Erano
trascorsi un paio di giorni da quando Riker e Vovelek erano giunti
nella piccola oasi, situata nel mezzo di uno vasto deserto sabbioso,
situato anch'esso nel mezzo di chissà quale continente di uno
sconosciuto pianeta, su cui avevano avuto la sfortuna di precipitare
con una delle capsule di salvataggio della Uss Pioneer.
Riker si era quasi completamente ripreso, reidratandosi grazie alle
preziose riserve d'acqua dell'oasi e ad esclusione di alcune fastidiose
scottature sul viso, in particolare guance e labbra, si sentiva in
perfetta forma.
Naturalmente continuava ad essere limitato dalla perdita subita al
braccio destro, dopo la terribile battaglia di Kaatana.
Aveva comunque fatto il possibile per aiutare Vovelek nella costruzione
di un riparo di fortuna, utilizzando rami secchi e le larghe foglie
di una particolare forma vegetale che Riker mai aveva visto prima.
Insieme avevano dedicato gran parte del loro tempo all'esplorazione
dell'oasi, alla ricerca di qualsiasi cosa potesse sembrare anche lontanamente
utile.
Verso nord, l'oasi abbondava di piante da frutto, una specie di piccola
bacca di colore scuro, che a Riker ricordava l'acino dell'uva terrestre,
la quale, per loro fortuna, si era rivelata commestibile ed anche
sufficientemente nutriente. Vovelek però riteneva nocivo cibarsi
sempre e solo dello stesso frutto, in quanto era assai improbabile
che contenesse tutte le sostanze di cui necessitavano per sopravvivere,
per cui ritenne logico tentare di trovare altre fonti di nutrimento.
In particolare si dedicò alla ricerca di radici ed insetti
e soprattutto questi ultimi furono motivo di una accesa discussione
fra i due naufraghi, circa il ribrezzo istintivo, provato da Riker,
verso tali esseri.
Naturalmente Vovelek giudicò illogico ed infantile tale pregiudizio,
affermando che in una situazione di emergenza non poteva esserci spazio
per l'irrazionalità, pena il mancato raggiungimento dello scopo
della sopravvivenza. Riker, che si aspettava tali osservazioni, si
era limitato ad ascoltare le parole del vulcaniano, senza mai interromperlo,
salvo poi, quando ebbe finito, scuotere le spalle e come un bambino
capriccioso, ribadire la sua assoluta intenzione di evitare di cibarsi
di insetti, fino a che non si fosse rivelato strettamente necessario.
Riker ricordava ancora la spiacevole sensazione che gli aveva lasciato
il gagh klingon, assaporato a bordo dell'incrociatore klingon Pagh,
durante una missione di scambio fra federazione ed impero Klingon.
Vovelek aveva lasciato cadere la discussione, conscio del fatto che
gli umani sanno essere testardi quanto emotivi. Già in passato,
a bordo della Pioneer, aveva avuto occasione di imbattersi in questa
deprecabile, in quanto legata esclusivamente a fattori emotivi, avversione
per certe fonti di nutrimento.
La convivenza si stava rivelando difficile. Entrambi dotati di un
carattere forte e abituati al comando e divisi da una antica rivalità,
che da quando era avvenuto il primo contatto, più di trecento
anni prima, serpeggiava non dichiarata fra Vulcaniani e Terrestri.
La Flotta Stellare prima e la Federazione successivamente, avevano
contribuito a trasformare e contenere questa rivalità in spirito
di collaborazione ed emulazione, che aveva portato gli umani a porre
freno ai loro istinti più barbari ed a crescere sia sul piano
tecnologico sia su quello sociale. I Vulcaniani, dal canto loro, nei
secoli avevano perso quella iniziale diffidenza verso gli umani e
le loro incontrollate emozioni e molti di loro iniziarono a lavorare
stabilmente a fianco dei terrestri, e grazie anche alla Flotta Stellare
e i matrimoni misti diventarono meno infrequenti. Anche se nella maggior
parte dei casi, erano sempre maschi vulcaniani a scegliere donne terrestri,
affascinati dalla forza e dalla dolcezza di cui erano capaci. I maschi
terrestri, invece, trovavano le donne vulcaniane troppo fredde e distaccate,
anche se comunque, alcuni rari casi si erano verificati.
Prima che i Borg arrivassero nel quadrante Alfa, esistevano, su entrambi
i pianeti, Vulcano e la Terra, movimenti xenofobi, fortunatamente
dallo scarso seguito, che proponevano entrambi, l'abbandono della
Federazione Unita dei Pianeti e una maggiore restrizione degli scambi
culturali fra le varie razze del quadrante.
Nonostante tanta conoscenza e tecnologia, per alcuni, fortunatamente
sempre meno, la paura del diverso era l'unico motore della vita.
Riker faticava sempre più a sopportare l'arrogante spocchia
con cui lo trattava Vovelek, nonostante stesse facendo appello alle
sue riserve di umorismo, unica arma che aveva a disposizione contro
la logica schiacciante dei pensieri del vulcaniano.
Vovelek pareva appunto soffrire per l'acutezza e la sfrontatezza delle
battute di Riker a cui non poteva opporre una difesa valida come quella
di un umano: il riso.
Le conversazioni fra i due spesso finivano con il precipitare nel
surreale, con Vovelek intento a mantenere una rotta di pensiero uniforme
e Riker ad interromperlo con osservazioni fuori luogo, battute e quanto
altro, che sperava, avrebbero potuto indurre il vulcaniano ad una
reazione emotiva di qualche tipo.
E quella sera si ritrovarono entrambi vicini al piccolo fuoco, che
faticosamente tenevano acceso, anche durante il giorno, dandosi il
cambio.
Come in ogni buon deserto che si rispetti, di notte le temperature
precipitavano bruscamente. E anche quella sera la loro cena consisteva
di bacche. Solo Vovelek stava sperimentando alcune radici.
"Domani servirà altra legna. Ho intravisto un arbusto
privo di vita al confine est dell'oasi"
"Bene, allora io andrò a prendere l'acqua" disse
Riker.
Vovelek alzò lo sguardo verso l'umano e proseguì "lei
andrà a recuperare la legna e poi anche l'acqua. Io domani
continuerò la mia ricerca di cibo. Sono a buon punto, credo
che queste due in particolare siano commestibili e digeribili. Almeno
per uno stomaco vulcaniano" disse indicando due radici dal colore
violaceo che stavano avvolte in una foglia verde.
"Capisco. Mi fa piacere vedere che come al solito ha preso ogni
decisione senza consultarmi" commentò stizzito Will.
"Lei domani ha di meglio da fare?" fu la reazione di Vovelek.
"Si. Ho una appuntamento con la mia ragazza. Se vado a prendere
la legna e poi anche l'acqua, arriverò tardi. E sa, le donne
è sempre meglio non farle aspettare" ammiccò Riker.
Vovelek lo guardò fisso solo un istante, poi riprese ad esaminare
le radici e disse "è difficile dialogare con lei. Da quando
siamo qui mi sto costringendo a seguire il senso dei suoi motti di
spirito. Ma non ve ne trovo alcuno."
"E' difficile anche per me. Non sono abituato a lavorare con
chi si arroga il diritto di prendere decisioni anche per gli altri."
"Lei ha sempre avuto l'abitudine, in qualità di primo
ufficiale, di discutere gli ordini del suo capitano?" domandò
Vovelek.
"Quando l'ho ritenuto giusto, l'ho fatto. Ma questo non cambia
le cose," e qui Will fece una pausa, pronto a ricordare a Vovelek
la loro parità di grado "lei non è il mio capitano."
"Questo corrisponde a verità. Ma sono l'ufficiale più
anziano e il regolamento della Flotta conferisce a me il comando."
Riker rimase in silenzio qualche istante, meditando la risposta.
"Lei è più anziano solamente perché è
vulcaniano. Quello che contano sono gli anni di effettivo servizio.
E i miei sono più dei suoi." Vovelek era entrato nella
Flotta soltanto da nove anni. Anche se in un lasso di tempo così
breve, già aveva raggiunto il grado di comandante.
"Non mi pare che il regolamento della Flotta parli di anzianità
di servizio" chiuse subito la questione Vovelek.
"Un errore nel regolamento. Non trova?" continuò
sarcastico Riker "La logica suggerirebbe di dare priorità
all'anzianità di servizio."
"E' evidente che tale sezione del regolamento non è stato
scritta da vulcaniani."
"E' evidente!" ridacchiò Riker "Se il regolamento
fosse stato scritto interamente da vulcaniani, come primo articolo
avremmo il divieto assoluto ed imperativo per gli umani, di fare parte
della Flotta Stellare!"
Vovelek rimase impassibile e poi aggiunse:
"Se mai riusciremo a lasciare questo pianeta, mi ricorderò
di proporlo alla Commissione Regolamenti della Flotta."
Riker rimase di stucco. Vovelek stava dicendo sul serio, o stava assistendo
ad una nuova nascita, il parto di un primo abbozzo di vero, sano autentico
umorismo vulcaniano?
Era troppo stanco per trovare una risposta. Si accucciò sul
giaciglio di fortuna che si era costruito e chiuse gli occhi, attendendo
che il sonno e magari un bel sogno, venissero a portarlo via.
Più
di un migliaio di droni si stavano lentamente muovendo verso di
loro, scavalcando il parapetto che separava le tribune dall'arena.
In alcuni punti, causa la pressione esercitata dalla massa dei droni,
lo sbarramento ligneo cedette di schianto.
Ben presto sarebbero stati circondati e li avrebbero avuti addosso.
Erano troppi per poter sperare di batterli, prima o poi uno di loro
sarebbe riuscito ad iniettare nelle loro carni le temibili nanosonde
che danno l'avvio al processo di assimilazione e non ci sarebbe
stato più scampo.
Worf e Geordi si misero con le spalle contrapposte e le rispettive
bat'leth pronte a colpire.
"Q! E questi sarebbero i piccoli dettagli? Un mucchio di piccoli
dettagli!" urlò in direzione della balconata Geordi.
Q, sinceramente costernato ed assolutamente impotente, non ebbe
la forza di replicare. Inebetito si lasciò cadere mollemente
sulla poltrona d'onore, certo ormai della sconfitta. Nemmeno il
seppur valoroso Worf avrebbe potuto abbattere tutti quei droni.
Non tutti insieme. Poggiò il capo ad una mano e chiuse gli
occhi, augurandosi che lo strazio durasse il meno possibile.
Il suo allievo, invece era ancora più eccitato. Affascinato
dallo spettacolo si era spostato dalla balconata ad un punto imprecisato
sopra le teste dei due umanoidi, sospeso nell'aria.
"Che
facciamo? Sono troppi per noi!" gridò Geordi.
"Combattiamo! Fino alla morte! Moriremo con onore!" gli
rispose un infervorato Worf, che vedeva avverarsi uno dei suoi sogni
di morte proibiti. Affrontare da solo un'orda di nemici a colpi
di bat'leth.
"Bella prospettiva! Non è che avresti una soluzione
alternativa? Io non ci tengo così tanto a crepare!"
"Non c'è alternativa migliore di morire in battaglia!"
"Fantastico. Oggi avrei fatto meglio a restarmene nel mio alloggio!"
ironizzò amaramente Geordi.
Ma Worf già non lo stava più ascoltando. Facendo roteare
la lama della sua bat'leth da sinistra verso destra fendeva l'aria
pronto a colpire i droni che ormai erano a pochi metri da loro.
Da quando era iniziata l'invasione, Worf non aveva aspettato altro
che un momento come questo. Vendicare finalmente tutte quelle morti
innocenti, assimilate al collettivo Borg. Vendicare la distruzione
dell'unica istituzione in cui avesse mai veramente creduto: la Federazione
Unita dei Pianeti. Vendicare il saccheggio che i Borg stavano compiendo
a danno dei pianeti natali delle razze principali che un tempo componevano
lo scacchiere politico del quadrante Alfa tra cui il suo amato Impero
Klingon. Vendicare la fine dell'universo così come, fino
ad allora, lui l'aveva conosciuto. Conscio che mai più sarebbe
stato come prima. Sentiva dentro di sé una rabbia ed un desiderio
di vendetta tale da sentirsi pronto ad affrontare tutti i Borg della
Galassia uno ad uno. "Ci sono addosso!" urlò Geordi
preparandosi a colpire.
Worf si scagliò in preda ad una furia cieca contro la massa
informe di carni assimilate e congegni biomeccanici che gli sbarravano
la strada, affondando con tutta la sue energia le lame acuminate
della sua bat'leth in tutto ciò che incontrò sulla
sua strada. Parti di droni si staccarono di netto dal corpo del
loro proprietario, volando in aria, seguite da fiotti di quello
che poteva essere definito come il sangue dei Borg, ovvero una specie
di linfa vitale di colore grigiastro. Continuò a colpire
senza badare troppo né al bersaglio, né alla sorte
di esso. Doveva solo fare attenzione a tenerli alla debita distanza,
evitando di entrare in contatto con i loro pericolosi uncini, da
cui sarebbero fuoriuscite le nanosonde programmate per l'assimilazione.
Ben presto si rese conto che stava faticando a reggersi in piedi,
a causa dei droni caduti a terra che occupavano ormai buona parte
della porzione di arena che era riuscito a guadagnarsi. In più,
il fondo era diventato estremamente scivoloso a causa delle fuoriuscite
copiose di liquido vitale borg. Fu quindi costretto ad arretrare
lentamente cercando con le spalle e con la coda dell'occhio Geordi.
Lo sapeva dietro di se a coprirgli le spalle. O almeno cosi credeva.
Ma si rese conto presto di essere stato completamente circondato
dai numerosi droni, che minacciosi continuavano a tendere i loro
biomeccanismi contro di lui.
