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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 20
Q era rimasto solo.
Le palpebre serrate e il capo poggiato ad una mano, incapace di sostenersi.
Con la mano rimasta libera, giocherellava con il bordo vellutato del manto di antica tessitura klingon.
Nell'arena regnava un silenzio spettrale, rotto qua e la dal fremito di alcuni meccanismi, ormai privi del controllo del collettivo.
A terra giacevano decine e decine di droni, privi di vita, pesantemente mutilati dai colpi della bat'leth di Worf, in parte affondati nell'impasto formatosi dall'unione della sabbia e il loro stesso fluido corporeo. I loro occhi erano vitrei, spenti, persi nel nulla. I servomeccanismi privi di energia e controllo emettevano flebili scariche, là dove le lame avevano causato dei corto circuito.
Le tribune, prive di spettatori, facevano da contorno a quel macello e parevano partecipare alla desolazione, nascondendosi nell'ombra che l'antico palazzo di pietra, gettava su di loro. La giornata era al termine su Qo'Nos. Un altro giorno in cui una piccola parte del pianeta era stata privata di vita dagli impianti Borg. E l'acre odore dell'ammoniaca, prodotta da essi, invadeva lentamente la già povera atmosfera, sostituendosi all'ossigeno.
Pochi mesi ancora e del pianeta natale di una delle forme di vita più gloriose e forti dell'Universo, non sarebbe rimasto che un pallido ricordo.
Sempre che fosse rimasto ancora qualcuno per ricordare.
Q scosse il capo lentamente.
Poi aprì gli occhi e rimase ad osservare, per la centesima volta, quanto si presentava davanti a lui. E per la centesima volta soffermò la sua attenzione sui corpi privi di vita del capo ingegnere dell'Enterprise, Geordi La Forge e sul klingon Worf.
Entrambi giacevano a terra, confusi fra gli altri droni.
Le uniformi stracciate ed intrise di fluido, i corpi contorti in un ultimo spasmo disperato, nell'inutile tentativo di contrastare il rapido operato delle nanosonde. La loro pelle, normalmente dalla pigmentazione scura, ora appariva grigiastra e sul volto erano comparsi i segni di un inizio di assimilazione. Meccanismi che dall'interno si erano aperti un varco, fuoriuscendo a ridosso della cute, come fiori in un prato.
E a Q si strinse, per la centesima volta, lo stomaco. Avrebbe potuto far svanire quell'orribile sensazione di nausea all'istante, abbandonando la forma umana e magari trasformandosi in un uccello. Che lo potesse, con ampi colpi d'ala, portare via di li. Ma qualcosa che si avvicinava pericolosamente al senso di colpa, alla vergogna ed al desiderio di punirsi per quanto era accaduto, gli impediva di agire.
Per la prima volta, da quando la sua infinita sfida era iniziata, si rese conto di avere paura di perderla. Per millenni aveva giocato le sue carte, libero di fare appello a tutte le sue capacità ed era sempre riuscito a contrastare le mosse del suo avversario, a volte con superbe trovate, altre volte con miseri trucchetti. Neppure per un istante, era sorto in lui il benché minimo dubbio relativamente a quello che sarebbe stato l'esito finale. Si rese conto che mai in vita sua, e la sua era stata una vita lunga visto che non ricordava che avesse mai avuto un inizio, aveva provato vera paura. Nemmeno quando, per un breve periodo, il Q-Continuum lo aveva privato delle sue capacità superiori, relegandolo stabilmente alla forma umana.
Anche in quell'occasione funesta, era sostenuto dall'assoluta convinzione che in nessun caso, il Q-Continuum l'avrebbe veramente lasciato in quelle misere condizioni di umano mortale, per più di qualche giorno terrestre.
E soprattutto, per la prima volta, si trovò realmente a dipendere da qualcuno che non fosse il proprio capriccio. Tutte le sue possibilità erano riposte nella terza ed ultima prova. Tutto sarebbe dipeso dall'esito di quella che era la più complessa e difficile di tutte. La Prova della Conoscenza, così era chiamata e mai fino ad allora era stata disputata da alcun essere vivente. Tanto che nemmeno Q ne conosceva tutti i dettagli approfonditamente. Solo il Consiglio del Q-Continuum deteneva il segreto dell'ultima prova. E questo non faceva che aumentare la sua incertezza.
Che ironia! Concluse dentro se quasi divertito. Il grande Q in balia del Caos. Costretto ad affidarsi alle misere capacità di un altrettanto misero essere vivente. Un limitato, fragile, sciocco umano di nome Jean-Luc Picard.
