Picard
passeggiava nervosamente avanti indietro, con le mani dietro la schiena,
passando a fianco di Data, che al contrario, era immobile, intento
a seguire il battibecco che da alcuni minuti, stava avendo luogo fra
Q ed il suo avversario.
Il Q-Borg aveva sollevato una questione di non poca rilevanza, affermando
che Data, in quanto androide, quindi una macchina, non avesse alcun
diritto a prendere parte alla terza prova. Lo scontro era tra i Borg
e gli umanoidi in generale. E non erano comprese le macchine costruite
da questi ultimi.
Q, dal canto suo, stava asserendo che Data fosse praticamente da considerarsi
umano, nonostante la sua composizione artificiale. Possedeva un chip
emozionale in grado di fargli provare le stesse emozioni degli umanoidi,
nonché un cervello positronico molto sofisticato, al punto
che Data era in assoluto la prima macchina costruita da umani, consapevole
di se stessa e quindi senziente.
"Assolutamente no! Quella cosa è solo una macchina! Una
specie di trycorder evoluto! Sarebbe scorretto che partecipasse! Io
protesto!" urlava il Q-Borg.
"Data è molto più di un trycorder! Ha delle emozioni
sue! Genuine! Anzi, è sicuramente più umano di Picard!"
ribatté Q e lanciando un'occhiata verso il capitano, lo punzecchiò
"Sicuramente è più di compagnia!"
Picard arrestò per un istante il suo passo, per rivolgere a
Q un finto sorriso di cortesia per l'ironica graffiatura non richiesta.
"Non sono disposto a cedere! La sfida è fra umanoidi e
Borg! I burattini meccanici non sono stati invitati! Potrebbe essere
un interessante spunto per una prossima sfida, ma in questa è
escluso" continuò la sua arringa il Q-Borg.
"Tu hai paura di perdere! Questa è la verità! E
ti stai attaccando ad ogni cavillo! Proprio come con i Sekoniani!
Quando obiettasti che non era leale deviare una meteora affinché
distruggesse il loro primo tentativo di conquistare lo spazio, mentre
cercavo di convincerli che non avrebbero dovuto avventurarsi per la
galassia."
"Io paura di perdere?" sbottò il Q-Borg, spingendo
indietro di mezzo metro Q, con la forza del braccio meccanico di concezione
Borg.
"Io non ho paura di perdere! Anzi! Ho praticamente vinto! Quello
che cerca scuse sei tu! E quella volta con i Sekoniani il tuo sporco
trucco fu lasciato correre solo perché alcuni nel Consiglio
del Q-Continuum ti dovevano un favore!"
"Menzogna! Sei un incredibile bugiardo! E tu hai paura di perdere!
Hai paura di una macchina pensante!" urlò fuori di se
Q.
"Ma guarda che bello spettacolo. Esseri superiori vero?"
intervenne Picard, che non sapeva dove stesse trovando la forza per
fare dello spirito.
"Tu taci!" gli risposero all'unisono Q ed il suo sfidante,
fulminandolo con lo sguardo.
Picard, per tutta risposta, alzò una mano in segno di resa
e riprese a trotterellare sui suoi passi, voltando ai due le spalle,
affinché non notassero il suo divertimento. La situazione gli
pareva tanto assurda da poter essere accettata solo facendo appello
ad una dose massiccia di sano umorismo.
I due Q ripresero il loro battibecco da dove l'avevano lasciato.
"Invoco il Consiglio del Q-Continuum! Devono prendere loro la
decisione!" propose infine il Q-Borg.
Q rimase qualche istante senza fiatare, meditando il da farsi e poi
accettò la proposta. Senza però avere alcuna certezza
che il Consiglio avrebbe deciso in suo favore. I tempi in cui alcuni
suoi membri erano stati in debito con lui erano ormai lontani e non
aveva, al momento, carte da giocare.
"D'accordo! Chiamiamoli qui! Accetterò la loro decisione
senza obiettare!"
Sulla bocca del Q-Borg si disegnò un sorriso che aveva un qualcosa
di malvagio e schioccò le dita dell'unica mano umana che possedeva.
Come sempre dal nulla, comparvero i cinque membri del Consiglio del
Q-Continuum. Tre uomini e due donne in età avanzata e una delle
due donne reggeva sempre quella specie di scettro che Picard aveva
catalogato come simbolo di potere.
I cinque, uno accanto all'altro non aprirono bocca ed attesero che
Q e il Q-Borg si fossero avvicinati loro.
"Cosa volete, questa volta?" disse l'anziana che reggeva
lo scettro.
"E' è a causa della Terza Prova!" esordì il
Q-Borg.
"Abbiamo una controversia procedurale che solo il Consiglio può
dirimere!" continuò Q ossequioso.
