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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 25
Picard era immobile, con il vento caldo del deserto ad asciugargli le labbra. Stava fissando gli ultimi frammenti di Data depositarsi al suolo, mentre la nuvola di fumo biancastro, lentamente si disperdeva nell'aria, incapace di accennare una qualunque reazione.
Uno dopo l'altro i suoi migliori ufficiali, i suoi migliori compagni di viaggio, i suoi migliori amici, erano assurdamente morti nel tentativo di dare ancora una speranza alla galassia intera.
Si sentì solo come mai prima in vita sua. Ed impotente.
Ed un pensiero maligno attraversò la sua mente, come un fulmine in una giornata di sole. Arrendersi di fronte ad un destino perdente a cui, a quanto pareva, ogni ribellione pareva spegnersi nel sangue. Avrebbe, se non altro, accelerato il processo e si sarebbe risparmiato forse ulteriori sofferenze. Se la Galassia era destinata ad essere assimilata dai Borg, mentre il Q-Continuum osservava indifferente, cosa avrebbe potuto fare lui, semplice e misero umano, contro tanta potenza?
Una lacrima tentò di trovare la sua strada lungo il viso di Picard, ma il soffio caldo del deserto l'asciugò prima che potesse scavarsi il suo solco.
E poi rabbia frustrante. Come una diga che cede per l'eccessiva pressione dell'acqua.
Strinse i pugni fino a sentire il dolore provocato dalle proprie unghie che iniziavano ad infilarsi nelle carni del palmo.
Percepì la pressione di un tocco sulla spalla. Era la mano di Q, proteso in un gesto di conforto.
"Jean-Luc" mormorò, incapace di trovare le parole adatte. Anche per lui si trattava di una grossa perdita. La sconfitta era ormai davvero vicina. Per quanto Picard fosse un essere davvero speciale e sorprendente, difficilmente avrebbe potuto superare la Terza Prova completamente da solo.
"Era necessario tutto questo?" domandò Picard, senza voltarsi.
"Non tutto è perduto Jean-Luc! C'è ancora una prova da affrontare! Possiamo ancora salvare la Galassia dai Borg!"
"Possiamo?" il fatto che Q stesse parlando al plurale non sorprese più di tanto Picard. Gli sembrò logico e comprensibile che Q restasse fedele a se stesso fino all'ultimo.
"D'accordo. Hai ragione. Io ho soltanto creato problemi in questa faccenda."
"Problemi? La morte di Beverly, Deanna, Worf… Tu questi li chiami problemi?" lo interruppe Picard.
"Io le definisco tragedie! Ingiustificabili tragedie! Se fossero periti in missione od in battaglia sarebbe stato ugualmente difficile accettarne la perdita. Ma fa parte dei rischi di chi entra a fare parte della Flotta Stellare. Loro ne erano consapevoli, io lo sono tutt'ora. Ma così… Morire per il divertimento di due entità sfaccendate, che hanno scambiato la Galassia per un tavolo da gioco e gli esseri che la abitano per pedine. No! Così non è accettabile!"
Lo sfogo di Picard non sembrò avere una grande effetto su Q, il quale non batté minimamente ciglio.
"Tu non capisci vero?" domandò Picard, che per la prima volta si rese conto di quanto in realtà fosse limitata la natura dei Q. Avevano perso cognizione per il senso della vita. Di ogni singola vita. Sterminarne a milioni o condannarne uno soltanto, per loro era la medesima cosa. Un gioco, un passatempo, un divertimento.
Q fece un passo indietro. Gli occhi di Picard emanavano una luce sinistra, gelida che lo turbò. Mollò la presa dalla spalla del capitano e abbassò lo sguardo, incapace di sostenerlo. Che Picard fosse dotato di inaspettate capacità telepatiche mai rivelatisi fino ad ora?
Un brivido gli percorse la schiena, mentre un senso di angoscia profonda, misto a rabbia e dolore lo invase lentamente. Ma anche un grande orgoglio, dignità e fierezza. E la fonte era Picard.
Picard continuò a fissarlo qualche secondo, poi riprese con tono pacato.
"Che succede Q? Il tuo giocattolo non ti diverte più?" e con un gesto delle mani indicò se stesso.
