Picard
era immobile, con il vento caldo del deserto ad asciugargli le labbra.
Stava fissando gli ultimi frammenti di Data depositarsi al suolo,
mentre la nuvola di fumo biancastro, lentamente si disperdeva nell'aria,
incapace di accennare una qualunque reazione.
Uno dopo l'altro i suoi migliori ufficiali, i suoi migliori compagni
di viaggio, i suoi migliori amici, erano assurdamente morti nel tentativo
di dare ancora una speranza alla galassia intera.
Si sentì solo come mai prima in vita sua. Ed impotente.
Ed un pensiero maligno attraversò la sua mente, come un fulmine
in una giornata di sole. Arrendersi di fronte ad un destino perdente
a cui, a quanto pareva, ogni ribellione pareva spegnersi nel sangue.
Avrebbe, se non altro, accelerato il processo e si sarebbe risparmiato
forse ulteriori sofferenze. Se la Galassia era destinata ad essere
assimilata dai Borg, mentre il Q-Continuum osservava indifferente,
cosa avrebbe potuto fare lui, semplice e misero umano, contro tanta
potenza?
Una lacrima tentò di trovare la sua strada lungo il viso di
Picard, ma il soffio caldo del deserto l'asciugò prima che
potesse scavarsi il suo solco.
E poi rabbia frustrante. Come una diga che cede per l'eccessiva pressione
dell'acqua.
Strinse i pugni fino a sentire il dolore provocato dalle proprie unghie
che iniziavano ad infilarsi nelle carni del palmo.
Percepì la pressione di un tocco sulla spalla. Era la mano
di Q, proteso in un gesto di conforto.
"Jean-Luc" mormorò, incapace di trovare le parole
adatte. Anche per lui si trattava di una grossa perdita. La sconfitta
era ormai davvero vicina. Per quanto Picard fosse un essere davvero
speciale e sorprendente, difficilmente avrebbe potuto superare la
Terza Prova completamente da solo.
"Era necessario tutto questo?" domandò Picard, senza
voltarsi.
"Non tutto è perduto Jean-Luc! C'è ancora una prova
da affrontare! Possiamo ancora salvare la Galassia dai Borg!"
"Possiamo?" il fatto che Q stesse parlando al plurale non
sorprese più di tanto Picard. Gli sembrò logico e comprensibile
che Q restasse fedele a se stesso fino all'ultimo.
"D'accordo. Hai ragione. Io ho soltanto creato problemi in questa
faccenda."
"Problemi? La morte di Beverly, Deanna, Worf
Tu questi
li chiami problemi?" lo interruppe Picard.
"Io le definisco tragedie! Ingiustificabili tragedie! Se fossero
periti in missione od in battaglia sarebbe stato ugualmente difficile
accettarne la perdita. Ma fa parte dei rischi di chi entra a fare
parte della Flotta Stellare. Loro ne erano consapevoli, io lo sono
tutt'ora. Ma così
Morire per il divertimento di due entità
sfaccendate, che hanno scambiato la Galassia per un tavolo da gioco
e gli esseri che la abitano per pedine. No! Così non è
accettabile!"
Lo sfogo di Picard non sembrò avere una grande effetto su Q,
il quale non batté minimamente ciglio.
"Tu non capisci vero?" domandò Picard, che per la
prima volta si rese conto di quanto in realtà fosse limitata
la natura dei Q. Avevano perso cognizione per il senso della vita.
Di ogni singola vita. Sterminarne a milioni o condannarne uno soltanto,
per loro era la medesima cosa. Un gioco, un passatempo, un divertimento.
Q fece un passo indietro. Gli occhi di Picard emanavano una luce sinistra,
gelida che lo turbò. Mollò la presa dalla spalla del
capitano e abbassò lo sguardo, incapace di sostenerlo. Che
Picard fosse dotato di inaspettate capacità telepatiche mai
rivelatisi fino ad ora?
Un brivido gli percorse la schiena, mentre un senso di angoscia profonda,
misto a rabbia e dolore lo invase lentamente. Ma anche un grande orgoglio,
dignità e fierezza. E la fonte era Picard.
Picard continuò a fissarlo qualche secondo, poi riprese con
tono pacato.
"Che succede Q? Il tuo giocattolo non ti diverte più?"
e con un gesto delle mani indicò se stesso.
