Q era
rimasto solo.
Le palpebre serrate e il capo poggiato ad una mano, incapace di sostenersi.
Con la mano rimasta libera, giocherellava con il bordo vellutato del
manto di antica tessitura klingon.
Nell'arena regnava un silenzio spettrale, rotto qua e la dal fremito
di alcuni meccanismi, ormai privi del controllo del collettivo.
A terra giacevano decine e decine di droni, privi di vita, pesantemente
mutilati dai colpi della bat'leth di Worf, in parte affondati nell'impasto
formatosi dall'unione della sabbia e il loro stesso fluido corporeo.
I loro occhi erano vitrei, spenti, persi nel nulla. I servomeccanismi
privi di energia e controllo emettevano flebili scariche, là
dove le lame avevano causato dei corto circuito.
Le tribune, prive di spettatori, facevano da contorno a quel macello
e parevano partecipare alla desolazione, nascondendosi nell'ombra
che l'antico palazzo di pietra, gettava su di loro. La giornata era
al termine su Qo'Nos. Un altro giorno in cui una piccola parte del
pianeta era stata privata di vita dagli impianti Borg. E l'acre odore
dell'ammoniaca, prodotta da essi, invadeva lentamente la già
povera atmosfera, sostituendosi all'ossigeno.
Pochi mesi ancora e del pianeta natale di una delle forme di vita
più gloriose e forti dell'Universo, non sarebbe rimasto che
un pallido ricordo.
Sempre che fosse rimasto ancora qualcuno per ricordare.
Q scosse il capo lentamente.
Poi aprì gli occhi e rimase ad osservare, per la centesima
volta, quanto si presentava davanti a lui. E per la centesima volta
soffermò la sua attenzione sui corpi privi di vita del capo
ingegnere dell'Enterprise, Geordi La Forge e sul klingon Worf.
Entrambi giacevano a terra, confusi fra gli altri droni.
Le uniformi stracciate ed intrise di fluido, i corpi contorti in un
ultimo spasmo disperato, nell'inutile tentativo di contrastare il
rapido operato delle nanosonde. La loro pelle, normalmente dalla pigmentazione
scura, ora appariva grigiastra e sul volto erano comparsi i segni
di un inizio di assimilazione. Meccanismi che dall'interno si erano
aperti un varco, fuoriuscendo a ridosso della cute, come fiori in
un prato.
E a Q si strinse, per la centesima volta, lo stomaco. Avrebbe potuto
far svanire quell'orribile sensazione di nausea all'istante, abbandonando
la forma umana e magari trasformandosi in un uccello. Che lo potesse,
con ampi colpi d'ala, portare via di li. Ma qualcosa che si avvicinava
pericolosamente al senso di colpa, alla vergogna ed al desiderio di
punirsi per quanto era accaduto, gli impediva di agire.
Per la prima volta, da quando la sua infinita sfida era iniziata,
si rese conto di avere paura di perderla. Per millenni aveva giocato
le sue carte, libero di fare appello a tutte le sue capacità
ed era sempre riuscito a contrastare le mosse del suo avversario,
a volte con superbe trovate, altre volte con miseri trucchetti. Neppure
per un istante, era sorto in lui il benché minimo dubbio relativamente
a quello che sarebbe stato l'esito finale. Si rese conto che mai in
vita sua, e la sua era stata una vita lunga visto che non ricordava
che avesse mai avuto un inizio, aveva provato vera paura. Nemmeno
quando, per un breve periodo, il Q-Continuum lo aveva privato delle
sue capacità superiori, relegandolo stabilmente alla forma
umana.
Anche in quell'occasione funesta, era sostenuto dall'assoluta convinzione
che in nessun caso, il Q-Continuum l'avrebbe veramente lasciato in
quelle misere condizioni di umano mortale, per più di qualche
giorno terrestre.
E soprattutto, per la prima volta, si trovò realmente a dipendere
da qualcuno che non fosse il proprio capriccio. Tutte le sue possibilità
erano riposte nella terza ed ultima prova. Tutto sarebbe dipeso dall'esito
di quella che era la più complessa e difficile di tutte. La
Prova della Conoscenza, così era chiamata e mai fino ad allora
era stata disputata da alcun essere vivente. Tanto che nemmeno Q ne
conosceva tutti i dettagli approfonditamente. Solo il Consiglio del
Q-Continuum deteneva il segreto dell'ultima prova. E questo non faceva
che aumentare la sua incertezza.
Che ironia! Concluse dentro se quasi divertito. Il grande Q in balia
del Caos. Costretto ad affidarsi alle misere capacità di un
altrettanto misero essere vivente. Un limitato, fragile, sciocco umano
di nome Jean-Luc Picard.