"Allora! Voi due! Volete muovervi!" urlò il Q-Borg, che nel frattempo era rimasto ad osservarli in compagnia dei membri del Consiglio, interrompendo così il loro dialogo.
"Arriviamo!" rispose sgarbatamente Q.
"Coraggio! Poniamo fine a questa farsa. Il tuo giocattolo è pronto ad entrare in azione!" ironizzò Picard.
Q non replicò e si limitò a tornare verso i membri del consiglio, seguito dal capitano.
"Siamo pronti" disse semplicemente.
"Bene. Che la Terza Prova abbia inizio" disse la donna Q a capo del Consiglio. E alzò lo scettro dorato al cielo.
"Ottimo! Non vedo l'ora che sia conclusa! La vittoria è già nelle mie tasche!" esclamò borioso il Q-Borg "Ci vediamo fra poco Q!" e scomparve in un lampo di luce bianca. Un istante dopo scomparvero anche tutti i membri del consiglio.
Q si voltò verso Picard e fece per indicargli la via per il retro del furgone militare, che aveva trasportato anche gli altri suoi compagni, ma il capitano, con sua sorpresa, non aveva atteso il suo invito e spontaneamente stava apprestandosi ad accomodarsi sulle scomode panche pensate per il trasporto di truppe su terra.
Q raggiunse il retro del mezzo e sollevò la sponda metallica, bloccandola con gli appositi fermi.
Poi si fermò un istante ad osservare Picard, che stava seduto con il busto eretto e pareva fissare il vuoto davanti a se.
"Ce la farem... farai Jean-Luc. Ne sono convinto."
Picard non rispose. Era stanco delle rassicurazioni di Q, che fino a quel momento non erano servite ad un bel nulla.
Q fece per aggiungere qualche altra parola, ma vi rinunciò e si mise rapidamente alla guida del pesante mezzo.
Picard rimase immerso nei propri pensieri, senza domandarsi né quanto sarebbe durato il viaggio né dove Q l'avrebbe portato. Non gli interessava nemmeno provare ad immaginare la natura della terza prova.
Si sentiva vuoto e sconfitto. E con la netta sensazione che qualunque cosa avrebbe fatto, non ci sarebbe stato modo di uscire da quella situazione.
- E' la mia Kobayashi-Maru - ridacchiò fra se, ricordando un vecchio test a cui erano sottoposti i cadetti all'Accademia. Una classica situazione senza via d'uscita, dove qualunque strategia si adotti si va incontro alla sconfitta.
"Qualunque strategia…" mormorò, mentre era sballottato dalle vibrazioni del mezzo, che correva veloce su quell'unica lingua di asfalto nero, sempre radente il muro a secco.
Ricordò anche di come l'unico ad essere riuscito a superare la prova fu James Kirk, con uno stratagemma davvero originale. Non si mosse all'interno della simulazione, non ne accettò le regole e le condizioni. Uscì da essa e modificò la situazione a suo favore. Con un piccolo intervento sul computer del simulatore.
Per un istante balenò nella sua mente un'idea.
"Cambiare le condizioni…" disse con tono più convinto.
Perché no? Si domandò. Non aveva ormai più nulla da perdere. Se fosse andato incontro alla terza prova era certo che avrebbe perso. La simulazione era programmata contro di lui. Forse una soluzione era tentare di uscire dal simulatore. Sfuggire alla regole imposte dai Q.
Si guardò intorno e subito gli fu chiaro cosa doveva fare.
Si mise a cavalcioni della sponda metallica e tenendosi faticosamente in equilibrio, cercò di valutare quante possibilità avrebbe avuto di saltare dal mezzo senza rompersi l'osso del collo. E senza che Q lo notasse dagli specchietti retrovisori.
Approfittò di un piccolo dosso che fece rallentare un poco l'andatura del mezzo. In più, non appena il mezzo avesse imboccato la discesa, sarebbe sfuggito alla vista degli specchietti.
Fece un profondo respiro ed attese l'attimo migliore.
Poggiò i piedi su una barra di protezione che stava poco sotto la sponda, con la schiena poggiata ad essa e le mani pronte a sostenerlo.
Il mezzo rallentò. Q cambiò la marcia per affrontare la salita e durante l'operazione la velocità diminuì notevolmente.
