Picard
e Riker erano tornati con i piedi per terra, scendendo dalla cima
della muraglia infinita. Intorno a loro il deserto e la lunga lingua
di asfalto nero, che scorreva sempre parallela al muro di pietre e
fango.
Il vento caldo del deserto era tornato a sferzare i loro volti.
Tutto era apparentemente tornato come quando Picard era arrivato in
quel luogo la prima volta.
"Ora che faremo capitano?" domandò Riker "Su
questo pianeta non possiamo sopravvivere a lungo e non possiamo andarcene
di qui"
"Non lo so Will. Non lo so." rispose Picard guardandosi
intorno.
"Senza ne cibo né acqua il sacrificio di Q sarà
del tutto inutile" commentò William.
"Lo sarà forse per noi due. Ma non lo è stato per
l'universo. Nuova linfa vitale ora lo sta percorrendo e questo è
tutto ciò che conta".
Poi Picard si voltò verso Riker, puntandogli il dito indice
"io e lei siamo rappresentanti di un universo ormai morto. Non
c'è spazio per noi qui. Probabilmente è giusto che tutto
si concluda in questo modo. Abbiamo contribuito, seppur in piccola
parte, a far si che i Borg non assumessero il controllo dell'Universo.
E' giunto il momento di farci da parte".
Riker scosse il capo, non troppo convinto dalle parole del suo capitano,
ma comprendendone appieno il significato.
"Comprendo signore. Ma non condivido. Ho sempre lottato fino
all'ultimo per restare vivo. E lo farò anche questa volta".
"Non mi aspetterei niente di meno da lei, comandante" lo
interruppe Picard, aggiungendo un sorriso.
"Appunto signore. Da qualche parte, laggiù nel deserto,
sono sicuro dell'esistenza di un'oasi. Ci sono stato per alcuni giorni
con il comandante Vovelek. Sarà estremamente improbabile che
riesca a ritrovarne la strada, ma preferisco fare un tentativo che
restarmene qui a morire, comunque, disidratato."
"Crede che un po' di compagnia potrebbe farle piacere?"
domandò Picard.
"Certo signore. Sarà un vero piacere averla al mio fianco.
E poi, nel caso riuscissimo a raggiungere l'oasi, avrei qualcuno con
cui conversare fino alla fine dei mie giorni."
I due risero sommessamente, seppur consci di avere ben poche possibilità
di sopravvivere.
"Forse io potrei aiutarvi!"
La voce del giovane Q interruppe la loro conversazione.
Era ricomparso alle loro spalle, sempre in compagnia della donna a
capo del Consiglio del Q-Continuum e del Q-Borg, il quale, nonostante
la sua razza protetta fosse stata spazzata via dall'universo, si ostinava
a presentarsi con i soliti impianti borg in argento ed oro.
Picard si voltò verso i tre esseri.
"Se volete posso aiutarvi. Posso procurarvi cibo, acqua, trasformare
questo pianeta in un eden!"
Il ragazzo parlava animosamente e sembrava realmente interessato ad
aiutare i due umani. Come se stesse cercando di sostituirsi a Q, continuando
la sua opera. Q si era sacrificato per salvare quei due esseri, essi
perciò dovevano rappresentare un bene assai prezioso, che non
poteva essere perduto. Avrebbe fatto qualunque cosa per tenerli in
vita per l'eternità.
L'anziana Q e il Q-Borg non intervennero, lasciando che il ragazzo
parlasse a lungo e si sfogasse.
"Posso darvi tutto quello che mi chiederete!" concluse infine
il ragazzo.
Picard esitò.
L'offerta del giovane Q era davvero allettante e anche se Picard,
in passato, si era sempre rifiutato di usufruire dell'aiuto offerto
da entità superiori, non riuscì a trattenere la sua
lingua.
"Potresti riportare indietro il tempo?" domandò con
la voce che gli tremava, come se si fosse trovato di fronte al mitico
genio della lampada, protagonista di antiche storie terrestri.
"Potresti riportare tutto a come era prima dell'arrivo dei Borg?
Tu potresti?"
Il ragazzo rimase con la bocca spalancata. Tra tutti desideri che
Picard gli avrebbe potuto chiedere di esaudire, quello era proprio
l'unico che non avrebbe potuto soddisfare. Solo il Consiglio del Q-Continuum,
unendo le forze di tutti i Q, avrebbe potuto compiere una tale impresa.
"No," balbettò incerto il giovane Q "quello
non posso farlo. Solo il Consiglio del Q-Continuum ha un simile potere.
Ma posso trasformare questo pianeta in un paradiso! Creare dei vostri
simili! Case! Piazze! Città!" riprese deciso con la sua
offerta.
Picard chinò il capo sconsolato, rialzandolo subito dopo e
scuotendolo lentamente la rifiutò.