E del suo amico androide Data, macchina imperfetta, creata da esseri
ancora più imperfetti con la sua programmazione distorta, che
lo aveva sempre spinto verso la ricerca dell'umanità, ne erano
la prova lampante.
Dove sarebbe finito l'Universo di questo passo, si domandò
facendo appello a tutta la sua arroganza.
Ma subito si pentì dei suoi pensieri e si sentì meschino
ed irriconoscente, vero gli ufficiali dell'Enterprise che erano morti
nel tentativo, in fondo, di aiutare anche lui.
Riaprì nuovamente gli occhi.
I corpi martoriati di Geordi e Worf erano ancora al loro posto, immobili,
con gli sguardi persi nel nulla. Provò sincera ammirazione
per come si erano battuti, per il coraggio e la determinazione, anche
di fronte ad un nemico soverchiante.
E invidia. Sottile, pungente ma innegabile invidia, per quel qualcosa
di indefinibile che era insito in tutte le specie di umanoidi della
galassia, che fin dagli albori delle loro specie, sparse su decine
di pianeti, lo aveva affascinato, portandolo a seguire, man mano nel
corso di milioni di anni, sempre più da vicino, l'evolversi
delle loro civiltà.
All'inizio si era limitato all'osservazione pura e semplice. Ma poi,
mano a mano che l'evoluzione procedeva, sentì il bisogno di
confrontarsi con loro, più e più volte, mettendoli alla
prova di fronte a fenomeni ignoti, cercando di costringerli a situazioni
estreme, nel sempre più disperato tentativo di cogliere quel
particolare che ancora a tutt'oggi non sapeva di preciso definire.
Fino a che non aveva incontrato, per puro caso, l'Enterprise, nei
pressi di Farpoint. E il suo capitano.
Aveva compreso più sugli umani nei pochi incontri con il capitano
dell'Enterprise che in millenni di osservazioni.
Quell'uomo pareva essere la raffigurazione vivente di quell'inafferrabile
quid, portatore sano del virus dell'umanità. Forse l'unico
che avrebbe mai potuto svelargli il segreto che era divenuto ormai
ossessione vera e propria.
Il sole era ormai praticamente tramontato e le ombre dell'antico palazzo
di K'tal D'ar Nek si erano impossessate dell'arena, delle sue tribune,
del palco d'onore e delle anime di tutti coloro, che nei secoli erano
periti in formidabili duelli, per il divertimento di re e regine klingon.
Quello che si era svolto oggi, concluse Q, era stato l'ultimo duello
che quell'arena avrebbe mai più visto. Forse il più
glorioso di tutti, ma che, purtroppo, si era concluso con la vittoria
dei Borg. Pessimo presagio.
Le prime stelle apparvero nel cielo sempre più scuro di Qo'Nos
e Q si perse ad osservarle, attendendo di trovare la forza di raccogliere
i corpi di Worf e Geordi e di portarli a Picard.
E in lontananza il ritmico pulsare degli impianti produttivi Borg,
a ricordare che presto, quel cielo stellato, sarebbe stato coperto
da nubi di metano ed ammoniaca.
Quando
Riker si svegliò, i primi raggi del sole, facevano capolino
oltre le dune più lontane ad annunciare l'imminenza di un
nuovo giorno. Era solo.
Vovelek doveva già essersi alzato e ora era sicuramente da
qualche parte nell'oasi, alla ricerca delle sue radici.
Stava perdendo colpi, se un dannato vulcaniano riusciva ad allontanarsi
senza che lui se ne accorgesse. Si ripromise, per i giorni successivi,
di non permettersi più una simile leggerezza. Il sonno pesante
era riservato ai periodi di pace.
La pace. Un termine che per Riker pareva aver perso ogni significato,
dopo avere visto gli orrori di una guerra contro un nemico che non
si può sconfiggere.
Il fuoco era ormai limitato a poche braci e se non si fosse sbrigato
ad aggiungere qualche pezzo di legno, si sarebbe spento inesorabilmente.
Will si preoccupò che ciò non avvenisse, dopodiché
si recò presso il piccolo stagno, presente al centro esatto
dell'oasi, ove si rinfrescò rapidamente.
Una semplice operazione, come lavarsi il viso, diventava piuttosto
complessa qualora si fosse stati dotati di un braccio solamente.
Rimase qualche istante ad osservare la porzione di cielo, azzurro
come quello delle favole, che si poteva intravedere attraverso il
fitto fogliame della vegetazione dell'oasi. Ogni tanto lo faceva.