- Dov'è finito Geordi? - Riuscì a trovare il tempo
di domandarsi il klingon. Senza smettere di colpire tutto ciò
che si avvicinava nel suo raggio d'azione, Worf cominciò
a roteare su se stesso, cercando, oltre la massa di droni che gli
si parava davanti, di individuare il suo compagno.
"Geordi! Geordi!" urlò, sperando di udire una risposta.
Ma non ne arrivò alcuna e di conseguenza continuò
a sferrare pesantissimi e mortali fendenti, tentando di mantenere
una posizione relativamente sicura, nel mezzo di quella confusa
concitazione.
Geordi era caduto? Assimilato? Worf decise che doveva trovarlo ed
aiutarlo.
Sicuramente meno forte ed allenato di lui, l'umano stava sicuramente
avendo delle difficoltà a maneggiare l'antica ma pesante
arma klingon.
"Geordi! Dove sei!" urlò ancora Worf ansimante
per lo sforzo, che stava cominciando ad intaccare le sue energie.
Una debole risposta emerse dalla confusione.
"Worf! Aiutami! Worf!"
Il klingon, come una furia, mise da parte la stanchezza e si lanciò
in direzione di quel disperato grido d'aiuto e come un esploratore
si apre la strada nella foresta a colpi di machete, così
lui si fece strada fra i droni Borg, sferrando violentissimi colpi
e squarciando decine di corpi.
Finalmente riuscì a scorgere Geordi, in evidente affanno,
sfinito dalla battaglia corpo a corpo. Ma era ancora troppo lontano
e troppi borg si frapponevano fra lui e il suo compagno. E per quanti
ne abbattesse, altri ancora venivano a sostituire le perdite ed
il muro informe di droni, pareva essere diventato insuperabile.
Worf, pur continuando a difendersi, continuava a tenere d'occhio
il compagno, sempre più al limite delle sue forze, tentare
di proteggersi dalla minaccia. Ma la sua tecnica di combattimento
con la bat'leth era assolutamente inefficace. Si limitava ad usarla
come se fosse stata un bastone o una semplice spada. Così
i suoi colpi ottenevano solo l'effetto di stancarlo senza però
riuscire a ferire mortalmente i droni.
"Worf!" gridò ancora Geordi. E Worf, a pochi metri
da lui, ma incapace di raggiungerlo, percepì tutta la disperazione
del suo compagno. E comprese che non ce l'avrebbe fatta.
Geordi, esausto lasciò cadere la bat'leth a terra. Rimase
in piedi, inebetito ad osservare i droni che gli si avvicinavano,
fino a che uno di loro non lo afferrò saldamente per il collo
e sollevandolo da terra gli infilò sotto la pelle del collo
un dispositivo addetto alle operazioni di assimilazione. Geordi
ebbe la forza di rivolgere un ultimo sguardo al compagno, prima
di essere assalito dalle convulsioni provocate dal processo di assimilazione.
"Geordi!" urlò Worf, impotente spettatore e come
conseguenza dell'assimilazione del suo compagno, aumentarono in
lui la rabbia e la determinazione.
Intonò un antica canzone di guerra klingon per infondersi
coraggio e con la forza di cento guerrieri e la rabbia di una vita
intera, si gettò sui droni Borg in preda alla furia più
cieca.
Ma erano ancora centinaia e spingevano uno sull'altro, privi di
una coscienza individuale, privi di paura o di pietà, come
automi governati da un'unica mente, con l'unico scopo, l'unico di
tutta una razza, di aggiungere le peculiarità di Worf a quelle
del Collettivo.
Dopo quasi un'ora a Worf cominciarono a mancare le forze e i droni
si fecero sempre più vicini. Non aveva nemmeno più
il fiato per urlare, stava centellinando gli sforzi, conscio di
essere vicino al limite. L'arena si era trasformata in una pozzanghera
di linfa borg e non ci si poteva più muovere liberamente,
senza inciampare in qualche corpo mutilato dalle lame di Worf.
"Ma non finiscono mai!" imprecò Worf, il cui valoroso
cuore, stava cominciando a cedere alla desolazione.
Vicini, sempre più vicini. Troppo.
Il klingon avvertì un pizzico ad un avambraccio. Si voltò
di scatto, facendo a pezzi il drone responsabile. Ma un istante
dopo percepì dentro di sé una forza estranea, che
si stava insinuando fra i sui visceri. Strinse i denti e continuò
a combattere.
Dopo aver sferrato pochi colpi ancora, privi di forza, il suo corpo
fu scosso da violente contrazioni e la bat'leth gli sfuggì
di mano. Tentò di raccoglierla, ma finì con lo sbilanciarsi
ed il cadere a terra. E i droni gli furono addosso a decine.
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