"Allora! Voi due! Volete muovervi!" urlò il Q-Borg,
che nel frattempo era rimasto ad osservarli in compagnia dei membri
del Consiglio, interrompendo così il loro dialogo.
"Arriviamo!" rispose sgarbatamente Q.
"Coraggio! Poniamo fine a questa farsa. Il tuo giocattolo è
pronto ad entrare in azione!" ironizzò Picard.
Q non replicò e si limitò a tornare verso i membri del
consiglio, seguito dal capitano.
"Siamo pronti" disse semplicemente.
"Bene. Che la Terza Prova abbia inizio" disse la donna Q
a capo del Consiglio. E alzò lo scettro dorato al cielo.
"Ottimo! Non vedo l'ora che sia conclusa! La vittoria è
già nelle mie tasche!" esclamò borioso il Q-Borg
"Ci vediamo fra poco Q!" e scomparve in un lampo di luce
bianca. Un istante dopo scomparvero anche tutti i membri del consiglio.
Q si voltò verso Picard e fece per indicargli la via per il
retro del furgone militare, che aveva trasportato anche gli altri
suoi compagni, ma il capitano, con sua sorpresa, non aveva atteso
il suo invito e spontaneamente stava apprestandosi ad accomodarsi
sulle scomode panche pensate per il trasporto di truppe su terra.
Q raggiunse il retro del mezzo e sollevò la sponda metallica,
bloccandola con gli appositi fermi.
Poi si fermò un istante ad osservare Picard, che stava seduto
con il busto eretto e pareva fissare il vuoto davanti a se.
"Ce la farem... farai Jean-Luc. Ne sono convinto."
Picard non rispose. Era stanco delle rassicurazioni di Q, che fino
a quel momento non erano servite ad un bel nulla.
Q fece per aggiungere qualche altra parola, ma vi rinunciò
e si mise rapidamente alla guida del pesante mezzo.
Picard rimase immerso nei propri pensieri, senza domandarsi né
quanto sarebbe durato il viaggio né dove Q l'avrebbe portato.
Non gli interessava nemmeno provare ad immaginare la natura della
terza prova.
Si sentiva vuoto e sconfitto. E con la netta sensazione che qualunque
cosa avrebbe fatto, non ci sarebbe stato modo di uscire da quella
situazione.
- E' la mia Kobayashi-Maru - ridacchiò fra se, ricordando un
vecchio test a cui erano sottoposti i cadetti all'Accademia. Una classica
situazione senza via d'uscita, dove qualunque strategia si adotti
si va incontro alla sconfitta.
"Qualunque strategia
" mormorò, mentre era sballottato
dalle vibrazioni del mezzo, che correva veloce su quell'unica lingua
di asfalto nero, sempre radente il muro a secco.
Ricordò anche di come l'unico ad essere riuscito a superare
la prova fu James Kirk, con uno stratagemma davvero originale. Non
si mosse all'interno della simulazione, non ne accettò le regole
e le condizioni. Uscì da essa e modificò la situazione
a suo favore. Con un piccolo intervento sul computer del simulatore.
Per un istante balenò nella sua mente un'idea.
"Cambiare le condizioni
" disse con tono più
convinto.
Perché no? Si domandò. Non aveva ormai più nulla
da perdere. Se fosse andato incontro alla terza prova era certo che
avrebbe perso. La simulazione era programmata contro di lui. Forse
una soluzione era tentare di uscire dal simulatore. Sfuggire alla
regole imposte dai Q.
Si guardò intorno e subito gli fu chiaro cosa doveva fare.
Si mise a cavalcioni della sponda metallica e tenendosi faticosamente
in equilibrio, cercò di valutare quante possibilità
avrebbe avuto di saltare dal mezzo senza rompersi l'osso del collo.
E senza che Q lo notasse dagli specchietti retrovisori.
Approfittò di un piccolo dosso che fece rallentare un poco
l'andatura del mezzo. In più, non appena il mezzo avesse imboccato
la discesa, sarebbe sfuggito alla vista degli specchietti.
Fece un profondo respiro ed attese l'attimo migliore.
Poggiò i piedi su una barra di protezione che stava poco sotto
la sponda, con la schiena poggiata ad essa e le mani pronte a sostenerlo.
Il mezzo rallentò. Q cambiò la marcia per affrontare
la salita e durante l'operazione la velocità diminuì
notevolmente.
"Adesso!" esclamò Picard per incitarsi e si lanciò.
Ruzzolò pesantemente sull'asfalto, finendo la corsa nella sabbia
del deserto. Ma era intero e con tutte le ossa a posto.
Alzò lo sguardo, giusto per vedere il camion militare scomparire
dietro la cunetta. Restò in ascolto, per verificare se Q avesse
o meno notato la sua defezione. Ma il rombo del mezzo ben presto scomparve.
Ce l'aveva fatta.
Almeno a fuggire. Ora pero' non aveva la minima idea di quale sarebbe
stata la sua prossima mossa.
Chiuse
il portello dietro di se. Il cuore gli pulsava a mille, tanto che
se lo poteva sentire in gola. Nonostante fosse più che certo
che era frutto della sua immaginazione, poteva ancora sentire le
suppliche del comandante Vovelek.
Si sentì un verme. Un vigliacco. Ma non aveva avuto il coraggio
di fare fuoco. Comunque il vulcaniano era spacciato. Anche se lo
aveva costretto ad una morte più lenta e dolorosa. Un vulcaniano
non avrebbe esitato a fare fuoco, ma lui era umano ed uccidere a
sangue freddo un amico andava contro i suoi principi.
- Se ho sbagliato, pagherò! - Si disse per farsi forza. Cercando
di convincersi di avere preso la decisione giusta. Ma una parte
di se urlava di vergogna per l'atrocità di cui si era reso
responsabile.
Cercò di scacciare ogni pensiero e decise che era giunto
il momento di darsi una possibilità di sopravvivenza e di
lasciare quel pianeta maledetto.
Scavalcò i corpi senza vita dei droni che aveva abbattuto
a colpi di pistola e si mise alla consolle principale di navigazione.
Attivò la procedura di preriscaldamento dei motori di manovra.
Ancora pochi minuti ed avrebbe potuto lasciare quell'arido pianeta.
Anche se per andare non molto lontano. Al massimo avrebbe raggiunto
l'orbita, ma da li avrebbe potuto tentare di inviare un segnale
di soccorso non disturbato dall'atmosfera e quindi molto più
potente. Sempre che nella Galassia fosse rimasto ancora qualcuno
in grado di raccoglierlo.
Attivò l'energia principale e la scialuppa iniziò
a vibrare violentemente, tanto che Riker temette che sarebbe esplosa
di li a poco. Forse Vovelek non era riuscito ad interfacciare correttamente
la cella d'energia con il sistema dei propulsori di manovra.
Poco male, si disse, forse in fondo era la fine che meritava.
Ma dopo pochi secondi i valori rientrarono nella norma e la scialuppa
cessò di vibrare. La consolle gli diede il via libera al
decollo.
"Ottimo lavoro Vovelek" mormorò fra se, sentendo
di essere, per l'ennesima volta, in debito col vulcaniano.
"Peccato che non potrò mai sdebitarmi" concluse
la riflessione ad alta voce. Come se il vulcaniano fosse li per
poterlo ascoltare.
Impostò una rotta ellittica, che lo avrebbe portato fuori
dall'atmosfera del pianeta in meno di dieci minuti. Quella era la
fase più critica. I razzi di manovra erano scarsamente potenti
ed inadatti al volo atmosferico. Ed in più il sistema di
guida automatico era fuori uso.
"Forza William, vediamo se te la cavi ancora con il volo manuale"
Premette il controllo di attivazione dei propulsori laterali e frontali
e la navicella lentamente iniziò a sollevarsi dalla sabbia
del deserto, creando un vortice di sabbia e pietre che la avvolse
completamente.
Aumentò gradualmente la potenza, osservando l'altimetro,
per verificare che si stesse realmente muovendo. In una qualsiasi
direzione.
Lentamente la scialuppa prese quota, lasciando dietro di se una
scia biancastra, causata dalla reazione del propellente dei razzi
di manovra con l'atmosfera.
A causa dei forti venti la scialuppa oscillava violentemente, costringendo
Riker ad aggrapparsi di tanto in tanto.
Operazione rischiosa, visto che lo costringeva ad abbandonare i
controlli manuali.
