"Capitano!
Venga a vedere. Credo che Q stia facendo ritorno."
Picard sollevò il capo, poggiato contro il palmo delle mani
e rivolse lo sguardo verso l'androide.
Data stava in piedi, in mezzo alla strada asfaltata, proprio sulla
linea di mezzeria e scrutava l'orizzonte.
Picard si alzò in piedi. Sentì le ossa della schiena
reclamare il loro tributo di dolore. L'essere rimasto chinato a terra
per un paio d'ore, scavando a mani nude due misere fosse per le sfortunate
ufficiali dell'Enterprise, lo aveva parecchio fiaccato. Era fortemente
disidratato e da parecchie ore non beveva un goccio di liquido potabile.
Cominciava a sentirsi vicino al limite fisico di sopportazione.
Rimanere a riposare all'ombra, seduto sul fresco marmo, aveva solo
peggiorato la condizione delle sue ossa.
Ma nonostante tutto, si mise in piedi di scatto, si sistemò,
come suo solito, l'uniforme impolverata, e si diresse verso Data.
Quando gli giunse a fianco, poté scorgere anch'egli la nuvola
di polvere sollevata dal pesante automezzo militare guidato da Q.
"Sta tornando indietro" commentò il capitano.
"La Seconda Prova è terminata" aggiunse Data.
"A quanto pare si. Tra poco ne conosceremo anche l'esito"
concluse Picard, poggiando la mano alla fronte per proteggersi dall'accecante
luce solare.
Rimasero entrambi li ad attendere che il minuscolo puntino comparso
all'orizzonte, assumesse le dimensioni di un autocarro e infine furono
costretti a scansarsi, tornando sul ciglio della strada, per non essere
investiti.
Picard sentì un brivido percorrergli la schiena, ripensando
a poche ore prima, quando la stessa scena si era svolta per la prima
volta ed alle tragiche conseguenze di cui era stata portatrice.
Il camion a chiazze verde militare si arrestò bruscamente,
tra il fastidioso stridere dei freni e la nuvola di sabbia che limitò
la visibilità per qualche secondo. Tanto che Picard non vide
Q smontare dalla cabina.
Tossendo seccamente a causa della polvere, Picard si incamminò
verso l'automezzo, agitando le braccia, nel vano tentativo di allontanare
la nube sabbiosa.
E come un fantasma in mezzo alla nebbia, gli comparve dinanzi Q.
Abbigliato come un klingon, ma non un klingon moderno, quanto piuttosto
un antico guerriero, con una armatura possente e lucida.
E un grande mantello nero a coprire le spalle.
"Q!" esclamò Picard, arrestandosi di colpo, spaventato
dall'inattesa apparizione.
"Jean-Luc
" gli rispose Q.
I due rimasero a fissarsi per qualche istante. Picard aveva un solo
ed unico pensiero per la testa: la sorte di Worf e di Geordi. Il fatto
che nessuno dei due avesse ancora fatto la sua comparsa, costituiva
un indizio di sciagura imminente. E soprattutto lo sguardo di Q era
quanto mai eloquente.
Si poteva chiaramente intravedere una sincera prostrazione, un cupo
dolore che lo stava lacerando internamente. L'espressione del viso
di Picard mutò lentamente, la commozione prese il sopravvento,
e i suoi occhi si inumidirono, riuscendo però a trattenere
ogni lacrima. Avrebbe voluto piangere, avrebbe voluto disperarsi,
ma cercò di trattenersi, evitando di dare una qualsiasi tipo
di soddisfazione a Q.
"Dove sono Worf e Geordi?" domandò con la voce che
tremava, rotta dall'emozione.
Q non rispose. Rimase in piedi senza aprire bocca, mentre la sabbia
sollevata dal passaggio del camion, lentamente tornava a posarsi.
"Capitano" si intromise Data, che nel frattempo si era portato
verso la parte posteriore dell'automezzo militare.
"Mi dica signor Data" rispose Picard, senza togliere gli
occhi da Q.
"Nel retro, ci sono altri due sacchi neri."
A quelle parole, il cuore di Picard fu sul punto di scoppiare per
il dolore e la rabbia repressa in mesi e mesi di battaglie sanguinose
e di morti innocenti. Si scagliò contro Q con tutta la sua
forza, stringendogli le mani al collo e scaraventandolo a terra. Q
non reagì e cadde pesantemente, senza nemmeno provare ad attutire
la caduta.