"Mai che voi due abbiate qualcosa di più interessante
da comunicarci" sbuffò tristemente la Q, scambiando un'occhiata
di biasimo con gli altri consiglieri, i quali restituirono espressioni
altrettanto straziate.
Poi la donna fece una passo avanti e prendendo lo scettro con entrambe
le mani, accarezzandolo lentamente si arrese, "avanti! Esponeteci
la nuova questione."
In pochi minuti il Q-Borg espresse la sua lamentela e le ragioni a
suo sostegno e tanto fece anche Q opponendo una lunga sequela di obiezioni,
mentre Picard e Data assistevano impotenti a quello che pareva essere
un secondo processo a carico di Data dopo quello in cui, anni prima,
l'androide era stato parte in causa ed aveva dovuto difendersi dal
comandante Bruce Maddox, il quale riteneva Data solamente una macchina
non senziente, incapace di emozioni e reali sentimenti, e quindi come
tale a disposizione della Flotta Stellare, per un processo di replicazione.
Allora fu Picard a toglierlo dai guai, convincendo il giudice circa
l'unicità di Data e come tale, essere dotato degli stessi diritti
di ogni cittadino della Federazione.
Quando il Q-Borg ebbe terminato la Q fece un passo indietro e richiamò
a se gli altri consiglieri, che si strinsero intorno a lei a formare
un cerchio.
"La corte si è riunita in camera di consiglio" commentò
sarcasticamente Picard, sempre più infastidito dalla situazione
che lo vedeva come una semplice comparsa, in uno spettacolo dove le
parti principali erano state assegnate a delle entità capricciose
e volubili.
"Speriamo che il giudice non sia corrotto" replicò
Data, apparentemente non turbato dalla situazione.
"Io temo per lei signor Data. Ha visto cosa è accaduto
a Beverly, Deanna, Geordi e Worf. Questa volta temo che non ne usciremo
tanto facilmente. Siamo totalmente in balia dei Q. E non serve che
le dica che la cosa non mi piace affatto!" replicò Picard.
Proprio mentre Picard terminava di parlare la Q a capo del Consiglio
alzò lo scettro al cielo e il piccolo cerchio si aprì
lentamente.
"Il Consiglio ha deciso." disse con voce calma e profonda.
Q e il suo avversario si avvicinarono alla donna anziana, impazienti
di conoscere il verdetto.
Anche Picard si avvicinò e fece cenno a Data di fare altrettanto.
Voleva udire per bene ogni parola pronunciata dalla donna.
"L'androide, per quanto sia una apprezzabile creazione, seppur
primitiva, degli umanoidi, con lo scopo di riprodurre meccanicamente
una forma di vita biologica e per quanto essa sia stata dotata della
capacità di percepire delle sensazioni e dei sentimenti, non
può considerarsi una forma di vita umanoide. Per tanto il Consiglio
accoglie la richiesta avanzata del Q-Borg. L'androide non può
partecipare alla Terza Prova. Quindi è eliminato dalla Sfida."
Appena la donna ebbe finito, Q aprì subito bocca per protestare
ma l'anziana donna lo zittì con lo sguardo e puntandogli contro
lo scettro esclamò, "il Consiglio ha deciso! E come ben
sai le nostre decisioni sono inappellabili!"
Q rimase senza parole e sul suo volto comparve un velo di disperazione
cupa.
Senza l'androide le sue possibilità di vittoria scemavano ancora
di più.
Picard, che era rimasto fino a quel momento in disparte si fece avanti
e si rivolse alla donna e con fare risoluto porse una domanda a cui
il verdetto del consiglio non dava risposta.
"E ora che ne sarà di Data?"
Il Q-Borg, raggiante per il favorevole verdetto, si avvicinò
al capitano posandogli una mano sulla spalla disse freddamente:
"L'androide se ne deve andare!"
E fece schioccare le dita.
Un istante dopo Picard udì un'esplosione provenire alle sue
spalle, a poco distanza. Si voltò di scatto e la dove poco
prima stava Data ora vi era una chiazza nerastra e una nuvola di fumo
si stava disperdendo nel vento, mentre migliaia di piccoli frammenti,
lentamente ricadevano al suolo.
Picard atterrito si voltò verso il Q-Borg alla ricerca di una
spiegazione logica per un gesto tanto crudele.
"Sentenza eseguita!" fu la laconica risposta del Q-Borg.
Si
asciugò la fronte con un rapido gesto. Il caldo di quel deserto
era opprimente. Con cautela sporse la testa oltre il limite del
portellone della navicella. La fuori, da qualche parte vi era ancora
un drone e Vovelek.
Forse ancora vivo.
Stringendo con forza la Magnum, Riker fece un balzo sulla rampa,
puntando l'arma davanti a se e compiendo un giro di centottanta
gradi sul suo asse, a coprire tutto l'orizzonte.