"Per quanto dovrò rimpiangerti?" domandò
a se stesso ed al suo braccio mancante. Se si fosse salvato, giurò,
avrebbe finalmente compiuto un intervento di ripristino. O con un
braccio clonato o meccanico. Anche un semplice uncino. Purché
fosse stato di nuovo in grado di essere utile a se stesso.
Mille metri.
Cinquemila metri.
Diecimila metri.
La scialuppa stava salendo di altitudine, anche se molto lentamente,
e lungo una rotta estremamente ellittica. Ma questo era il massimo
che Riker poteva ottenere dalle scarse possibilità offerte
dalla scialuppa, progettata per effettuare un atterraggio di emergenza,
ma non per un decollo.
Lavorò costantemente ai controlli di navigazione, cercando
di anticipare le oscillazioni causate dalle turbolenze, via via
meno intense, man mano che saliva di quota.
"Ancora uno sforzo. Cinquantottomilaseicento metri" presto
avrebbe raggiunto la ionosfera dove la resistenza dell'atmosfera
sarebbe stata minore e i propulsori di manovra avrebbero operato
con maggiore efficienza.
Lo schermo principale gli mostrava la superficie del pianeta. Una
sfera di sabbia nell'universo. Non vi era una sola fascia di vegetazione,
nemmeno nei pressi dei poli. Il che incuriosì Riker. Era
alquanto inusuale una simile conformazione.
Cercò di azionare i sensori esterni della scialuppa, ma erano
apparentemente fuori uso, inglobati nella tecnologia Borg che infestava
ancora le apparecchiature della capsula.
Sperava così di tentare una ricerca di altri sopravvissuti
della Uss Pioneer e magari di mettersi in contatto con loro.
Ma il tentativo di penetrare nei sistemi Borg causò una specie
di reazione difensiva dei sistemi stessi.
Alle sue spalle udì il crepitio di circuiti, che saltavano
e prendevano fuoco. Da una paratia uscirono lingue di fuoco, che
Riker cercò prontamente di spegnere con un estintore. Ma
l'operazione gli fu fatale. Allontanandosi dalla consolle principale
non si rese conto che l'energia principale stava cedendo a causa
dell'interferenza della tecnologia Borg.
Improvvisamente fu il buio più completo all'interno della
scialuppa.
E un istante dopo, Riker fu letteralmente sbattuto contro una delle
pareti.
La scialuppa aveva perso l'assetto e stava entrando in una pericolosa
cavitazione.
L'energia d'emergenza entrò in funzione, riportando una flebile
luce nell'abitacolo.
Riker scosse il capo frastornato da quanto era accaduto. Un rivolo
di sangue gli colava dalla fronte. Ma non sentiva nessun particolare
dolore. Nulla di grave, si rassicurò.
Si rimise faticosamente in piedi e tentò di raggiungere la
consolle di navigazione per tentare di riprendere il controllo della
capsula.
Ma il pavimento oscillava sotto di lui e gli smorzatori inerziali
faticavano a correggere il continuo cambio di senso della gravità,
causato dalla cavitazione.
Quando riuscì a rimettere le mani alla consolle e constatò
l'entità dei danni, comprese che non c'era più nessuna
speranza di riprendere l'orbita. L'energia principale era fuori
servizio. Al contrario stava precipitando senza controllo.
Avrebbe dovuto cercare di tentare un atterraggio di fortuna, facendo
leva sui propulsori di manovra e l'energia di riserva.
Per prima cosa cercò di annullare la rotazione, dando potenza
nel senso opposto. La capsula vacillò ma riprese un assetto
accettabile. Ora, valutò Riker, era il caso di portare il
muso di quell'affare il più possibile parallelo alla superficie
del pianeta e tentare di strisciarvici sopra, anziché infilarsi
come un sasso in essa.
Un pensiero andò a Vovelek.
"Non riesce a stare senza di me" mormorò, fissando
lo schermo principale, che, tremolante, gli mostrava la superficie
del pianeta in costante avvicinamento.
Attese con animo sereno l'impatto col suolo.
Il suo destino era ormai compiuto. Se non fosse morto nell'impatto
lo sarebbe comunque, pochi giorni dopo, o per le ferite o per l'esaurirsi
delle scorte.
La capsula sfiorò le sabbie del deserto, poi, come un sasso
lanciato sull'acqua rimbalzò alcune volte, senza perdere
l'assetto, fino ad arrestarsi definitivamente contro una duna.
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