"Maledetto! Li hai ammazzati! Hai ammazzato anche loro!"
urlò rabbiosamente Picard, i cui occhi erano iniettati di sangue,
senza mollare la presa dal collo dell'essere che considerava la causa
di tanto dolore.
Data accorse rapidamente e afferrò il capitano per un braccio
con una tale forza che Picard dovette mollare la presa a causa del
dolore non sopportabile.
"Capitano! Capitano!" esclamò l'androide, tirando
a se Picard.
Dovendo cedere alla maggior forza fisica di Data, Picard rilasciò
i muscoli delle braccia e non oppose più alcuna resistenza,
come se la rabbia si fosse esaurita e si rimise in posizione eretta.
Si sistemò nuovamente l'uniforme e rimase silenzioso ad osservare
Q, che stava a terra e tossiva violentemente a causa della presa del
capitano.
"Mi spiace Jean-Luc! Mi spiace!" balbettò Q, tossendo
ripetutamente "Ho fatto il possibile per aiutarli, te lo posso
giurare! Non volevo che finisse in questo modo."
Le giustificazioni di Q non ebbero alcun effetto su Picard, che continuava
a restare immobile, con gli occhi puntati sul superessere.
"Ma non tutto è perduto Jean-Luc!" riprese Q, mettendosi
a busto eretto "C'è ancora la Terza Prova! Ed è
quella decisiva! Il fatto che abbiamo perduto le prime due non significa
che siamo spacciati. Il Q-Continuum valuterà con maggiore attenzione
proprio quest'ultima prova e sono certo che questa volta vinceremo!"
"Vinceremo?" lo interruppe Picard "Che tu perda o vinca,
continuerai la tua esistenza eterna e beata. Ma noi abbiamo una sola
occasione. E a causa tua Geordi e Worf hanno sprecato la loro."
"Non l'hanno sprecata! Hanno combattuto fino alla fine! Avresti
dovuto vederli! Saresti stato orgoglioso di loro Jean-Luc!" reagì
Q.
"E lo sono. Lo sono sempre stato. E avrei continuato ad esserlo
per molto altro tempo se tu non fossi piombato nelle nostre vite!"
Picard sentì di odiare profondamente Q e tutta la sua razza.
I loro poteri illimitati li avevano resi incapaci di comprendere il
vero valore della vita. Di ogni singola vita.
Lasciò Q seduto a terra e si liberò della presa di Data
che ancora lo tratteneva. Si diresse verso il retro del furgone militare,
la cui sponda era stata abbassata precedentemente dall'androide.
Con un balzo salì sul cassone telonato e si chinò sui
due sacchi neri, con la cerniera longitudinale, per tutto identici
a quelli in cui, precedentemente, Q aveva loro restituito i copri
di Deanna e Beverly. Con un gesto brusco fece scorrere per pochi centimetri
la cerniera del primo sacco.
Un volto, orribilmente deturpato dagli impianti Borg fu rischiarato
dalla luce riflessa.
"Geordi" sussurrò Picard, risollevando lentamente
la cerniera.
Passò al secondo involucro, dove constatò la presenza
del corpo senza vita del klingon Worf, anch'esso deturpato dalle nanosonde
di fabbricazione Borg.
"Addio amici miei" si limitò a dire, richiudendo
anche l'ultima cerniera.
Con un balzo ridiscese dal mezzo e lentamente tornò verso Data
e Q, che nel frattempo si era rimesso in piedi.
Picard ora si sentiva furioso e al contempo determinato a concludere
quella che ora non era altro che un'immensa farsa. Sentiva di avere
la forza di affrontare l'Universo intero, in nome dell'affetto e dell'amicizia
che lo legavano ai compagni, morti nel tentativo di dare all'umanità
una speranza di sopravvivenza.
Affrontò Q con durezza fissandolo dritto negli occhi esclamò:
"In cosa consiste la Terza Prova?"
Q, si rallegrò vedendo tanta determinazione in Picard e gonfiandosi
il petto rispose:
"La Prova della Conoscenza."
Picard e Data si guardarono preoccupati.
La
capsula di salvataggio della Pioneer era davanti a lui, i condotti
di scarico dei razzi di manovra fumavano ancora, il suo scafo era
striato di grigio, nei punti in cui l'attrito dell'atmosfera aveva
intaccato il bianco rivestimento in duranio.