Nessuna traccia del vulcaniano. Lentamente cominciò a percorrere
la rampa metallica che portava alla sabbia del deserto, facendo
attenzione a scansare i corpi dei due droni abbattuti a colpi di
phaser, pochi minuti prima.
Vide luccicare qualcosa dalla sabbia. Il suo phaser affiorava, conficcato
con la punta verso il basso. Riker fece una piccola riflessione
su quanto fosse paradossale il fatto che un arma di ben quattro
secoli prima si stesse rivelando molto più efficace dell'ultimo
ritrovato in fatto di tecnologia.
Sicuramente, i Borg avrebbero trovato un sistema rapido ed efficiente
per difendersi dalle armi da fuoco, rimodulando i loro scudi. Ma
non oggi, pensò.
Poggiò un piede sulla sabbia cocente e decise di aggirare
la navicella, portandosi nella sua ombra. Le orme erano confuse
e Will non riusciva a capire che direzione potesse aver preso il
drone. Decise di lasciare al suo istinto la scelta. La cosa migliore
su cui fare affidamento in quel momento, ad eccezione della sua
sputafuoco.
A piccoli passi aggirò la navetta.
Arrivato al bordo estremo, espirò profondamente, preparandosi
all'azione.
Così come aveva fatto altre decine di volte in passato.
Strinse forte l'arma e si preparò a puntarla.
Forza Vovelek, sto arrivando! Gridò dentro di se Riker, sperando
che il vulcaniano potesse sentirlo grazie alle sue capacità
telepatiche.
Poi decise di uscire allo scoperto e con un balzo si mise in posizione,
con l'arma pronta a fare fuoco. Ma con sua sorpresa non vi era traccia
del drone.
Vovelek era solo, seduto a terra con le spalle rivolte verso William,
ad una decina di metri da lui, protetto dai raggi del sole, grazie
all'ombra della navicella di salvataggio.
"Comandante Vovelek!" esclamò Riker, ma il vulcaniano
parve non udirlo.
"Comandante Vovelek! Sta bene?" urlò ancora William.
Vovelek non accennò alcuna reazione.
Riker iniziò rapidamente ad avvicinarsi, cercando di capire
che fosse successo. Probabilmente Vovelek era riuscito a mettere
fuori combattimento il drone ma forse era rimasto in qualche modo
ferito.
Lo raggiunse in pochi secondi, guardandosi sempre bene intorno,
temendo di veder spuntare da qualche parte l'ultimo drone.
"Vovelek! Si sente bene? E' ferito?" domandò nuovamente
Riker poggiandogli una mano sulla spalla e scuotendolo leggermente.
E in quel momento, notò delle profonde ferite sul collo del
vulcaniano da cui era colato del sangue dal tipico color verdastro.
Solo a quel punto il vulcaniano parve rendersi conto della presenza
del compagno di naufragio e iniziò lentamente a voltare il
capo.
Ma prima che potesse incontrare lo sguardo di Riker, qualcosa o
meglio qualcuno, sferrò un colpo violento alla scapola di
Riker, piegandolo a terra, in ginocchio. Un successivo colpo, all'altezza
della mascella, lo spinse lontano, facendolo volare con il volto
nella sabbia.
Riker sentì il sapore del suo stesso sangue riempirgli la
bocca.
Chi diavolo lo aveva colpito? Fu il suo primo pensiero. Il secondo
fu di evitare altri colpi e di rimettersi in piedi.
Si voltò rapidamente, ignorando i forti dolori causati dai
colpi e vide finalmente chi doveva ringraziare per i nuovi lividi.
Il drone Borg superstite lo aveva raggiunto alle spalle, senza che
lui se ne accorgesse. Stava davvero invecchiando, pensò fra
se.
E ora troneggiava su di lui, con il suo unico braccio superstite.
- Che ironia! - pensò Riker - i Borg hanno tolto un braccio
a me ed io ho causato la perdita di un braccio ad uno di loro -
Ma il pensiero durò una frazione di secondo. Il Borg si avvicinava
minaccioso e Riker era ancora a terra.
Con la mano raspò la sabbia, nel tentativo di recuperare
la Magnum, ma con disappunto, si rese conto che non era li vicino
a lui. Doveva averla lasciata cadere a causa dei colpi subiti. E
al momento era fuori dalla sua visuale.
- Maledizione! - Imprecò fra se. Oggi davvero non era la
sua giornata fortunata.
Cominciò a scalciare per indietreggiare, ma gli stivali gli
affondavano nella sabbia.
"Vovelek! Mi aiuti! Prenda la pistola!" gridò all'indirizzo
del vulcaniano, sperando che potesse venire in suo soccorso.