E del suo amico androide Data, macchina imperfetta, creata da esseri ancora più imperfetti con la sua programmazione distorta, che lo aveva sempre spinto verso la ricerca dell'umanità, ne erano la prova lampante.
Dove sarebbe finito l'Universo di questo passo, si domandò facendo appello a tutta la sua arroganza.
Ma subito si pentì dei suoi pensieri e si sentì meschino ed irriconoscente, vero gli ufficiali dell'Enterprise che erano morti nel tentativo, in fondo, di aiutare anche lui.
Riaprì nuovamente gli occhi.
I corpi martoriati di Geordi e Worf erano ancora al loro posto, immobili, con gli sguardi persi nel nulla. Provò sincera ammirazione per come si erano battuti, per il coraggio e la determinazione, anche di fronte ad un nemico soverchiante.
E invidia. Sottile, pungente ma innegabile invidia, per quel qualcosa di indefinibile che era insito in tutte le specie di umanoidi della galassia, che fin dagli albori delle loro specie, sparse su decine di pianeti, lo aveva affascinato, portandolo a seguire, man mano nel corso di milioni di anni, sempre più da vicino, l'evolversi delle loro civiltà.
All'inizio si era limitato all'osservazione pura e semplice. Ma poi, mano a mano che l'evoluzione procedeva, sentì il bisogno di confrontarsi con loro, più e più volte, mettendoli alla prova di fronte a fenomeni ignoti, cercando di costringerli a situazioni estreme, nel sempre più disperato tentativo di cogliere quel particolare che ancora a tutt'oggi non sapeva di preciso definire.
Fino a che non aveva incontrato, per puro caso, l'Enterprise, nei pressi di Farpoint. E il suo capitano.
Aveva compreso più sugli umani nei pochi incontri con il capitano dell'Enterprise che in millenni di osservazioni.
Quell'uomo pareva essere la raffigurazione vivente di quell'inafferrabile quid, portatore sano del virus dell'umanità. Forse l'unico che avrebbe mai potuto svelargli il segreto che era divenuto ormai ossessione vera e propria.
Il sole era ormai praticamente tramontato e le ombre dell'antico palazzo di K'tal D'ar Nek si erano impossessate dell'arena, delle sue tribune, del palco d'onore e delle anime di tutti coloro, che nei secoli erano periti in formidabili duelli, per il divertimento di re e regine klingon.
Quello che si era svolto oggi, concluse Q, era stato l'ultimo duello che quell'arena avrebbe mai più visto. Forse il più glorioso di tutti, ma che, purtroppo, si era concluso con la vittoria dei Borg. Pessimo presagio.
Le prime stelle apparvero nel cielo sempre più scuro di Qo'Nos e Q si perse ad osservarle, attendendo di trovare la forza di raccogliere i corpi di Worf e Geordi e di portarli a Picard.
E in lontananza il ritmico pulsare degli impianti produttivi Borg, a ricordare che presto, quel cielo stellato, sarebbe stato coperto da nubi di metano ed ammoniaca.

Quando Riker si svegliò, i primi raggi del sole, facevano capolino oltre le dune più lontane ad annunciare l'imminenza di un nuovo giorno. Era solo.
Vovelek doveva già essersi alzato e ora era sicuramente da qualche parte nell'oasi, alla ricerca delle sue radici.
Stava perdendo colpi, se un dannato vulcaniano riusciva ad allontanarsi senza che lui se ne accorgesse. Si ripromise, per i giorni successivi, di non permettersi più una simile leggerezza. Il sonno pesante era riservato ai periodi di pace.
La pace. Un termine che per Riker pareva aver perso ogni significato, dopo avere visto gli orrori di una guerra contro un nemico che non si può sconfiggere.
Il fuoco era ormai limitato a poche braci e se non si fosse sbrigato ad aggiungere qualche pezzo di legno, si sarebbe spento inesorabilmente.
Will si preoccupò che ciò non avvenisse, dopodiché si recò presso il piccolo stagno, presente al centro esatto dell'oasi, ove si rinfrescò rapidamente.
Una semplice operazione, come lavarsi il viso, diventava piuttosto complessa qualora si fosse stati dotati di un braccio solamente.