In perfetto stato, apparentemente, era atterrata senza danni, poggiata
su tre piedi metallici, praticamente scomparsi sotto le sabbie del
deserto.
Mentre Riker osservava estasiato quella che si poteva definire come
una visione, Vovelek lo raggiunse alle spalle.
"E' la capsula numero quattro. Ponte dodici, vicino alla sala
macchine. Dovrebbe essere stata utilizzata dagli ingegneri. Verifichiamo
le condizioni degli occupanti."
"Deve essere rimasta in orbita per almeno tre giorni"
disse Riker voltandosi verso il vulcaniano. Sul suo viso era stampato
un largo sorriso e i suoi occhi erano carichi di gioia. "Devono
avere individuato il nostro segnale e sono venuti a prenderci!"
"Possibile. Ma improbabile. Avrebbero avuto molte più
possibilità di salvarsi restando in orbita e di essere intercettati
da qualche nave di passaggio. Queste capsule non hanno potenza propulsiva
sufficiente per permettere un decollo che ci porti nuovamente in
orbita." . L'analisi di Vovelek intaccò buona parte
delle speranze di William. Ma dentro di se, Riker era convinto che
se l'equipaggio della Pioneer aveva deciso di atterrare per recuperarli,
l'aveva fatto sapendo poi, di poterli anche riportare nello spazio.
- Sono tutti ingegneri li dentro, dannazione! - Imprecò fra
sé. - Avranno sicuramente apportato delle modifiche al sistema
di propulsione della capsula! -
"Forse sono incorsi in un'avaria. Comunque sempre meglio che
restare qui solo noi due no?" provò a spiegare.
"Su questo devo assolutamente convenire con lei" fu la
laconica risposta di Vovelek.
Riker rimase senza parole ad osservare il suo compagno di sventura,
domandandosi nuovamente se il detto che i vulcaniani sono privi
di senso dell'umorismo, non fosse che una leggenda da molo spaziale
di periferia.
"Perché non aprono il portello?" domandò
impaziente Riker.
"Staranno analizzando l'ambiente circostante, prima di avventurarsi
all'esterno."
"Hanno avuto tre giorni per farlo. Il sistema dei sensori della
capsula è specificatamente progettato per questo scopo. Dubito
che si siano limitati ad inviare S.O.S."
"Sono ingegneri. Non scienziati."
"Forse anche loro stanno avendo problemi con il portellone
di uscita. Anche il nostro era bloccato. Una serie difettosa."
ipotizzò Riker, che non riusciva più a stare fermo
senza fare nulla.
"Opzione possibile. Esiste una maniglia per lo sblocco d'emergenza
anche all'esterno delle capsule. Ma è attivabile solo con
specifici codici di comando, al fine di evitare pericolose e non
gradite intrusioni, in caso di atterraggio in territorio ostile"
riferì il vulcaniano, indicando un punto poco accessibile,
ad un paio di metri e poco più da terra, alla sinistra del
portellone. Raggiungerlo non sarebbe stato facile, visto che la
capsula era rialzata dal suolo di circa un metro e mezzo e non vi
erano appigli.
"E che aspettiamo allora?"
"D'accordo. Anche se la situazione è poco chiara, secondo
la mia opinione. Avrebbero dovuto seguire le procedure standard."
commentò Vovelek.
I due si portarono verso la capsula, all'altezza del portellone,
che stava sopra le loro teste.
"Io le faccio da scala, lei si arrampichi fino a quella maniglia.
Dovrà girarla verso destra di novanta gradi. Dopodiché
dovrà inserire nella consolle che le comparirà i codici
che io le darò. E' chiaro?" domandò Vovelek,
incrociando le dita delle mani, dando forma ad una improvvisata
scala umanoide.
Riker annuì e aggrappandosi col braccio superstite alla nuca
di Vovelek, si diede una leggera spinta con la gamba destra, mentre
con il piede sinistro fece appello alla forza fisica e alla tenuta
dell'intreccio di dita del vulcaniano.
In un istante si trovò a circa trenta centimetri dalla maniglia.
Gli sarebbe bastato avere a disposizione anche l'altro braccio e
avrebbe potuto comodamente afferrarla. Purtroppo si rese conto che
se voleva ottenere il suo scopo, avrebbe dovuto mollare l'appiglio
con la mano sinistra e restare in equilibrio per qualche secondo.