"Adesso!" esclamò Picard per incitarsi e si lanciò.
Ruzzolò pesantemente sull'asfalto, finendo la corsa nella sabbia del deserto. Ma era intero e con tutte le ossa a posto.
Alzò lo sguardo, giusto per vedere il camion militare scomparire dietro la cunetta. Restò in ascolto, per verificare se Q avesse o meno notato la sua defezione. Ma il rombo del mezzo ben presto scomparve. Ce l'aveva fatta.
Almeno a fuggire. Ora pero' non aveva la minima idea di quale sarebbe stata la sua prossima mossa.

Chiuse il portello dietro di se. Il cuore gli pulsava a mille, tanto che se lo poteva sentire in gola. Nonostante fosse più che certo che era frutto della sua immaginazione, poteva ancora sentire le suppliche del comandante Vovelek.
Si sentì un verme. Un vigliacco. Ma non aveva avuto il coraggio di fare fuoco. Comunque il vulcaniano era spacciato. Anche se lo aveva costretto ad una morte più lenta e dolorosa. Un vulcaniano non avrebbe esitato a fare fuoco, ma lui era umano ed uccidere a sangue freddo un amico andava contro i suoi principi.
- Se ho sbagliato, pagherò! - Si disse per farsi forza. Cercando di convincersi di avere preso la decisione giusta. Ma una parte di se urlava di vergogna per l'atrocità di cui si era reso responsabile.
Cercò di scacciare ogni pensiero e decise che era giunto il momento di darsi una possibilità di sopravvivenza e di lasciare quel pianeta maledetto.
Scavalcò i corpi senza vita dei droni che aveva abbattuto a colpi di pistola e si mise alla consolle principale di navigazione.
Attivò la procedura di preriscaldamento dei motori di manovra. Ancora pochi minuti ed avrebbe potuto lasciare quell'arido pianeta. Anche se per andare non molto lontano. Al massimo avrebbe raggiunto l'orbita, ma da li avrebbe potuto tentare di inviare un segnale di soccorso non disturbato dall'atmosfera e quindi molto più potente. Sempre che nella Galassia fosse rimasto ancora qualcuno in grado di raccoglierlo.
Attivò l'energia principale e la scialuppa iniziò a vibrare violentemente, tanto che Riker temette che sarebbe esplosa di li a poco. Forse Vovelek non era riuscito ad interfacciare correttamente la cella d'energia con il sistema dei propulsori di manovra.
Poco male, si disse, forse in fondo era la fine che meritava.
Ma dopo pochi secondi i valori rientrarono nella norma e la scialuppa cessò di vibrare. La consolle gli diede il via libera al decollo.
"Ottimo lavoro Vovelek" mormorò fra se, sentendo di essere, per l'ennesima volta, in debito col vulcaniano.
"Peccato che non potrò mai sdebitarmi" concluse la riflessione ad alta voce. Come se il vulcaniano fosse li per poterlo ascoltare.
Impostò una rotta ellittica, che lo avrebbe portato fuori dall'atmosfera del pianeta in meno di dieci minuti. Quella era la fase più critica. I razzi di manovra erano scarsamente potenti ed inadatti al volo atmosferico. Ed in più il sistema di guida automatico era fuori uso.
"Forza William, vediamo se te la cavi ancora con il volo manuale"
Premette il controllo di attivazione dei propulsori laterali e frontali e la navicella lentamente iniziò a sollevarsi dalla sabbia del deserto, creando un vortice di sabbia e pietre che la avvolse completamente.
Aumentò gradualmente la potenza, osservando l'altimetro, per verificare che si stesse realmente muovendo. In una qualsiasi direzione.
Lentamente la scialuppa prese quota, lasciando dietro di se una scia biancastra, causata dalla reazione del propellente dei razzi di manovra con l'atmosfera.
A causa dei forti venti la scialuppa oscillava violentemente, costringendo Riker ad aggrapparsi di tanto in tanto.
Operazione rischiosa, visto che lo costringeva ad abbandonare i controlli manuali.