Ma Vovelek non accennò alcuna reazione. Rimase immobile,
con il volto chino sul petto, come intento ad osservare i granelli
di sabbia.
"Vovelek! Dannato vulcaniano! Mi aiuti! Non voglio morire per
avere avuto la pessima idea di venire a salvarla!"
Riker trovò ancora la forza di fare dell'ironia, nonostante
fosse ad un passo dalla morte.
Il drone gli era ormai addosso e puntò il suo braccio meccanico
verso la sua gola.
Il braccio era parzialmente danneggiato per fortuna di Riker, e
i normali tubicini metallici, che avevano il compito di iniettare
nel corpo degli essere viventi le terribili nanosonde, erano in
buona parte recisi. Il che avrebbe costretto il drone a doversi
avvicinare molto di più del solito.
Quasi a contatto diretto con la pelle.
Riker afferrò il braccio del drone con il suo e iniziò
una specie di gara di braccio di ferro, con in palio la sua vita.
Strinse i denti ed oppose tutta la resistenza possibile, ma il drone
sembrava possedere una forza incredibile.
Riker osservò il tubo reciso avvicinarsi sempre di più
alla sua gola, presagendo l'imminente arrivo della sua fine.
Sarebbe morto su un pianeta sconosciuto e probabilmente avrebbe
finito col servire la Collettività per anni, fino a che,
troppo vechio, sarebbe stato espulso nello spazio come rifiuto o
riciclato.
Chiuse gli occhi, incapace di guardare la sua fine, quando, all'improvviso,
sentì il volto bagnarsi di una sostanza calda, mentre un
forte boato echeggiò nel deserto.
Riaprì gli occhi e vide che la testa del drone Borg era parzialmente
esplosa e parte del suo contenuto, ora, si trovava sparso sulla
sua uniforme e sulla sua faccia. Il braccio meccanico allentò
lentamente la presa e Riker riuscì ad allontanarlo dalla
gola, mentre il resto del drone stramazzava al suolo.
Riker alzò lo sguardo oltre il drone e il cuore gli si riempì
di gioia.
"Vovelek!" gridò, senza preoccuparsi di non far
notare al vulcaniano di quanto fosse felice di vederlo in piedi
e con la sua Magnum ben stretta in mano.
Riker si alzò in piedi, pulendosi il volto dai resti organici
del drone e gli si avvicinò.
"Mio Dio Vovelek! Io le devo la vita per l'ennesima volta."
Riker si interruppe bruscamente. Non appena fu vicino al vulcaniano
si rese conto che metà del suo viso era ormai parzialmente
assimilato. Le nanosonde affioravano in vari punti ed erano alacremente
al lavoro.
"Oh! No!" esclamò costernato Riker. E Vovelek continuava
ad impugnare la pistola, puntandola proprio verso l'umano.
A quel punto Riker temette che il vulcaniano avrebbe aperto il fuoco
anche su di lui, ma fortunatamente non fu così e Vovelek
gli porse la pistola, che prontamente Riker afferrò.
"Vovelek" balbettò William.
"Comandante," iniziò a parlare il vulcaniano "la
mia mente sta per soccombere al potere delle nanosonde. Se ne vada
da qui."
Vovelek fu percorso da un tremito. Chiuse gli occhi e strinse i
denti.
Stava combattendo una battaglia impossibile contro la tecnologia
Borg.
Riaprì le palpebre e riprese a parlare.
"Prenda la navicella e lasci il pianeta. Ma prima di questo,
deve uccidermi."
Riker rimase senza parole ad osservare il suo compagno di naufragio.
"Mi uccida adesso, che ho ancora il controllo delle mie facoltà
mentali. Non lasci che i Borg entrino in possesso di tutte le informazioni
contenute nel mio cervello."
"Non potrei mai. Io non potrei mai
" rispose Riker
atterrito dalla prospettiva di assassinare il vulcaniano.
"La prego. Sarebbe molto umiliante per me essere assimilato.
La prego. Mi uccida ora." Vovelek fu percorso da un altro fremito,
questa volta più intenso e doloroso del precedente.
"Io non posso! Non posso
" balbettò ancora
William.
"La prego!" urlò Vovelek stringendogli con forza
la mano e trascinandola verso di se, puntandosi la canna della pistola
al cuore.
Riker era pietrificato, incapace di premere il grilletto ed allo
stesso tempo incapace di abbandonare il vulcaniano alla assimilazione.
Alla fine la paura prese il sopravvento. Si sganciò dalla
presa del vulcaniano ed indietreggiò.
"Mi dispiace! Mi dispiace! Non posso!" urlò al
vento.
Poi si girò di scatto abbassando gli occhi e si mise a correre
verso il portello della navicella. E mentre correva, sentì
l'eco mentale di Vovelek che ancora gli lo pregava di ucciderlo.
|