Riker esitò studiando la posizione migliore per evitare di
cadere come un sacco di patate e Vovelek si rese conto della difficoltà
che l'umano stava incontrando.
"Crede di riuscire a farcela?" domandò Vovelek.
"Naturalmente. Non sarà un braccio in meno a fermarmi.
Mi lasci cercare una posizione d'equilibrio. Sempre che lei riesca
a sopportare il mio peso ancora qualche istante!" ironizzò
William.
"I Vulcaniani possiedono una forza fisica notevolmente superiore
a quella della razza umana. Potrei sostenerla per ore senza il minimo
sforzo."
"Non ci vorrà così tanto, si fidi" ribatté
Riker, che nel frattempo, poggiandosi con la nuca alla calda parete
metallica della capsula, era riuscito a trovare un punto di equilibrio
e lentamente a portare la mano sinistra verso la maniglia.
"L'ho presa!" esclamò soddisfatto.
"La giri di novanta gradi. In senso orario." lo istruì
Vovelek.
"Fatto!"
Riker sentì il ronzio di un servomeccanismo, provenire da
sopra la sua testa. Una piccola consolle dal design tipicamente
federale era comparsa a lato della maniglia.
"Mi dia i codici ora."
Vovelek propinò a Riker una serie di dati alfanumerici dalla
lunghezza notevole. Incredibile che riuscisse a ricordarli tutti
a memoria. Su questo, realmente, i Vulcaniani erano imbattibili.
La consolle, al termine della digitazione, trillò brevemente.
Riker sentì uno scatto metallico provenire da sotto il duranio
e la maniglia compì da sola un ulteriore mezzo giroin senso
orario.
E poi lo sbuffo, tipico della decompressione, informò i due,
del successo dell'operazione.
Lentamente il portello d'accesso della capsula si sollevò
dal fianco della stessa per poi arretrare verso l'interno ed infine
scorrere lateralmente fino a quando fu completamente scomparso dietro
alla parete. Una rampa metallica pieghevole, a svolgimento automatico,
raggiunse dolcemente le sabbie di quel desertico pianeta.
Riker si aggrappò nuovamente alla nuca del compagno, e con
un balzo fu subito a terra, saldamente sulle sue gambe.
Rimase li a fissare l'oscurità che si estendeva all'interno
della capsula, in attesa che qualche viso amichevole venisse loro
incontro.
Ma dopo una manciata di secondi fu chiaro per entrambi che qualcosa
era andato storto la dentro. Nessun segno di vita proveniva dall'interno
della capsula.
"Sono tutti morti anche loro?" domandò Riker.
"E' un'eventualità possibile. Spiegherebbe come mai
non abbiano seguito le normali procedure"
"C'è solo un modo per scoprirlo. Entriamo." detto
questo Riker si incamminò sopra la rampa e l'aria del deserto
risuonò dell'eco metallico dei suoi stivali.
Vovelek lo seguì subito dopo.
L'interno della capsula era nella più completa oscurità.
Nemmeno le luci di emergenza erano in funzione. Come potevano essere
atterrati senza un graffio se, apparentemente, tutti i sistemi energetici
erano fuori linea? Si domandò Riker, poggiandosi con l'unica
mano alla parete interna e facendosi guidare da essa.
"C'è nessuno?" urlò William.
"Sono il comandante Riker! C'è nessuno?"
Vovelek lo raggiunse "Nessuna risposta. Dobbiamo cercare di
riattivare l'energia ausiliaria e le luci d'emergenza."
"C'è nessuno! Nessuno vivo li dentro?" urlò
ancora William.
"La smetta di urlare. Se qualcuno fosse cosciente le avrebbe
già chiesto di far cessare tutto questo baccano." lo
rimproverò Vovelek, il cui udito era particolarmente sensibile
ai rumori forti
"Aspetti! Ho sentito un rumore!" esclamò Riker.
"Si. L'ho percepito anch'io" confermò Vovelek ed
entrambi fissarono un punto apparentemente qualsiasi nell'oscurità.
Un fascio di luce rossastra tagliò il buio, terminando contro
la fronte di Riker. E poi un altro ed un altro ancora.
"Mio Dio. Borg!" urlò Will, ma non riuscì
a dire altro, la sua gola fu saldamente afferrata dalla gelida mano
di un drone.
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