Rivolgeva lo sguardo verso l'alto, sperando di intravedere la sagoma
di una navetta della Flotta, venuta in loro soccorso. Ma purtroppo
ogni logica era contro tale speranza.
Se la squadra di navi che aveva il compito di dirottare i cubi Borg,
attirando la loro attenzione, aveva avuto successo, ora stava riunendosi
al gruppo principale. Se invece la missione era fallita, erano sicuramente
stati spazzati via. E ora Picard e L'Enterprise se la stavano vedendo
con la piccola ma invincibile flotta Borg. Di sicuro non avrebbero
perso del tempo prezioso alla ricerca dei possibili superstiti della
Uss Pioneer.
Tornò ad abbassare lo sguardo, cercando di scacciare anche
i pensieri più tristi. Aveva un compito da svolgere e anche
se non era di grande impegno, lo avrebbe svolto al massimo. D'altronde
non aveva altro da fare di meglio.
Si recò nella zona in cui Vovelek gli aveva indicato la presenza
di un arbusto oramai privo di vita, che si prestava a fornire una
piccola riserva di legna da ardere, che li avrebbe scaldati per
la notte seguente.
Prese la piccola accetta pieghevole che era parte della dotazione
d'emergenza della capsula e si incamminò, verso il limite
della vegetazione.
Durante il breve tragitto si guardò intorno alla ricerca
di Vovelek, ma evidentemente era in un punto distante. Riker se
lo immaginò chinato a terra intento a scavare piccole buche
nella sabbia umida, alla ricerca di radici e piccoli lombrichi.
Ed ad assaggiarli, cercando con il solo aiuto del gusto, di comprendere
quali sostanze nutritive potessero fornire. Lui preferiva spaccare
legna, come spesso aveva fatto da ragazzo, in Alaska, quando suo
padre Kyle lo mandava nei boschi, durante le brevissime estati artiche,
a fare abbondante scorta per l'inverno, che invece sarebbe stato
molto lungo e gelido. Riker rammentò l'assurda mania del
padre, di scaldare la casa in cui vivevano, principalmente con l'uso
di combustibili naturali. Tutte le altre famiglie facevano largo
uso dei normali generatori per uso domestico, concedendosi la comodità
di una casa calda anche quando le condizioni atmosferiche erano
critiche, come a volte capitava in Alaska, dove tormente di neve
potevano durare anche una settimana. Invece, a casa Riker, lui e
suo padre vivevano soli, facendo uso di quanta meno tecnologia possibile.
Se sua madre non fosse morta così presto, forse avrebbe impedito
a suo padre di sottoporre anche il piccolo William a certe privazioni.
Ricordava ancora le notti passate sotto uno strato di spesse coperte
di lana locale, con la pelle del viso che si screpolava per il freddo
intenso, che il seppur grande camino e le stufe, di cui era dotata
l'abitazione, non riuscivano a mitigare sufficientemente.
Non era insolito, il mattino, trovare dei piccoli e luminescenti
ghiaccioli, pendere dai serramenti in alluminio.
A scuola era spesso deriso dai compagni di classe, che lo consideravano
alla stregua di un abitante delle foreste, ovvero di quelle tribù
di razza mongola che da millenni abitavano l'Alaska e le terre del
Canada settentrionale, rifiutando la tecnologia, avendo scelto di
preservare le loro antiche tradizioni nonché di sopravvivere
facendo appello solamente alle risorse della natura.
Ogni volta, che il piccolo William si era lamentato della loro condizione,
Kyle lo aveva rimproverato per la sua debolezza, mostrandosi deluso
per la sua incapacità di essere al suo livello, che invece
amava quelle condizioni così dure, in un'epoca di comodità
tecnologiche.
Tutto questo non aveva fatto altro che acuire l'odio di William
verso il padre, oltre alle decine di incontri di anbo-jytsu da cui
era uscito sempre sconfitto. E ci sarebbero voluti anni, prima che
i due tornassero a parlare e capirsi.
Suo padre ora era morto. La colonia su cui si era stabilito, cessato
il suo incarico di consigliere civile, era stata distrutta dai Borg,
due mesi prima. Ora, probabilmente, era stato ridotto allo stato
di misero drone senza coscienza, oppure, se era stato più
fortunato, era stato semplicemente ucciso. Così sperava Riker.
Si rammaricò di non essere mai andato a trovarlo, nonostante
Kyle lo avesse invitato più volte. Ora era troppo tardi e
restava in lui una profonda amarezza, per tutto quell'amore che
non aveva ricevuto e che non aveva saputo dare.
