà
salvare dall'assimilazione."
"Usciamo da qui. Se non ricordo male vi è un passaggio
segreto che porta ai piani superiori del palazzo" rispose Worf
portandosi poi nelle vicinanze del camino.
Cominciò nervosamente a tastare la fredda pietra che lo componeva,
sporcandosi le mani della fuliggine, residuo di lontanissimi fuochi.
"Eppure era qui!" ringhiò spazientito.
Geordi lo aveva raggiunto e calibrò i suoi impianti per scandagliare
la superficie del camino alla ricerca di un segno di un possibile
meccanismo d'apertura.
"Aspetta Worf. Mi sembra di scorgere una imperfezione nel rivestimento.
In questo punto!"
Premendo un punto apparentemente privo di segni degno di nota, i due
udirono distintamente lo scatto di un qualche tipo di meccanismo metallico
e lentamente la parete interna del camino girò sul proprio
asse, rivelando uno stretto corridoio, privo di illuminazione, che
si perdeva nel buio.
Il puzzo di aria vecchia di secoli raggiunse le narici di entrambi.
"Ecco fatto!" commentò Geordi.
"Andiamo! Questo passaggio porta direttamente nella Prima Sala
del Consiglio."
Worf strinse fra le mani la sua bat'leth e si chinò per infilarsi
nel cunicolo quando Geordi lo richiamò:
"Che ne dici di usare una di queste?" disse, porgendo a
Worf una delle torce che stavano appese al muro.
Il klingon annuì e la afferrò. Una debole luce rischiarò
l'oscurità del tunnel che pareva senza fine.
Camminarono nel buio più completo per almeno dieci minuti buoni,
durante i quali cercarono di orientarsi fra una serie di cunicoli
che si intersecavano lateralmente e una serie di rudimentali trabocchetti,
prontamente riconosciuti e resi inoffensivi da Worf. Il tour olografico,
per loro fortuna, non aveva celato nemmeno i segreti più reconditi
ai piccoli studenti klingon e seppur a fatica, Worf riuscì
a rammentarli quasi tutti.
"Dovremmo esserci. Quei gradini portano nella Sala del Consiglio"
disse Worf cominciando a salire i gradini lentamente con la bat'leth
saldamente in pugno. Geordi reggeva la torcia e lo seguiva pochi passi
indietro.
Una botola di legno chiudeva il passaggio. Lentamente Worf la sollevò
fino a che non poté infilare la testa quanto bastava per scorgere
l'interno della sala.
"Sembra deserta"
Worf sollevò maggiormente la tavola di legno e poi la fece
scorrere di lato e con un balzo felino si portò fuori dal tunnel
assumendo una posizione difensiva, con la bat'leth pronta a colpire.
"Puoi uscire Geordi" Worf fece cenno al compagno di emergere
dal tunnel e di seguirlo.
"Dove stiamo andando?" domandò il capo ingegnere,
che stava sudando freddo per la tensione.
"Verso le stanze della servitù. Sono più piccole
e facilmente difendibili."
In quella che mille e cinquecento anni prima era stata la prima sala
del Gran Consiglio klingon, regnava un silenzio irreale, disturbato
solamente dal leggero tocco dei loro passi. Antichi drappi raffiguranti
simboli di antiche casate klingon, pendevano dalle alte pareti, mentre
poche torce disseminate qua e la rischiaravano malamente l'ambiente.
Il soffitto della sala era a volta e si perdeva nell'oscurità.
Una serie di vetusti scranni in legno di Qo'Nos, poveri di intagli,
erano disposti a semicerchio e al vertice del ferro di cavallo, il
trono del Consigliere, sul quale, il primo grande Cancelliere del
nascente Impero Klingon, impartì le prime direttive.
Worf intanto, radente le pareti, si muoveva agile e veloce, sempre
impugnando la bat'leth, sua fida compagna.
Si infilarono in una piccola porta laterale, seminascosta da un drappo
color porpora.
Un lungo corridoio secondario li portò in quelle che erano
state le stanze della servitù. In pratica grandi cucine dotate
di incavi nelle pareti, probabilmente utilizzati come giacigli e dispense.
Doveva essere un inferno la vita per uno schiavo a quel tempo, concluse
Geordi.
Le cucine erano naturalmente spoglie. Solo poche suppellettili lasciate
a ricordo dei tempi passati erano sparsamente disposte senza un senso
logico, ed alcune targhette esplicative in klingon standard ne spiegavano
quello che anticamente ne era stato il loro uso. Infatti, nel XXIV
secolo il palazzo di K'tal D'ar Nek era solamente un museo, meta di
pellegrinaggio di ogni buon klingon che volesse toccare con mano le
origini della sua cultura guerriera.