"No, grazie. Sarebbe come vivere dentro ad una illusione. Non
ci interessa. Vero Numero Uno?" domandò Picard all'indirizzo
di Riker.
"Assolutamente capitano. Già inorridisco pensando alla
giovane e bella, ma irreale compagna che mi verrebbe affibbiata."
La battuta scherzosa di Riker servì a far calare la tensione
del momento.
"Numero Uno, vogliamo andare?"
"Capitano, forse c'è qualcosa che il ragazzo potrebbe
fare per noi"
Picard guardò Riker stupito.
"Cosa Numero Uno?"
"Potrebbe almeno portarci all'oasi. Un piccolo aiuto ce lo siamo
meritato o no?"
Picard si strinse nelle spalle. In fondo un piccolo aiuto era anche
accettabile, disse a se stesso.
"D'accordo. Perché no? Questo lo puoi fare?" domandò
Picard rivolgendosi al ragazzo, il quale non fiatò e per tutta
risposta, semplicemente, schioccò le dita ed in un istante
furono trasportati fra le verdi palme della piccola oasi in cui, pochi
giorni prima, Riker e Vovelek si erano rifugiati.
"Grazie" disse Picard guardandosi intorno incredulo.
Riker, a poca distanza da lui, sorrise soddisfatto.
"E' giunto il momento di salutarci" disse l'anziana Q, che
fino a quel momento aveva sempre taciuto.
"Credo di si" disse Picard
Il ragazzo gli si avvicinò e gli prese la mano, imitando il
tipico gesto di pace terrestre.
"E' così che vi salutate sulla Terra vero?"
"Ora non più. Sulla Terra non vi è più nessun
umano." rispose amaramente Picard.
Il ragazzo, mortificato lasciò la presa e aggiunse:
"Q vi stimava molto. E credo che la sua fiducia in voi fosse
ben riposta."
Picard sospirò.
"Avrei preferito che non avesse giocato con i nostri destini.
Ma ora che se ne è andato, lo devo ammettere: mi mancherà.
Avrei voluto che le cose fossero andate diversamente."
Picard guardò il ragazzo indietreggiare lentamente e tornare
verso l'anziana Q e il Q-Borg.
"Addio!" esclamò ancora il ragazzo agitando il braccio
in aria, con gli occhi lucidi per la commozione.
Picard fece per alzare il braccio destro per rispondere al saluto
quando, improvvisamente, il fogliame alle sue spalle si animò
e qualcosa con una forza straordinaria gli afferrò l'avambraccio,
trascinandolo all'indietro.
Picard non ebbe il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo,
che già si trovava con le spalle sulla sabbia, mentre veniva
violentemente trascinato attraverso il fogliame della piccola jungla.
Riuscì solo a sentire Riker che urlava un nome a lui sconosciuto:
Vovelek.
"Vovelek!"
urlò Riker incredulo.Il vulcaniano, o meglio, ciò
che ne restava, quasi irriconoscibile a causa degli impianti di
fabbricazione Borg, era comparso dal fogliame e con uno scatto fulmineo
aveva afferrato il capitano, trascinandolo con se.
"Ma non è possibile! Tutti i Borg sono stati distrutti!"
esclamò Riker rivolgendosi vero i tre Q, sicuro che loro
gli avrebbero fornito una risposta.
Il giovane Q, tanto sorpreso quanto il comandante, si voltò
verso il Q-Borg lanciandogli la sua accusa.
"Tu! Sei stato tu!"
"E chi altri?" rispose il Q-Borg, scoppiando in una fragorosa,
quanto odiosa risata.
"Non potevo certo lasciare che Q eliminasse tutte le mie creature
facendo l'eroe. Ho voluto conservarne un esemplare. Diciamo come
ricordo della Sfida. O se preferisci come un trofeo. In fondo è
soltanto un esemplare, che male vuoi che faccia a questo nuovo e
meraviglioso universo che sta nascendo?"
Il ragazzo strinse i pugni di rabbia, ferito dall'ironia assolutamente
fuori luogo del suo simile. Nonostante quanto era accaduto, il Q-Borg
non aveva appreso alcunché dalla lezione. E continuava a
giocare la sua partita, indifferente delle sorti degli esseri viventi
che ne erano involontarie pedine.
"Non guardarmi a quel modo ragazzo! Se qualcuno qui presente
avesse avuto il coraggio di fare ciò che gli era stato implorato,
quel drone non sarebbe stato qui!" si difese il Q-Borg, scaricando
la colpa su Riker.
William non riuscì a trovare le parole per controbattere
all'accusa. Da qualche parte dentro di lui, una piccola voce, condivideva
appieno le accuse del Q-Borg. Se avesse avuto il coraggio di togliere
la vita a Vovelek, quando egli stesso glielo aveva supplicato, mentre
combatteva una battaglia disperata contro le nanosonde che brulicavano
nel suo corpo, ora il capitano non sarebbe stato in pericolo.