"Per quanto dovrò rimpiangerti?" domandò a se stesso ed al suo braccio mancante. Se si fosse salvato, giurò, avrebbe finalmente compiuto un intervento di ripristino. O con un braccio clonato o meccanico. Anche un semplice uncino. Purché fosse stato di nuovo in grado di essere utile a se stesso.
Mille metri.
Cinquemila metri.
Diecimila metri.
La scialuppa stava salendo di altitudine, anche se molto lentamente, e lungo una rotta estremamente ellittica. Ma questo era il massimo che Riker poteva ottenere dalle scarse possibilità offerte dalla scialuppa, progettata per effettuare un atterraggio di emergenza, ma non per un decollo.
Lavorò costantemente ai controlli di navigazione, cercando di anticipare le oscillazioni causate dalle turbolenze, via via meno intense, man mano che saliva di quota.
"Ancora uno sforzo. Cinquantottomilaseicento metri" presto avrebbe raggiunto la ionosfera dove la resistenza dell'atmosfera sarebbe stata minore e i propulsori di manovra avrebbero operato con maggiore efficienza.
Lo schermo principale gli mostrava la superficie del pianeta. Una sfera di sabbia nell'universo. Non vi era una sola fascia di vegetazione, nemmeno nei pressi dei poli. Il che incuriosì Riker. Era alquanto inusuale una simile conformazione.
Cercò di azionare i sensori esterni della scialuppa, ma erano apparentemente fuori uso, inglobati nella tecnologia Borg che infestava ancora le apparecchiature della capsula.
Sperava così di tentare una ricerca di altri sopravvissuti della Uss Pioneer e magari di mettersi in contatto con loro.
Ma il tentativo di penetrare nei sistemi Borg causò una specie di reazione difensiva dei sistemi stessi.
Alle sue spalle udì il crepitio di circuiti, che saltavano e prendevano fuoco. Da una paratia uscirono lingue di fuoco, che Riker cercò prontamente di spegnere con un estintore. Ma l'operazione gli fu fatale. Allontanandosi dalla consolle principale non si rese conto che l'energia principale stava cedendo a causa dell'interferenza della tecnologia Borg.
Improvvisamente fu il buio più completo all'interno della scialuppa.
E un istante dopo, Riker fu letteralmente sbattuto contro una delle pareti.
La scialuppa aveva perso l'assetto e stava entrando in una pericolosa cavitazione.
L'energia d'emergenza entrò in funzione, riportando una flebile luce nell'abitacolo.
Riker scosse il capo frastornato da quanto era accaduto. Un rivolo di sangue gli colava dalla fronte. Ma non sentiva nessun particolare dolore. Nulla di grave, si rassicurò.
Si rimise faticosamente in piedi e tentò di raggiungere la consolle di navigazione per tentare di riprendere il controllo della capsula.
Ma il pavimento oscillava sotto di lui e gli smorzatori inerziali faticavano a correggere il continuo cambio di senso della gravità, causato dalla cavitazione.
Quando riuscì a rimettere le mani alla consolle e constatò l'entità dei danni, comprese che non c'era più nessuna speranza di riprendere l'orbita. L'energia principale era fuori servizio. Al contrario stava precipitando senza controllo.
Avrebbe dovuto cercare di tentare un atterraggio di fortuna, facendo leva sui propulsori di manovra e l'energia di riserva.
Per prima cosa cercò di annullare la rotazione, dando potenza nel senso opposto. La capsula vacillò ma riprese un assetto accettabile. Ora, valutò Riker, era il caso di portare il muso di quell'affare il più possibile parallelo alla superficie del pianeta e tentare di strisciarvici sopra, anziché infilarsi come un sasso in essa.
Un pensiero andò a Vovelek.
"Non riesce a stare senza di me" mormorò, fissando lo schermo principale, che, tremolante, gli mostrava la superficie del pianeta in costante avvicinamento.
Attese con animo sereno l'impatto col suolo.
Il suo destino era ormai compiuto. Se non fosse morto nell'impatto lo sarebbe comunque, pochi giorni dopo, o per le ferite o per l'esaurirsi delle scorte.
La capsula sfiorò le sabbie del deserto, poi, come un sasso lanciato sull'acqua rimbalzò alcune volte, senza perdere l'assetto, fino ad arrestarsi definitivamente contro una duna.


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