"E' completamente deserto" commentò Geordi
"Strano. Non riesco a comprendere il senso di questa prova. Che
dobbiamo fare? Perché Q non ci ha spiegato nulla?" si
domandò Worf.
"Forse dobbiamo esplorare il palazzo, trovare qualcosa di preciso."
Geordi non aveva idea del perché fossero li e tutto quello
che gli veniva alla mente gli pareva o troppo stupido o troppo assurdo.
"L'unica è continuare l'esplorazione. Setacceremo il palazzo
per prima cosa. Poi ci dedicheremo ai giardini interni. Prima o poi
ci imbatteremo in ciò che Q vuol farci trovare" concluse
Worf.
"Si. Sono d'accordo. Se ci dividiamo guadagneremo tempo."
"No Geordi. Questo palazzo è colmo di insidie. E solo
io le conosco. Meglio se resti con me. E' un metodo meno efficiente
ma più sicuro."
"D'accordo, come vuoi. Da che parte cominciamo? Quante è
grande questo palazzo?"
"Sono mille e cinquecento stanze. E' il palazzo più grande
di tutto Qo'Nos."
Geordi alzò gli occhi al soffitto, in un gesto sconsolato e
sbuffò: "Accidenti, fate proprio tutto in grande voi klingon.
Ci vorrà un'eternità."
"Quello che conta è vincere la sfida Geordi. Ricordatelo."
"Certo Worf. Dobbiamo onorare la morte di Deanna e Beverly e
sperare che Q non ci stia giocando uno dei suoi soliti scherzi."
"Allora
Q! I tuoi umani dove sono finiti? Quanto ci metteranno ad arrivare?"
La voce che lo raggiunse alle spalle era quella maledettamente stridula
ed insopportabile del suo avversario.
Il Q-Borg se ne stava seduto su un pesante artefatto ligneo che
dominava la piana dell'arena. I suoi impianti Borg, fatti d'oro
e d'argento, rilucevano come cristalli, sotto il caldo sole del
pianeta natale klingon. Con un ghigno divertito, stava osservando
il panorama che si parava davanti ai suoi occhi.
"Dagli tempo! Si stanno organizzando. Tra poco saranno qui!"
gli
rispose stizzito Q.
"Ok! Nessun problema. Tanto credo che sarà solo una
formalità. Non hanno nessuna speranza nemmeno in questa prova!"
esclamò il Q-Borg.
"Tu credi? Ti ricordo che nella prima prova hai avuto molta
fortuna! Troppa fortuna!"
Il Q-Borg comparve all'improvviso accanto a Q, sulla balconata d'onore,
dove un tempo si sedevano i nobili della corte klingon per seguire
gli antichi e spettacolari combattimenti fra guerrieri.
"Fortuna? Tu, Q! Proprio tu tiri in ballo il Caos? Sai quanto
me che il Caos non esiste. Ogni cosa segue il suo Ordine e nulla
può sovvertirlo. Noi stessi siamo parte di esso. Non è
stata fortuna. L'Ordine ha trionfato. E L'Ordine vede i Borg a capo
di questa galassia e forse, in futuro, anche di tutte le altre."
Q strinse i pugni indispettito da tanta arroganza e si sedette su
una antica poltrona. Il Q-Borg fece lo stesso su quella accanto.
"Io credo invece che nemmeno noi Q possiamo sfuggire ad un
minimo di indeterminatezza, che è insita nella natura stessa
delle cose. Noi crediamo di controllare ogni cosa ma in realtà
esse ci sfuggono. La nostra presunta onniscienza ci sta rendendo
ciechi."
Il Q-Borg si voltò verso Q, fissandolo un istante, salvo
poi scoppiare in una fragorosa risata.
"Q! Credo che tu abbia speso troppo del tuo tempo fra quegli
esseri inferiori! Stai cominciando a parlare come loro! Ma ben ti
sta! Perderai la sfida una volta per tutte e questa volta non riuscirai
a mettere in atto nessuno dei tuoi trucchetti!"
"Non cantare vittoria prima del tempo caro mio! E ricordati
che nemmeno tu riuscirai ad aiutare i tuoi droni senz'anima. Il
Consiglio del Q-Continuum ci sta osservando!" reagì
Q.
"Lo so. Infatti si sono accorti del tuo giochetto su Antarix.