Raggiunse il bordo ultimo dell'oasi, la dove la vegetazione, da
fitta e lussureggiante, come se fosse stata tagliata da un invisibile
coltello, si diradava bruscamente, lasciando spazio solo alla sabbia
del deserto ed alle mutevoli dune.
L'arbusto rinsecchito era li, che lo guardava, attendendo di essere
fatto a piccoli pezzi, facili da trasportare.
Riker si mise di buona lena, ma potendo fare affidamento solo su
un braccio, si trovò in difficoltà nell'affondare
i colpi d'accetta, tanto che dovette interrompere l'operazione per
studiare un metodo più efficace. Si dovette aiutare con le
gambe e riuscì lentamente ad incidere la dura corteccia.
Dopo un paio d'ore aveva ridotto l'arbusto in piccoli pezzi, lasciando
nella sabbia un moncherino a ricordo di quello che era stato, in
un recente passato, un piccolo albero.
Era intento a legare i piccoli ciocchi di legno con della corda,
anch'essa parte del kit di sopravvivenza, quando con la coda dell'occhio
vide il cielo striarsi di bianco e subito seguì un rumore
simile ad un sibilo.
Si voltò di scatto e vide una netta scia biancastra segnare
l'azzurro e puntare verso il basso, fino a scomparire addietro le
dune.
Era il segno evidente degli scarichi di un mezzo di trasporto d'aria,
che era rapidamente atterrato poco distante.
Purtroppo non aveva potuto identificare il tipo di velivolo, ma
non si perse d'animo. Lasciò perdere le fascine di legna
e cominciò a correre verso il centro dell'oasi, verso il
campo di fortuna, per recuperare il comunicatore d'emergenza, che
avrebbe segnalato la loro presenza, nel caso in cui si fosse tratta
di una squadra di soccorso sulle loro tracce.
Stava correndo a perdifiato, quando dal fogliame fece la sua apparizione
improvvisa Vovelek, spaventando Riker che si arrestò di colpo.
"Una navetta! Laggiù dietro le dune!" balbettò
ansimando per lo sforzo l'umano.
"Ho visto. Mi stavo recando a prendere il comunicatore d'emergenza"
disse Vovelek, senza lasciar trasparire nessuna reazione per l'arrivo
dei soccorsi.
Riker annuì e riprese il cammino superando il vulcaniano.
Raggiunse per primo il campo e mise a soqquadro il kit d'emergenza
alla frenetica ricerca del comunicatore. Lo accese, e sul piccolo
display si accese un punto rosso.
La loro posizione. Pochi secondi dopo un punto blu, comparve a poca
distanza. E il segnale fu riconosciuto come un transponder della
Flotta. Era una navetta della Flotta, non vi erano dubbi.
Il cuore di William si riempì di speranza. Contro ogni aspettativa
erano tornati indietro a recuperarli. Quindi la missione era riuscita
e le navi Borg erano state seminate. Prese con sé solo due
borracce ricolme d'acqua e tornò sui suoi passi. Vovelek
lo attendeva ai margini della vegetazione e stava osservando la
scia di vapore, dissolversi lentamente nell'aria.
"Sono a circa cinquecento metri da qui, oltre quella duna!"
disse Riker in preda ad una comprensibile eccitazione, indicando
con l'indice la cima della duna e poi il comunicatore.
"Ecco, ho preso due borracce. Andiamogli incontro" concluse
porgendone una al vulcaniano, il quale l'accettò senza opporre
resistenza.
Riker iniziò a camminare speditamente, cercando di non lasciar
affondare gli stivali nella sabbia e in pochi minuti divorò
la distanza che lo separava dalla cima della duna, da cui poté
finalmente vedere la sagoma familiare di una delle capsule di emergenza
della Pioneer. Altri sopravvissuti forse.
Era atterrata regolarmente, a differenza della loro che era andata
in avaria, schiantandosi al suolo, e pareva perfettamente funzionante.
Con quella, pensò Riker, avrebbero potuto riguadagnare l'orbita,
se non altro, ed inviare un messaggio subspaziale alla flotta. Forse
qualcuno sarebbe tornato a riprenderli.
Vovelek era dietro di lui, quando Will cominciò a discendere
il pendio scosceso della duna, sempre in preda ad una grande frenesia.
Arrivò per primo e rimase ad osservare l'esterno della capsula.
Le insegne erano proprio quelle della Pioneer. Non vi erano dubbi,
si trattava di altri superstiti del vascello, che probabilmente
avevano ricercato i loro segni vitali.
"Siamo salvi!" esclamò soddisfatto.
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