Ma non vi era spazio per le recriminazioni. Doveva agire ed in fretta.
E si lanciò all'inseguimento attraverso la vegetazione fitta
e rigogliosa.
Corse a perdifiato, guardandosi intorno in cerca di segni della
presenza di Vovelek e del capitano. Per sua fortuna, le tracce lasciate
nella vegetazione erano piuttosto evidenti e lo condussero alla
sorgente d'acqua che sorgeva al centro dell'oasi.
"No! Fermo!"
Picard era ancora a terra, mentre il Borg, chino su di lui, si apprestava
ad avvicinare il suo pericoloso braccio meccanico al volto di Picard,
il quale, dal canto suo, stava opponendo tutta la resistenza possibile
contro di esso.
Riker si lanciò, facendosi scudo con la spalla e spinse nell'acqua
il drone, poco prima che riuscisse ad iniettare le nanosonde nel
corpo del capitano.
Riker sentì la sua scapola cedere di schianto per la violenza
dell'impatto.
Un dolore lancinante lo paralizzò a terra.
"William!"
Picard si era rialzato ed accorse verso Riker, ferito a terra.
"Attento capitano!" lo avvertì Riker.
Il drone si era già rimesso in piedi, gocciolante d'acqua
era alle spalle di Picard, il quale fece un rapido passo all'indietro,
ruotando sulla gamba destra e chinandosi col busto in modo da evitare
ogni contatto con i pericolosi bracci meccanici del drone.
Con quella mossa riuscì a portarsi alle sue spalle e gli
saltò in groppa, stringendogli le braccia intorno al collo.
Il suo scopo era riuscire ad estrarre il chip principale che governa
ogni singolo drone, contenente tutte le conoscenze del Collettivo,
estratto il quale, avrebbe reso inoffensivo il suo avversario.
Grazie alla sua precedente esperienza personale con i Borg, egli
sapeva esattamente dove si trovasse, all'incirca la dove normalmente
si trovava il cuore di un umano.
Con le mani cercò, da quella scomoda posizione, di raggiungere
il petto del drone, che nel frattempo, dondolava su se stesso, incapace
di scrollarsi di dosso il capitano.
"William! Aiutami ad estrarre il chip!" chiese soccorso
Picard.
Riker cercò di rimettersi in piedi, ma il suo unico braccio
rimasto era inutilizzabile a causa della rottura della clavicola.
Ogni tentativo di muoverlo gli causava un dolore insopportabile.
"Ci proverò capitano! Dove si trova esattamente?"
"Il cuore! Dove c'è il cuore! Si trova in quel punto!"
Riker si mise in fronte al drone, che non stava minimamente badando
a lui, in quanto la sua attenzione era concentrata su Picard. Muovendosi
rapidamente, cercò di anticipare i movimenti del drone e
quando si sentì quasi sicuro fece appello a tutte le sue
forze residue e ignorando il dolore sollevò il braccio ed
infilò la mano all'altezza del petto del drone. Riker non
si aspettava che le carni Borg fossero tanto inconsistenti e calde.
La sua mano penetrò facilmente nelle fibre del drone, arrestandosi
contro un dispositivo meccanico.
Iniziò a muovere freneticamente le dita, alla ricerca di
quello che potesse somigliare ad un chip di qualunque genere, ma
niente sembrava corrispondere alla descrizione.
"Non riesco a trovarlo!" urlò Riker, che stava
per cedere sopraffatto dal dolore.
"Continua a cercare! Non riuscirò a distrarlo ancora
per molto!" lo incitò Picard.
Finalmente Riker afferrò qualcosa e provando a tirarla verso
di se, la sentì sfilarsi parzialmente.
"Forse l'ho trovato!" avvertì.
Fece un altro tentativo di estrarre il chip, ma il liquido linfatico
Borg gli stava facendo perdere la presa.
"Ci sono quasi
"
Il drone si arrestò all'istante. Riker pensò di avercela
fatta.
Ma purtroppo si sbagliava. Il cervello del drone, percependo come
pericolo primario l'intervento di Riker, diede l'ordine di dedicare
la propria esclusiva attenzione al comandante.
Riker sentì del calore sul viso e alzando il capo, fu accecato
dal fascio di luce rossastra originato dagli impianti ottici del
drone, che una volta era stato il comandante Vovelek, primo ufficiale
della Uss Pioneer.
Non riuscì ad abbozzare alcuna reazione.
Gli arti superiori del drone gli si strinsero contro la gola, sollevandolo
di forza da terra. Suo malgrado dovette mollare la presa dal chip,
senza riuscire nell'intento di sganciarlo. Il drone fece ruotare
con uno scatto il suo collo, spezzandoglielo.
Riker cadde a terra privo di vita.
Picard lanciò un urlo disperato e lasciò la presa,
rimettendo i piedi a terra.
"Maledetto bastardo! L'hai ammazzato!" gridò tutta
la sua disperazione contro il drone, che incurante, si stava lentamente
voltando verso di lui. Inesorabile, proseguiva la sua missione.
Picard indietreggiò lentamente barcollando, incapace di fuggire,
scioccato per la morte di William, senza avvedersi che dietro le
sue spalle vi era un piccolo ammasso di pietre e sabbia in cui finì
con l'inciampare.
Cadde malamente di schiena, senza riuscire a frenare la caduta con
le mani.
Il drone era ormai sopra di lui e si arrestò un istante,
chinando il capo e puntandogli contro il laser di puntamento ottico.
"Che siate maledetti!" urlò Picard prossimo alla
fine.
"La resistenza è inutile" rispose freddamente il
drone chinandosi verso il capitano.
Picard afferrò una pietra con la mano destra e la scagliò
con tutte le sue forze contro il drone, in un ultimo disperato gesto
di lotta.
La pietra andò a colpire, il gruppo dei sensori ottici che
ricoprivano parte del volto del drone, mandandoli parzialmente fuori
uso. Il drone si arrestò di colpo, ancora proteso verso Picard,
disorientato dalla mossa del capitano.
Picard non attendeva occasione migliore. La fortuna stava girando
dalla sua parte. Con uno scatto fulmineo infilò l'avambraccio
nel petto del drone.
Avrebbe estratto quel chip anche ad occhi chiusi.
Si udì il rumore di uno scatto metallico. Picard ritrasse
il braccio, stringendo nella mano il piccolo chip.
Il laser rossastro si spense progressivamente ed il drone cadde
a terra, privo di vita, lasciando a Picard giusto il tempo di scansarsi.
Rialzatosi in piedi, corse immediatamente verso il corpo di Riker.
"William!"
Ma Will non rispose. Nel suo corpo non scorreva più alcun
alito di vita.
Accecato dal dolore e dalla rabbia, Picard prese il chip, e lo poggiò
su di un sasso. Ne raccolse un secondo, di grandi dimensioni e lo
sollevò sopra la propria testa. Avrebbe fatto a pezzi quel
maledetto chip. Era tutto ciò che gli restava per sfogare
la sua rabbia.
"Andate all'inferno!" gridò prendendo lo slancio
per scagliare la pietra e sbriciolare tutto ciò che restava
della razza Borg.
Ma il sasso volò lontano.
Picard cominciò a singhiozzare, con il cuore rigonfio di
dolore e disperazione.
Il suo Universo, così come lui l'aveva conosciuto e navigato
a bordo dell'Enterprise, era stato irrimediabilmente distrutto.
I suoi migliori amici erano periti. La Federazione, la Terra, la
razza umana e migliaia di altre razze in miliardi di galassie, spazzate
via. Persino Q se ne era andato. Era rimasto solo. O meglio, si
corresse, lui, con la sua fragile memoria umana e quel drone, con
le informazioni contenute nel chip, erano tutto ciò che restava
di un universo intero.
Distruggendo il chip, avrebbe distrutto metà di quanto rimaneva,
compiendo l'ultimo omicidio, l'ultima barbarie, prima dell'estinzione.
No. Tutto l'odio che provava non avrebbe mai giustificato un simile
atto, anche se nessun tribunale avrebbe mai potuto più giudicarlo
e condannarlo.
- Ora che tutto è giunto alla fine, - si disse, - che sia
un gesto di tolleranza ed umanità a chiudere lo spettacolo.
-
Trascorse più di tre ore scavando nella sabbia del deserto,
a mani nude, fino a che non ebbe dato una sepoltura al comandante
Riker.
Esausto tornò al centro dell'oasi, si rinfrescò con
le fresche acque della sorgente e andò a sedersi su una grossa
pietra addormentandosi profondamente, stringendo fra le mani il
chip Borg, mentre il sole, per la prima volta da quando Picard era
giunto su quel pianeta, tramontava dietro l'orizzonte, riempiendo
il cielo di sfumature rossastre, mentre alcune stelle iniziavano
a fare timidamente capolino. Scorgendole, Picard si consolò
pensando alla nuova vita che lentamente stava tornando a ripopolare
l'universo. Poi cadde in un sonno profondo. Il sole tramontava sull'ultimo
giorno per un intero universo, e allo stesso tempo il primo di uno
completamente nuovo.
L'anziana donna Q, capo del Consiglio del Q-Continuum, apparve silenziosamente
davanti al capitano dormiente e agitando nell'aria il suo scettro,
sussurrò:
"Complimenti capitano. Hai vinto la tua sfida."
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