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L'ULTIMO VIAGGIO DELL'ARTEMIS
CAPITOLO 10

Erano trascorsi pochi minuti dal momento in cui la figura di Amalia era svanita dinanzi ai suoi occhi abbandonandolo con i suoi uomini a bordo dell'Artemis. Senza perdersi d'animo si erano subito dati da fare per liberarsi dai lacci rudimentali che stringevano loro i polsi. L'impaccio delle tute ambientali rese ancora più arduo il compito. Picard aveva poggiato i polsi contro lo spigolo di una grande cassa da trasporto che stava accatastata assieme a molte altre nell'hangar della nave tentando, tramite lo strofinamento ripetuto delle corde, di riuscire a rompere le dure fibre intrecciate della corda. Che lo imprigionavano
Anche Worf e La Forge, imitati dagli altri uomini dell'Enterprise si diedero da fare per trovare una superficie sufficientemente tagliente. Per loro fortuna i Senders non avevano ordinato che venissero legati loro anche i piedi, cosa che avrebbe reso tutto estremamente più complicato. Magra consolazione concluse Picard mentre la temperatura all'interno della sua tuta era drasticamente salita a causa dello sforzo fisico mentre gocce di sudore colavano dalla sua fronte.
Improvvisamente l'Artemis tremò per un breve istante come se fosse stata scossa dalla mano di un gigante. Picard e gli altri interruppero un istante le operazioni e si guardarono fra di loro in cerca di una spiegazione per la vibrazione.
"Che sta succedendo?" domandò uno degli uomini della squadra di sicurezza.
"Non ne sono certo ma credo che non siamo più sotto il controllo del raggio traente dell'Enterprise" provò ad ipotizzare Geordi.
"Lo penso anch'io" confermò Picard
"Stanno per partire" concluse Worf dalla parte opposta dell'hangar.
"Purtroppo è quello che temo" aggiunse Picard riprendendo a molleggiarsi sulle ginocchia tendendo quanto più poteva le braccia legate dietro la schiena contro lo spigolo della cassa.
"Com'è possibile che nessuno sull'Enterprise sia riuscito a fermarli?" domandò uno degli ingegneri sbarcati sull'Artemis con Geordi.
"E' improbabile ma non impossibile. Hanno il controllo della plancia e soprattutto un agente romulano al loro servizio e quando c'è di mezzo la Tal Shiar tutto è possibile."
rispose digrignando i denti per lo sforzo Picard.
"Comunque non tutto è perduto. Ho fiducia nel comandante Riker. Sono sicuro che non starà li con le mani in mano. Ma ora la nostra priorità è liberarci da queste corde e poi…" Picard fece una pausa sia perché stava forzando contro lo spigolo sia perché in effetti non aveva ancora un'idea precisa di cosa fare una volta liberi.
L'Artemis era una nave alla deriva con la maggior parte dei sistemi fuori uso ad esclusione del supporto vitale e dei motori ad impulso che però, vista la lontananza da ogni avamposto civilizzato non avrebbe mai potuto portarli in tempo utile da nessuna parte.
"E poi cosa faremo capitano?" domandò un altro dei tecnici di Geordi, uno dei più giovani, giunto a bordo dell'Enterprise solo da poche settimane sul cui volto si poteva leggere tutto lo sgomento di cui era preda.
Picard comprese lo stato d'animo del giovane guardiamarina. Rammentava di avere approvato il suo ordine di servizio ma non ricordava il suo nome.
"Mantenga la calma signor…" Picard esitò ma il giovane lo cavò dall'imbarazzo "Guardiamarina Mark Summer signore"
"…guardiamarina Summer. Appena saremo liberi cercheremo di contattare la Flotta Stellare e di informarli di quanto è accaduto. Nel frattempo il signor La Forge tenterà di riparare i motori a curvatura dell'Artemis. Questo direi che potrebbe bastare per ora" concluse il capitano.
Il ragazzo sembrò un poco tranquillizzato dalle parole del capitano e riprese il suo tentativo di liberarsi.
Picard aveva volutamente taciuto ogni riferimento al virus che con certezza doveva averli tutti infettati e i cui effetti non avrebbero tardato a manifestarsi. Motivo in più per adoperarsi per velocizzare il più possibile ogni operazione senza perdere ulteriore tempo.
- se solo riuscissi a liberarmi - pensò Picard mentre le corde che gli tenevano bloccati i polsi non ne volevano sapere di cedere.
Proprio in quell'istante l'urlo di rabbia di Worf echeggiò nell'hangar mentre sollevava i polsi al cielo in segno di vittoria.
Picard sorrise soddisfatto. Worf, grazie alla sua forza di klingon era riuscito a spezzare le corde per primo.
In pochi minuti furono tutti liberi e si riunirono in cerchio attorno al capitano.
"Direi che per prima cosa possiamo levarci queste tute. Ormai siamo entrati in contatto con l'atmosfera dell'Artemis per cui non sono più utili e ci impacciano i movimenti."
Rapidamente, uno ad uno cominciarono ad aiutarsi per sfilare la tuta protettiva, sotto la quale indossavano una versione più leggera della uniforme d'ordinanza, composta da calzoni neri aderenti e una maglietta maniche corte anch'essa di colore nero ad eccezione del colletto che rispecchiava le tonalità della sezione d'appartenenza.
"Geordi, in che stato si trova l'Artemis? Abbiamo possibilità di inviare un messaggio di soccorso?" domandò Picard mentre il guardiamarina Summer lo aiutava a sfilare i calzoni della tuta.
"La radio subspaziale è danneggiata ma funziona, ma prima dobbiamo risolvere il problema della perdita di plasma o il segnale non andrà molto lontano"
"A che punto eravate con le riparazioni prima che veniste bloccati?"
"Mi servono un paio d'ore ancora. Dopodiché avremo i motori d'impulso attivi" rispose Geordi.
"Possibilità di riattivare il motore a curvatura?" azzardò Picard ormai libero dalla tuta intento a ricambiare la cortesia al giovane guardiamarina.
"Questo motore è di vecchio tipo. Non possiede un rigeneratore per i cristalli di dilitio e quelli che ci sono rimasti sono molto danneggiati. Potrebbe anche funzionare ma non ho idea di quante ore di viaggio potrebbero reggere. Mi lasci tornare in sala macchine e le farò avere un rapporto completo."
"Bene signor La Forge" disse Picard stirandosi la maglietta "Le daremo tutti una mano nel limite delle nostre conoscenze. Mi conceda uno dei suoi ragazzi, io e Worf andremo in plancia e vedremo di rimetterla in sesto."
Geordi annuì facendo segno ad un elemento della sua squadra di manutenzione di aggregarsi al gruppo del capitano.
Uscirono dall'hangar dividendosi in due gruppi diretti uno verso la sala macchine e l'altro verso la plancia.

Riker era accucciato con il suo phaser in mano. I corridoi dell'Enterprise erano privi di illuminazione e questo rendeva difficile orientarsi, soprattutto per lui che aveva così poca dimestichezza con quella Enterprise.
Il capitano e Sulu erano pochi metri distanti da lui che tentavano di forzare un pannello di accesso ad una condotta che gli avrebbe permesso di raggiungere la sala teletrasporto abbastanza rapidamente senza rischiare incontri sgraditi con i klingon.
Sulla nave regnava un silenzio irreale disturbato ogni tanto dall'eco di grida lontane, attutite dalle paratie che li separavano. Urla di dolore? Urla di battaglia? Si domandò Riker. Sulla nave ancora si combatteva fra terrestri e klingon quella guerra che era iniziata molti anni prima non appena le due civiltà erano entrate in contatto. Troppo diverse per coesistere, troppo orgogliose per poter accettare di convivere, entrambe proiettate verso lo spazio alla ricerca di prezioso spazio vitale. Le modalità di conquista erano assai differenti, i klingon prediligevano la forza, la conquista militare anche brutale e non esitavano a spazzare via popolazioni intere pur di acquisire un nuovo sistema solare, mentre la Federazione si proponeva come organizzazione unificante e pacifica che faceva della diplomazia la sua forza ma che aveva un potente strumento persuasivo quale la Flotta Stellare. Due organismi estremamente vitali che dominavano quella zona di galassia conosciuta come Quadrante Alfa. Molte battaglie erano state combattute, molti i caduti da entrambe le parti, identico l'odio accumulato che li separava. In quegli anni era fantapolitica anche solo immaginare un futuro di pace fra la Federazione e l'Impero Klingon.
- Se potessero sapere che fra meno di cento anni lavoreremo fianco a fianco - fu l'inevitabile riflessione di Will, lui che da diversi anni lavorava gomito a gomito con un klingon, seppur allevato da umani, e che aveva anche partecipato ad un programma di scambio di ufficiali fra l'Enterprise e una nave klingon. Ricordava bene le sue difficoltà a farsi accettare dal resto dell'equipaggio ancora preda di antichi pregiudizi sugli umani. Ma una volta accettato e compreso il modo di lavorare e le basi culturali che regolavano la società klingon aveva saputo farsi onore e guadagnarsi il rispetto dei suoi compagni.
I klingon erano gente fiera, guerrieri formidabili con uno spiccato senso dell'onore ed un'aggressività innata che difficilmente avrebbe mai potuto essere irregimentata negli stretti canoni comportamentali degli umani ed andavano accettati per quello che erano - se si esclude la cucina - commentò fra se William a conclusione della riflessione, lui che aveva gustato il famoso Gagh, piatto tipico klingon semplicemente ripugnante per gli umani.
Un rumore metallico lo raggiunse alle spalle.
Riker si voltò un istante giusto per controllare a che punto fossero i suoi compagni scorgendo i piedi del signor Sulu scomparire all'interno di un condotto laterale mentre il capitano gli faceva cenno di avvicinarsi.
Riker obbedì e scambiandosi un'occhiata d'intesa con Kirk si accucciò infilando il capo nella stretta apertura che dava su un cunicolo illuminato esclusivamente dal riverbero della torcia portatile del nipponico che nel frattempo aveva già guadagnato alcuni metri, strisciando carponi con la schiena e le spalle che sfioravano dei condotti di servizio.

L'energia tornò ad alimentare i suoi circuiti e dopo un breve ciclo diagnostico Data riaprì gli occhi. Il suo orologio interno misurava trenta minuti dallo spegnimento generale senza che nessuna operazione di manutenzione fosse stata eseguita per cui aveva autonomamente ripristinato l'afflusso di energia al cervello positronico di Data. Si trattava di una recente modifica che lui e Geordi avevano progettato al fine di proteggere Data da spegnimenti causati da fattori esterni. In caso di distacchi per manutenzione Geordi avrebbe dovuto intervenire su di un determinato circuito che avrebbe solo allora escluso il sistema di sicurezza e questa novità era rimasta un segreto circoscritto a pochi ingegneri dell'Enterprise.
Un segreto di cui la Tal Shiar non era entrata in possesso. Fortunatamente.
Data esaminò le sue celle di memoria ricostruendo quanto era accaduto poco prima dello spegnimento non autorizzato. I sensori dell'Enterprise avevano appena rilevato un picco d'energia provenire dall'Artemis e Data aveva immediatamente riconosciuto lo schema delle onde come quelle di un raggio del teletrasporto il tutto mentre era ancora in comunicazione visiva con l'hangar dell'Artemis.
La voce del capitano Picard che gli ordinava di allontanare l'Enterprise era l'ultimo ricordo memorizzato, poi la pressione del pulsante di spegnimento posizionato sulla sua schiena aveva steso un velo nero sui suoi circuiti.
Era sdraiato a terra. I suoi occhi meccanici inquadravano il soffitto di una piccola stanza dell'Enterprise. Sollevò il busto e guardandosi intorno si rese conto di essere all'interno della saletta del capitano completamente solo.
Alzandosi in piedi constatò attraverso il grande oblò che le stelle erano scie che correvano veloci segno che l'Enterprise era in viaggio a velocità di curvatura.
Il cervello positronico di Data iniziò immediatamente a macinare calcoli su calcoli con lo scopo di trovare una risposta alle sue domande. Ben presto constatò che il novantotto percento delle probabilità erano a favore di un abbordaggio dell'Enterprise e che ora in plancia sicuramente non avrebbe trovato il capitano Picard. Decise saggiamente di non precipitarsi in plancia onde evitare che coloro che ora avevano il controllo della nave e che lo avevano disattivato venissero a conoscenza di quell'ultima modifica alla sua procedura di spegnimento, motivo per il quale lo avevano abbandonato nella saletta attigua alla plancia ritenendolo ormai inoffensivo. Avrebbe dovuto scoprire le loro intenzioni prima di fare una qualsiasi mossa, tanto più che era disarmato.
Logicamente avrebbe dovuto giocare a suo favore questo vantaggio tattico e andò a sedersi alla poltrona del capitano attivando il computer presente sulla scrivania ma con disappunto verificò che chi aveva preso il controllo della nave aveva anche provveduto a bloccare ogni postazione.
Spense lo schermo che gli mostrava una scritta di avvertimento circa lo stato della connessione con la rete della nave mentre il suo cervello rapidamente valutava tutte le variabili a sua disposizione per approntare un piano che gli permettesse per prima cosa di comprendere chi fosse al comando della nave e soprattutto quali fossero le relative intenzioni.
Digitò un controllo sulla porta della saletta al fine di evitare che si aprisse automaticamente al suo passaggio ed avvicinò l'orecchio alle paratie scorrevoli regolando alla massima capacità i suoi sensori uditivi.
Poté nitidamente rilevare i normali rumori di sottofondo della plancia dell'Enterprise più il respiro di almeno altre cinque persone. Non ne era certo ma con una probabilità abbastanza alta una di esse era una donna ed infatti non sbagliò quando la voce di Amalia Senders scosse il silenzio della plancia.
"Minus quanto tempo ci vorrà ancora per raggiungere la nave?" domandò Amalia.
"Ventisei ore circa. Te l'ho già detto umana"
Data non riconobbe la voce di colui che aveva risposto ad Amalia ma il nome era come una carta d'identità: era chiaramente un romulano. Il cervello di Data acquisì i nuovi elementi e iniziò ad elaborare nuove teorie e possibilità su quale fosse la loro destinazione. La vicinanza con la Zona Neutrale Romulana non lasciava dubbi. La nave a cui aveva accennato Amalia doveva essere romulana.
"Così tanto? Com'è possibile? L'Enterprise è una nave potente… molti di noi non sopravviveranno un altro giorno!"
"Ti ricordo che sto manovrando la nave senza equipaggio. L'emulatore che ho installato è già al limite delle capacità e sto faticando a tenere a bada i tentativi dell'equipaggio di violare l'accesso al computer centrale per disattivare i campi di forza in cui li ho rinchiusi. Il massimo a cui riesco a spingere l'Enterprise è curvatura due, se provassi ad aumentare rischierei di mandare in tilt l'emulatore e ben presto saremmo sopraffatti" rispose la voce del romulano chiamato Minus.
Le nuove informazioni furono molto preziose per Data il quale effettuò una ricerca nell'archivio interno estraendo tutte le informazioni possibili circa il funzionamento degli emulatori, strumenti in grado di automatizzare molte funzioni di una nave spaziale riducendo quindi i costi del personale. Nell'ambito mercantile era comune imbattersi in vascelli di questo tipo con non più di una dozzina di persone di equipaggio nonostante la complessità dei sistemi. Anche l'Enterprise affidava a dispositivi simili alcune funzioni della nave ma Data non era a conoscenza di sistemi tanto potenti da poter controllare una nave grande e complessa quale una classe Galaxy. Era evidente che i romulani avevano appositamente sviluppato tale tecnologia al fine di potersi impossessare di vascelli nemici utilizzando un esiguo numero di uomini. Un'idea brillante concluse Data ma allo stesso tempo dedicò una sub-routine alla ricerca di un metodo efficace per rendere l'emulatore inoffensivo.
"Maledizione!"
Data riconobbe l'autore dell'imprecazione: il fratello della Guardiana, Joshef.
"Tanto valeva farci aiutare da Picard! Te l'avevo detto Amalia che i romulani non sono affidabili! Fin dal primo giorno che è arrivato su Nuova Shangai ho capito che ci avrebbe procurato solo dei guai!" continuò l'umano alzando i toni.
"Taci umano! Se non fosse per me sareste ancora tutti su quel pianeta di pazzi bigotti a morire per un semplice raffreddore!" ribatté acidamente Minus.
"Perché ora che ci sta succedendo? Invece di un raffreddore è un dannato virus romulano che avrebbe dovuto colpire solo il bestiame, come ci avevate garantito!"
"Purtroppo non abbiamo sufficienti conoscenze sulla fisiologia umana. Si è trattato di una mutazione non prevista." Si giustificò il romulano riprendendo il controllo del tono di voce.
"Ce la faremo vero?" domandò Amalia con voce tremante.
"Voi non so. Io sicuramente" rispose freddo il romulano
"Bastardo!" gridò Joshef.
Data udì il rumore tipico di una colluttazione e dopo pochi secondi la voce di Amalia che implorava pietà per il fratello.
"Umano! Sono la tua unica speranza di vivere per cui vedi di stare al tuo posto e di non fiatare ancora. Come promesso avrete la cura ed un luogo dove vivere ed io avrò l'Enterprise ma non sono più disposto a tollerare altre intemperanze! Ci siamo chiariti?" intimò il romulano.
Data udì un lamento che riconobbe provenire da Joshef e poco dopo il tonfo di un corpo che cadeva a peso morto sul pavimento della plancia.

Le ginocchia stavano iniziando a dolergli in modo insopportabile. Non era allenato a strisciare tanto a lungo sulla superficie irregolare del condotto di manutenzione che avrebbe dovuto, secondo quanto indicato da Spock prima che i due gruppi si separassero, portarli proprio sopra la sala teletrasporto dell'Enterprise.
Davanti a lui Sulu proseguiva imperterrito soffermandosi di tanto in tanto di fronte ad una biforcazione per valutare quale fosse la direzione corretta. Dietro di lui il capitano ansimava per lo sforzo senza perdere il passo.
"Signor Sulu quanto manca ancora?" domandò Kirk sottovoce.
Il nipponico, avanti alcuni metri si arrestò e tentò di voltare la testa verso i suoi compagni ma rinunciò quando la sua tempia batté contro una sporgenza metallica.
"Ancora quindici metri poi si scende al ponte cinque. Altri ventisei metri e poi dovremmo esserci capitano"
"Ci restano ancora sei minuti prima che i klingon riescano a riavere l'uso dei sensori. Dobbiamo sbrigarci o moriremo qui dentro senza nemmeno rendercene conto. Forza, vada avanti" incitò Kirk.
Le parole del capitano accesero un campanello dall'allarme nella memoria di Riker. Si domandò infatti quanto mancasse alla fine del tempo a sua disposizione prima del momento di riprendere il ruolo reale di comandante e Numero Uno della sua Enterprise e tornare così dai coloni a bordo della Artemis con i loro guai ad attenderlo.
"Che succede Riker? Coraggio vada avanti!"
"Si capitano!" rispose Riker che si era come incantato.
Will dovette accelerare per recuperare la distanza che lo separava da Sulu.
Ci vollero ancora circa quattro minuti per arrivare finalmente in posizione sopra la sala teletrasporto. La sala era visibile attraverso una piccola grata per l'aerazione inserita a sua volta in un pannello rimovibile di dimensioni maggiori che fungeva da accesso allo stretto condotto di manutenzione.
Sulu, che era arrivato per primo diede una prudente occhiata attraverso l'intercapedine e quando Riker e Kirk lo raggiunsero riferì della presenza di due soldati klingon di guardia all'interno della sala. Riker faticò a comprendere le parole del navigatore tanto fu flebile il tono della sua voce.
"Bene signori, è ora di estrarre i vostri phaser e di passare all'azione. Settateli su massimo stordimento. Sulu se la sente di andare per primo? Dovrà sfondare il pannello ed essere molto veloce ad abbattere le guardie." sussurrò Kirk.
Sulu annuì ed estrasse il phaser controllandone i settaggi. E poi rimase come congelato per alcuni istanti prima che la simulazione si dissolvesse intorno a Riker che finì per ritrovarsi a gattoni sul pavimento del ponte ologrammi.
La voce femminile del computer dell'Enterprise informò Will che il suo tempo a disposizione per godersi la simulazione era scaduto e che era ora di tornare in servizio.
Riker si rimise in piedi sistemandosi l'uniforme del XXIII secolo rammaricato che il suo tempo si fosse esaurito proprio ora che l'avventura stava per offrirgli un momento carico di tensione ed azione.
- Alla prossima - salutò fra sé i compagni olografici e si avvicinò all'arco che dava sui corridoi dell'Enterprise reale quando con sorpresa le porte automatiche non si aprirono facendolo quasi andare a sbattere con il naso contro di esse.
"Devono essersi guastate" commentò dopo aver tentato più volte, portandosi infine alla consolle di controllo per attivare l'apertura via comando manuale.
Con sua sorpresa la consolle risultò disattiva e completamente scollegata dalla rete dei computer della nave.
"Ma che sta succedendo…" imprecò.
"Riker a plancia. Ci sono problemi? Mi trovo sul ponte ologrammi e…"
"Sistema di comunicazione interno non operativo" rispose freddamente la voce del computer dell'Enterprise.
"Cosa?" Riker si grattò nervosamente la barba. Quanto stava accadendo era molto sospetto ed andava al di là di un semplice guasto.
"Computer, per quale motivo la consolle del ponte ologrammi e il sistema di comunicazioni interno sono fuori linea?" domandò Will in cerca di risposte.
"Informazione non disponibile" rispose il computer.
Will cominciò a provare un senso di frustrazione incapace di comprendere se si trovasse di fronte ad un guasto del ponte ologrammi o a qualcosa di più grande decise di fare chiarezza aprendo le porte utilizzando il comando manuale.
Aprì un pannello che celava una leva per lo sblocco manuale delle porte pensato per le emergenze estreme, qualora la nave fosse rimasta senza una goccia d'energia nei sui circuiti.
Tirò con forza la leva di sblocco e le grandi e pesanti porte del ponte ologrammi schioccarono aprendosi di circa venti centimetri.
Soddisfatto William spinse le due grandi porte con la forza delle braccia riuscendo a spostarle quanto bastava per uscire dal ponte ologrammi.
"Con le buone maniere si ottiene tutto" commentò soddisfatto mentre si sistemava nuovamente l'antica uniforme. Ma la sua soddisfazione si infranse contro un campo di forza che bloccava l'uscita dal ponte ologrammi.
Una scarica bluastra gli scottò le mani e la punta del naso e lo fece rimbalzare all'indietro spedendolo lungo disteso sul pavimento del ponte ologrammi.
Ne seguì una serie di imprecazioni di vario genere mentre si rimetteva in piedi massaggiandosi i palmi infastidito dal dolore che lentamente stava svanendo.
Ia mente di Riker iniziò ad elaborare possibili spiegazioni per quanto stava accadendo in quanto era estremamente irregolare e non riferibile a nessuna procedura d'emergenza standard. Tutto ciò che gli venne in mente non gli piacque affatto in quanto significava che l'Enterprise o aveva subito un guasto estremamente rilevante o peggio, qualcuno non autorizzato ne aveva preso il controllo nel breve intervallo di tempo in cui lui era rimasto nel ponte ologrammi.
Nei corridoi non si vedeva anima viva, il che era insolito visto l'orario e il luogo, un punto di collegamento fra zone estremamente vitali della nave, normalmente molto trafficato a tutte le ore.
"C'è nessuno?" gridò con forza.
Ma non ottenne alcuna risposta e l'eco della sua voce si spense in lontananza.
"Sono il comandante Riker! