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THE LAST ENTERPRISE
CAPITOLO 29
Picard e Riker erano tornati con i piedi per terra, scendendo dalla cima della muraglia infinita. Intorno a loro il deserto e la lunga lingua di asfalto nero, che scorreva sempre parallela al muro di pietre e fango.
Il vento caldo del deserto era tornato a sferzare i loro volti.
Tutto era apparentemente tornato come quando Picard era arrivato in quel luogo la prima volta.
"Ora che faremo capitano?" domandò Riker "Su questo pianeta non possiamo sopravvivere a lungo e non possiamo andarcene di qui"
"Non lo so Will. Non lo so." rispose Picard guardandosi intorno.
"Senza ne cibo né acqua il sacrificio di Q sarà del tutto inutile" commentò William.
"Lo sarà forse per noi due. Ma non lo è stato per l'universo. Nuova linfa vitale ora lo sta percorrendo e questo è tutto ciò che conta".
Poi Picard si voltò verso Riker, puntandogli il dito indice "io e lei siamo rappresentanti di un universo ormai morto. Non c'è spazio per noi qui. Probabilmente è giusto che tutto si concluda in questo modo. Abbiamo contribuito, seppur in piccola parte, a far si che i Borg non assumessero il controllo dell'Universo. E' giunto il momento di farci da parte".
Riker scosse il capo, non troppo convinto dalle parole del suo capitano, ma comprendendone appieno il significato.
"Comprendo signore. Ma non condivido. Ho sempre lottato fino all'ultimo per restare vivo. E lo farò anche questa volta".
"Non mi aspetterei niente di meno da lei, comandante" lo interruppe Picard, aggiungendo un sorriso.
"Appunto signore. Da qualche parte, laggiù nel deserto, sono sicuro dell'esistenza di un'oasi. Ci sono stato per alcuni giorni con il comandante Vovelek. Sarà estremamente improbabile che riesca a ritrovarne la strada, ma preferisco fare un tentativo che restarmene qui a morire, comunque, disidratato."
"Crede che un po' di compagnia potrebbe farle piacere?" domandò Picard.
"Certo signore. Sarà un vero piacere averla al mio fianco. E poi, nel caso riuscissimo a raggiungere l'oasi, avrei qualcuno con cui conversare fino alla fine dei mie giorni."
I due risero sommessamente, seppur consci di avere ben poche possibilità di sopravvivere.
"Forse io potrei aiutarvi!"
La voce del giovane Q interruppe la loro conversazione.
Era ricomparso alle loro spalle, sempre in compagnia della donna a capo del Consiglio del Q-Continuum e del Q-Borg, il quale, nonostante la sua razza protetta fosse stata spazzata via dall'universo, si ostinava a presentarsi con i soliti impianti borg in argento ed oro.
Picard si voltò verso i tre esseri.
"Se volete posso aiutarvi. Posso procurarvi cibo, acqua, trasformare questo pianeta in un eden!"
Il ragazzo parlava animosamente e sembrava realmente interessato ad aiutare i due umani. Come se stesse cercando di sostituirsi a Q, continuando la sua opera. Q si era sacrificato per salvare quei due esseri, essi perciò dovevano rappresentare un bene assai prezioso, che non poteva essere perduto. Avrebbe fatto qualunque cosa per tenerli in vita per l'eternità.
L'anziana Q e il Q-Borg non intervennero, lasciando che il ragazzo parlasse a lungo e si sfogasse.
"Posso darvi tutto quello che mi chiederete!" concluse infine il ragazzo.
Picard esitò.
L'offerta del giovane Q era davvero allettante e anche se Picard, in passato, si era sempre rifiutato di usufruire dell'aiuto offerto da entità superiori, non riuscì a trattenere la sua lingua.
"Potresti riportare indietro il tempo?" domandò con la voce che gli tremava, come se si fosse trovato di fronte al mitico genio della lampada, protagonista di antiche storie terrestri.
"Potresti riportare tutto a come era prima dell'arrivo dei Borg? Tu potresti?"
Il ragazzo rimase con la bocca spalancata. Tra tutti desideri che Picard gli avrebbe potuto chiedere di esaudire, quello era proprio l'unico che non avrebbe potuto soddisfare. Solo il Consiglio del Q-Continuum, unendo le forze di tutti i Q, avrebbe potuto compiere una tale impresa.
"No," balbettò incerto il giovane Q "quello non posso farlo. Solo il Consiglio del Q-Continuum ha un simile potere. Ma posso trasformare questo pianeta in un paradiso! Creare dei vostri simili! Case! Piazze! Città!" riprese deciso con la sua offerta.
Picard chinò il capo sconsolato, rialzandolo subito dopo e scuotendolo lentamente la rifiutò.
"No, grazie. Sarebbe come vivere dentro ad una illusione. Non ci interessa. Vero Numero Uno?" domandò Picard all'indirizzo di Riker.
"Assolutamente capitano. Già inorridisco pensando alla giovane e bella, ma irreale compagna che mi verrebbe affibbiata."
La battuta scherzosa di Riker servì a far calare la tensione del momento.
"Numero Uno, vogliamo andare?"
"Capitano, forse c'è qualcosa che il ragazzo potrebbe fare per noi"
Picard guardò Riker stupito.
"Cosa Numero Uno?"
"Potrebbe almeno portarci all'oasi. Un piccolo aiuto ce lo siamo meritato o no?"
Picard si strinse nelle spalle. In fondo un piccolo aiuto era anche accettabile, disse a se stesso.
"D'accordo. Perché no? Questo lo puoi fare?" domandò Picard rivolgendosi al ragazzo, il quale non fiatò e per tutta risposta, semplicemente, schioccò le dita ed in un istante furono trasportati fra le verdi palme della piccola oasi in cui, pochi giorni prima, Riker e Vovelek si erano rifugiati.
"Grazie" disse Picard guardandosi intorno incredulo.
Riker, a poca distanza da lui, sorrise soddisfatto.
"E' giunto il momento di salutarci" disse l'anziana Q, che fino a quel momento aveva sempre taciuto.
"Credo di si" disse Picard
Il ragazzo gli si avvicinò e gli prese la mano, imitando il tipico gesto di pace terrestre.
"E' così che vi salutate sulla Terra vero?"
"Ora non più. Sulla Terra non vi è più nessun umano." rispose amaramente Picard.
Il ragazzo, mortificato lasciò la presa e aggiunse:
"Q vi stimava molto. E credo che la sua fiducia in voi fosse ben riposta."
Picard sospirò.
"Avrei preferito che non avesse giocato con i nostri destini. Ma ora che se ne è andato, lo devo ammettere: mi mancherà. Avrei voluto che le cose fossero andate diversamente."
Picard guardò il ragazzo indietreggiare lentamente e tornare verso l'anziana Q e il Q-Borg.
"Addio!" esclamò ancora il ragazzo agitando il braccio in aria, con gli occhi lucidi per la commozione.
Picard fece per alzare il braccio destro per rispondere al saluto quando, improvvisamente, il fogliame alle sue spalle si animò e qualcosa con una forza straordinaria gli afferrò l'avambraccio, trascinandolo all'indietro.
Picard non ebbe il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo, che già si trovava con le spalle sulla sabbia, mentre veniva violentemente trascinato attraverso il fogliame della piccola jungla.
Riuscì solo a sentire Riker che urlava un nome a lui sconosciuto: Vovelek.

"Vovelek!" urlò Riker incredulo.Il vulcaniano, o meglio, ciò che ne restava, quasi irriconoscibile a causa degli impianti di fabbricazione Borg, era comparso dal fogliame e con uno scatto fulmineo aveva afferrato il capitano, trascinandolo con se.
"Ma non è possibile! Tutti i Borg sono stati distrutti!" esclamò Riker rivolgendosi vero i tre Q, sicuro che loro gli avrebbero fornito una risposta.
Il giovane Q, tanto sorpreso quanto il comandante, si voltò verso il Q-Borg lanciandogli la sua accusa.
"Tu! Sei stato tu!"
"E chi altri?" rispose il Q-Borg, scoppiando in una fragorosa, quanto odiosa risata.
"Non potevo certo lasciare che Q eliminasse tutte le mie creature facendo l'eroe. Ho voluto conservarne un esemplare. Diciamo come ricordo della Sfida. O se preferisci come un trofeo. In fondo è soltanto un esemplare, che male vuoi che faccia a questo nuovo e meraviglioso universo che sta nascendo?"
Il ragazzo strinse i pugni di rabbia, ferito dall'ironia assolutamente fuori luogo del suo simile. Nonostante quanto era accaduto, il Q-Borg non aveva appreso alcunché dalla lezione. E continuava a giocare la sua partita, indifferente delle sorti degli esseri viventi che ne erano involontarie pedine.
"Non guardarmi a quel modo ragazzo! Se qualcuno qui presente avesse avuto il coraggio di fare ciò che gli era stato implorato, quel drone non sarebbe stato qui!" si difese il Q-Borg, scaricando la colpa su Riker.
William non riuscì a trovare le parole per controbattere all'accusa. Da qualche parte dentro di lui, una piccola voce, condivideva appieno le accuse del Q-Borg. Se avesse avuto il coraggio di togliere la vita a Vovelek, quando egli stesso glielo aveva supplicato, mentre combatteva una battaglia disperata contro le nanosonde che brulicavano nel suo corpo, ora il capitano non sarebbe stato in pericolo.
Ma non vi era spazio per le recriminazioni. Doveva agire ed in fretta. E si lanciò all'inseguimento attraverso la vegetazione fitta e rigogliosa.
Corse a perdifiato, guardandosi intorno in cerca di segni della presenza di Vovelek e del capitano. Per sua fortuna, le tracce lasciate nella vegetazione erano piuttosto evidenti e lo condussero alla sorgente d'acqua che sorgeva al centro dell'oasi.
"No! Fermo!"
Picard era ancora a terra, mentre il Borg, chino su di lui, si apprestava ad avvicinare il suo pericoloso braccio meccanico al volto di Picard, il quale, dal canto suo, stava opponendo tutta la resistenza possibile contro di esso.
Riker si lanciò, facendosi scudo con la spalla e spinse nell'acqua il drone, poco prima che riuscisse ad iniettare le nanosonde nel corpo del capitano.
Riker sentì la sua scapola cedere di schianto per la violenza dell'impatto.
Un dolore lancinante lo paralizzò a terra.
"William!"
Picard si era rialzato ed accorse verso Riker, ferito a terra.
"Attento capitano!" lo avvertì Riker.
Il drone si era già rimesso in piedi, gocciolante d'acqua era alle spalle di Picard, il quale fece un rapido passo all'indietro, ruotando sulla gamba destra e chinandosi col busto in modo da evitare ogni contatto con i pericolosi bracci meccanici del drone.
Con quella mossa riuscì a portarsi alle sue spalle e gli saltò in groppa, stringendogli le braccia intorno al collo. Il suo scopo era riuscire ad estrarre il chip principale che governa ogni singolo drone, contenente tutte le conoscenze del Collettivo, estratto il quale, avrebbe reso inoffensivo il suo avversario.
Grazie alla sua precedente esperienza personale con i Borg, egli sapeva esattamente dove si trovasse, all'incirca la dove normalmente si trovava il cuore di un umano.
Con le mani cercò, da quella scomoda posizione, di raggiungere il petto del drone, che nel frattempo, dondolava su se stesso, incapace di scrollarsi di dosso il capitano.
"William! Aiutami ad estrarre il chip!" chiese soccorso Picard.
Riker cercò di rimettersi in piedi, ma il suo unico braccio rimasto era inutilizzabile a causa della rottura della clavicola. Ogni tentativo di muoverlo gli causava un dolore insopportabile.
"Ci proverò capitano! Dove si trova esattamente?"
"Il cuore! Dove c'è il cuore! Si trova in quel punto!"
Riker si mise in fronte al drone, che non stava minimamente badando a lui, in quanto la sua attenzione era concentrata su Picard. Muovendosi rapidamente, cercò di anticipare i movimenti del drone e quando si sentì quasi sicuro fece appello a tutte le sue forze residue e ignorando il dolore sollevò il braccio ed infilò la mano all'altezza del petto del drone. Riker non si aspettava che le carni Borg fossero tanto inconsistenti e calde. La sua mano penetrò facilmente nelle fibre del drone, arrestandosi contro un dispositivo meccanico.
Iniziò a muovere freneticamente le dita, alla ricerca di quello che potesse somigliare ad un chip di qualunque genere, ma niente sembrava corrispondere alla descrizione.
"Non riesco a trovarlo!" urlò Riker, che stava per cedere sopraffatto dal dolore.
"Continua a cercare! Non riuscirò a distrarlo ancora per molto!" lo incitò Picard.
Finalmente Riker afferrò qualcosa e provando a tirarla verso di se, la sentì sfilarsi parzialmente.
"Forse l'ho trovato!" avvertì.
Fece un altro tentativo di estrarre il chip, ma il liquido linfatico Borg gli stava facendo perdere la presa.
"Ci sono quasi…"
Il drone si arrestò all'istante. Riker pensò di avercela fatta.
Ma purtroppo si sbagliava. Il cervello del drone, percependo come pericolo primario l'intervento di Riker, diede l'ordine di dedicare la propria esclusiva attenzione al comandante.
Riker sentì del calore sul viso e alzando il capo, fu accecato dal fascio di luce rossastra originato dagli impianti ottici del drone, che una volta era stato il comandante Vovelek, primo ufficiale della Uss Pioneer.
Non riuscì ad abbozzare alcuna reazione.
Gli arti superiori del drone gli si strinsero contro la gola, sollevandolo di forza da terra. Suo malgrado dovette mollare la presa dal chip, senza riuscire nell'intento di sganciarlo. Il drone fece ruotare con uno scatto il suo collo, spezzandoglielo.
Riker cadde a terra privo di vita.
Picard lanciò un urlo disperato e lasciò la presa, rimettendo i piedi a terra.
"Maledetto bastardo! L'hai ammazzato!" gridò tutta la sua disperazione contro il drone, che incurante, si stava lentamente voltando verso di lui. Inesorabile, proseguiva la sua missione.
Picard indietreggiò lentamente barcollando, incapace di fuggire, scioccato per la morte di William, senza avvedersi che dietro le sue spalle vi era un piccolo ammasso di pietre e sabbia in cui finì con l'inciampare.
Cadde malamente di schiena, senza riuscire a frenare la caduta con le mani.
Il drone era ormai sopra di lui e si arrestò un istante, chinando il capo e puntandogli contro il laser di puntamento ottico.
"Che siate maledetti!" urlò Picard prossimo alla fine.
"La resistenza è inutile" rispose freddamente il drone chinandosi verso il capitano.
Picard afferrò una pietra con la mano destra e la scagliò con tutte le sue forze contro il drone, in un ultimo disperato gesto di lotta.
La pietra andò a colpire, il gruppo dei sensori ottici che ricoprivano parte del volto del drone, mandandoli parzialmente fuori uso. Il drone si arrestò di colpo, ancora proteso verso Picard, disorientato dalla mossa del capitano.
Picard non attendeva occasione migliore. La fortuna stava girando dalla sua parte. Con uno scatto fulmineo infilò l'avambraccio nel petto del drone.
Avrebbe estratto quel chip anche ad occhi chiusi.
Si udì il rumore di uno scatto metallico. Picard ritrasse il braccio, stringendo nella mano il piccolo chip.
Il laser rossastro si spense progressivamente ed il drone cadde a terra, privo di vita, lasciando a Picard giusto il tempo di scansarsi.
Rialzatosi in piedi, corse immediatamente verso il corpo di Riker.
"William!"
Ma Will non rispose. Nel suo corpo non scorreva più alcun alito di vita.
Accecato dal dolore e dalla rabbia, Picard prese il chip, e lo poggiò su di un sasso. Ne raccolse un secondo, di grandi dimensioni e lo sollevò sopra la propria testa. Avrebbe fatto a pezzi quel maledetto chip. Era tutto ciò che gli restava per sfogare la sua rabbia.
"Andate all'inferno!" gridò prendendo lo slancio per scagliare la pietra e sbriciolare tutto ciò che restava della razza Borg.
Ma il sasso volò lontano.
Picard cominciò a singhiozzare, con il cuore rigonfio di dolore e disperazione.
Il suo Universo, così come lui l'aveva conosciuto e navigato a bordo dell'Enterprise, era stato irrimediabilmente distrutto. I suoi migliori amici erano periti. La Federazione, la Terra, la razza umana e migliaia di altre razze in miliardi di galassie, spazzate via. Persino Q se ne era andato. Era rimasto solo. O meglio, si corresse, lui, con la sua fragile memoria umana e quel drone, con le informazioni contenute nel chip, erano tutto ciò che restava di un universo intero.
Distruggendo il chip, avrebbe distrutto metà di quanto rimaneva, compiendo l'ultimo omicidio, l'ultima barbarie, prima dell'estinzione.
No. Tutto l'odio che provava non avrebbe mai giustificato un simile atto, anche se nessun tribunale avrebbe mai potuto più giudicarlo e condannarlo.
- Ora che tutto è giunto alla fine, - si disse, - che sia un gesto di tolleranza ed umanità a chiudere lo spettacolo. -
Trascorse più di tre ore scavando nella sabbia del deserto, a mani nude, fino a che non ebbe dato una sepoltura al comandante Riker.
Esausto tornò al centro dell'oasi, si rinfrescò con le fresche acque della sorgente e andò a sedersi su una grossa pietra addormentandosi profondamente, stringendo fra le mani il chip Borg, mentre il sole, per la prima volta da quando Picard era giunto su quel pianeta, tramontava dietro l'orizzonte, riempiendo il cielo di sfumature rossastre, mentre alcune stelle iniziavano a fare timidamente capolino. Scorgendole, Picard si consolò pensando alla nuova vita che lentamente stava tornando a ripopolare l'universo. Poi cadde in un sonno profondo. Il sole tramontava sull'ultimo giorno per un intero universo, e allo stesso tempo il primo di uno completamente nuovo.
L'anziana donna Q, capo del Consiglio del Q-Continuum, apparve silenziosamente davanti al capitano dormiente e agitando nell'aria il suo scettro, sussurrò:
"Complimenti capitano. Hai vinto la tua sfida."


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