Cercare di rallentare il tempo dei miei droni per dare tempo ai
tuoi umanoidi di riprodursi, che nobile intento. Peccato che tu
sia stato miseramente scoperto. E ora, se ci proverai anche solo
una volta, ti ricordi quale sarà la punizione?"
Q chinò il capo. Purtroppo il suo tentativo di aiutare Deanna
e Beverly non era passato inosservato e il Consiglio era intervenuto
ristabilendo il giusto corso del tempo. E avevano minacciato Q dal
riprovarci anche una sola volta. La pena era la cacciata dal Q-Continuum
e con l'esilio, la perdita di tutte le sue facoltà. Era già
accaduto in passato e non era stato per nulla gradevole. E in una
galassia dominata dai Borg, senza Picard a tirarlo fuori dai guai,
peggio che mai.
"So bene cosa rischio. Comunque questa volta sono certo che
sarò io a vincere. I tuoi droni Borg nulla possono contro
il mio Worf!. La Prova della Forza sarà mia!" disse
a gran voce Q. Le sue parole gli tornarono indietro sotto forma
di eco, via via sempre più deboli.
"Allora è cominciata la sfida?"
Improvvisamente, alle spalle dei due Q, fece la sua comparsa l'allievo
di Q, il quale, tutto eccitato all'idea di assistere alla seconda
delle tre prove, aveva scordato di salutare i due anziani.
"Q! Quando ti deciderai a dare un po' di educazione a questo
ragazzo?" esclamò il Q-Borg scocciato dall'arrivo indesiderato
del giovane.
"Quante volte ti devo dire di non arrivarmi alle spalle? E
non si salutano due Q più anziani?" lo rimproverò
il maestro.
Il giovane Q si mise una mano sul capo in segno di imbarazzo e prontamente
si scusò per la sua intrusione, poi andò a sedersi
alla sinistra del suo mentore e diede un'occhiata in giro.
L'arena aveva come spettatori, oltre a loro tre, almeno un migliaio
di droni Borg, che silenti ed immobili ricoprivano come un mantello
scuro, le gradinate.
E sullo sfondo gli sbuffi di fumo nerastro degli impianti industriali
costruiti dai Borg dopo l'assimilazione di Qo'Nos, che lentamente,
ma inesorabilmente, stavano immettendo metano ed ammoniaca nell'atmosfera
del pianeta, al fine di renderlo più adatto alla vita dei
droni.
"Ai piani superiori non c'è nulla. Solo stanze semivuote
e poco altro. Cosa ci resta ancora?" domandò Geordi,
che per la stanchezza si era seduto a terra, con le braccia incrociate
sulla sua bat'leth.
"I giardini, la fureria e l'Arena dei Guerrieri."
"Arena dei Guerrieri?" ripeté Geordi stupito.
"Anticamente si svolgevano spettacoli a base di combattimenti
fra guerrieri klingon, o bestie feroci o schiavi alieni catturati
durante le prime colonizzazioni. Da circa duecento anni, i combattimenti
sono andati in disuso." Worf arrestò la spiegazione
di colpo. Nella sua mente si fece largo un'intuizione tanto lampante
che quasi gli sembrò impossibile non averci pensato prima.
"Ma certo, l'arena! Andiamo Geordi! Credo di sapere dove troveremo
le risposte che cerchiamo!"
Worf trascinò Geordi lungo le stanze ed i corridoi del palazzo
di K'tal D'ar Nek fino ad un grande portone in legno e bronzo, alto
almeno tre metri. Le due metà del portone erano decorate
con un bassorilievo raffigurante due guerrieri klingon pronti a
scagliarsi uno sull'altro. E a Geordi sembrò che lo stessero
avvertendo di non attraversare quella soglia.
"L'Arena è oltre questo portone. Aiutami a spingere."
I due levarono la pesante asse di legno che fungeva da blocco e
poi, facendo leva sulle gambe, cominciarono a spingere. Lentamente
i cardini cominciarono a svolgere il loro dovere e i raggi luminosi
di un sole caldo penetrarono l'oscurità dell'interno del
palazzo. Worf dovette portare una mano agli occhi per non restare
abbagliato, mentre Geordi non fece alcuno sforzo: i suoi impianti
regolarono la luminosità in modo automatico.
"Mio Dio!" esclamò Geordi con la voce strozzata
dall'orrore.
Quando anche gli occhi di Worf si furono abituati al cambio di luminosità,
poté vedere il terrificante spettacolo dell'arena completamente
ricolma di droni. Emise un grugnito insolito che Geordi interpretò
come soddisfazione e poi, seccamente disse:
"forse oggi è un buon giorno per morire."
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