Rimase qualche istante ad osservare la porzione di cielo, azzurro come quello delle favole, che si poteva intravedere attraverso il fitto fogliame della vegetazione dell'oasi. Ogni tanto lo faceva. Rivolgeva lo sguardo verso l'alto, sperando di intravedere la sagoma di una navetta della Flotta, venuta in loro soccorso. Ma purtroppo ogni logica era contro tale speranza.
Se la squadra di navi che aveva il compito di dirottare i cubi Borg, attirando la loro attenzione, aveva avuto successo, ora stava riunendosi al gruppo principale. Se invece la missione era fallita, erano sicuramente stati spazzati via. E ora Picard e L'Enterprise se la stavano vedendo con la piccola ma invincibile flotta Borg. Di sicuro non avrebbero perso del tempo prezioso alla ricerca dei possibili superstiti della Uss Pioneer.
Tornò ad abbassare lo sguardo, cercando di scacciare anche i pensieri più tristi. Aveva un compito da svolgere e anche se non era di grande impegno, lo avrebbe svolto al massimo. D'altronde non aveva altro da fare di meglio.
Si recò nella zona in cui Vovelek gli aveva indicato la presenza di un arbusto oramai privo di vita, che si prestava a fornire una piccola riserva di legna da ardere, che li avrebbe scaldati per la notte seguente.
Prese la piccola accetta pieghevole che era parte della dotazione d'emergenza della capsula e si incamminò, verso il limite della vegetazione.
Durante il breve tragitto si guardò intorno alla ricerca di Vovelek, ma evidentemente era in un punto distante. Riker se lo immaginò chinato a terra intento a scavare piccole buche nella sabbia umida, alla ricerca di radici e piccoli lombrichi. Ed ad assaggiarli, cercando con il solo aiuto del gusto, di comprendere quali sostanze nutritive potessero fornire. Lui preferiva spaccare legna, come spesso aveva fatto da ragazzo, in Alaska, quando suo padre Kyle lo mandava nei boschi, durante le brevissime estati artiche, a fare abbondante scorta per l'inverno, che invece sarebbe stato molto lungo e gelido. Riker rammentò l'assurda mania del padre, di scaldare la casa in cui vivevano, principalmente con l'uso di combustibili naturali. Tutte le altre famiglie facevano largo uso dei normali generatori per uso domestico, concedendosi la comodità di una casa calda anche quando le condizioni atmosferiche erano critiche, come a volte capitava in Alaska, dove tormente di neve potevano durare anche una settimana. Invece, a casa Riker, lui e suo padre vivevano soli, facendo uso di quanta meno tecnologia possibile. Se sua madre non fosse morta così presto, forse avrebbe impedito a suo padre di sottoporre anche il piccolo William a certe privazioni. Ricordava ancora le notti passate sotto uno strato di spesse coperte di lana locale, con la pelle del viso che si screpolava per il freddo intenso, che il seppur grande camino e le stufe, di cui era dotata l'abitazione, non riuscivano a mitigare sufficientemente.
Non era insolito, il mattino, trovare dei piccoli e luminescenti ghiaccioli, pendere dai serramenti in alluminio.
A scuola era spesso deriso dai compagni di classe, che lo consideravano alla stregua di un abitante delle foreste, ovvero di quelle tribù di razza mongola che da millenni abitavano l'Alaska e le terre del Canada settentrionale, rifiutando la tecnologia, avendo scelto di preservare le loro antiche tradizioni nonché di sopravvivere facendo appello solamente alle risorse della natura.
Ogni volta, che il piccolo William si era lamentato della loro condizione, Kyle lo aveva rimproverato per la sua debolezza, mostrandosi deluso per la sua incapacità di essere al suo livello, che invece amava quelle condizioni così dure, in un'epoca di comodità tecnologiche.
Tutto questo non aveva fatto altro che acuire l'odio di William verso il padre, oltre alle decine di incontri di anbo-jytsu da cui era uscito sempre sconfitto. E ci sarebbero voluti anni, prima che i due tornassero a parlare e capirsi.
Suo padre ora era morto. La colonia su cui si era stabilito, cessato il suo incarico di consigliere civile, era stata distrutta dai Borg, due mesi prima. Ora, probabilmente, era stato ridotto allo stato di misero drone senza coscienza, oppure, se era stato più fortunato, era stato semplicemente ucciso. Così sperava Riker.
Si rammaricò di non essere mai andato a trovarlo, nonostante Kyle lo avesse invitato più volte. Ora era troppo tardi e restava in lui una profonda amarezza, per tutto quell'amore che non aveva ricevuto e che non aveva saputo dare.
Raggiunse il bordo ultimo dell'oasi, la dove la vegetazione, da fitta e lussureggiante, come se fosse stata tagliata da un invisibile coltello, si diradava bruscamente, lasciando spazio solo alla sabbia del deserto ed alle mutevoli dune.
L'arbusto rinsecchito era li, che lo guardava, attendendo di essere fatto a piccoli pezzi, facili da trasportare.
Riker si mise di buona lena, ma potendo fare affidamento solo su un braccio, si trovò in difficoltà nell'affondare i colpi d'accetta, tanto che dovette interrompere l'operazione per studiare un metodo più efficace. Si dovette aiutare con le gambe e riuscì lentamente ad incidere la dura corteccia.
Dopo un paio d'ore aveva ridotto l'arbusto in piccoli pezzi, lasciando nella sabbia un moncherino a ricordo di quello che era stato, in un recente passato, un piccolo albero.
Era intento a legare i piccoli ciocchi di legno con della corda, anch'essa parte del kit di sopravvivenza, quando con la coda dell'occhio vide il cielo striarsi di bianco e subito seguì un rumore simile ad un sibilo.
Si voltò di scatto e vide una netta scia biancastra segnare l'azzurro e puntare verso il basso, fino a scomparire addietro le dune.
Era il segno evidente degli scarichi di un mezzo di trasporto d'aria, che era rapidamente atterrato poco distante.
Purtroppo non aveva potuto identificare il tipo di velivolo, ma non si perse d'animo. Lasciò perdere le fascine di legna e cominciò a correre verso il centro dell'oasi, verso il campo di fortuna, per recuperare il comunicatore d'emergenza, che avrebbe segnalato la loro presenza, nel caso in cui si fosse tratta di una squadra di soccorso sulle loro tracce.
Stava correndo a perdifiato, quando dal fogliame fece la sua apparizione improvvisa Vovelek, spaventando Riker che si arrestò di colpo.
"Una navetta! Laggiù dietro le dune!" balbettò ansimando per lo sforzo l'umano.
"Ho visto. Mi stavo recando a prendere il comunicatore d'emergenza" disse Vovelek, senza lasciar trasparire nessuna reazione per l'arrivo dei soccorsi.
Riker annuì e riprese il cammino superando il vulcaniano. Raggiunse per primo il campo e mise a soqquadro il kit d'emergenza alla frenetica ricerca del comunicatore. Lo accese, e sul piccolo display si accese un punto rosso.
La loro posizione. Pochi secondi dopo un punto blu, comparve a poca distanza. E il segnale fu riconosciuto come un transponder della Flotta. Era una navetta della Flotta, non vi erano dubbi.
Il cuore di William si riempì di speranza. Contro ogni aspettativa erano tornati indietro a recuperarli. Quindi la missione era riuscita e le navi Borg erano state seminate. Prese con sé solo due borracce ricolme d'acqua e tornò sui suoi passi. Vovelek lo attendeva ai margini della vegetazione e stava osservando la scia di vapore, dissolversi lentamente nell'aria.
"Sono a circa cinquecento metri da qui, oltre quella duna!" disse Riker in preda ad una comprensibile eccitazione, indicando con l'indice la cima della duna e poi il comunicatore.
"Ecco, ho preso due borracce. Andiamogli incontro" concluse porgendone una al vulcaniano, il quale l'accettò senza opporre resistenza.
Riker iniziò a camminare speditamente, cercando di non lasciar affondare gli stivali nella sabbia e in pochi minuti divorò la distanza che lo separava dalla cima della duna, da cui poté finalmente vedere la sagoma familiare di una delle capsule di emergenza della Pioneer. Altri sopravvissuti forse.
Era atterrata regolarmente, a differenza della loro che era andata in avaria, schiantandosi al suolo, e pareva perfettamente funzionante. Con quella, pensò Riker, avrebbero potuto riguadagnare l'orbita, se non altro, ed inviare un messaggio subspaziale alla flotta. Forse qualcuno sarebbe tornato a riprenderli.
Vovelek era dietro di lui, quando Will cominciò a discendere il pendio scosceso della duna, sempre in preda ad una grande frenesia. Arrivò per primo e rimase ad osservare l'esterno della capsula. Le insegne erano proprio quelle della Pioneer. Non vi erano dubbi, si trattava di altri superstiti del vascello, che probabilmente avevano ricercato i loro segni vitali.
"Siamo salvi!" esclamò soddisfatto.


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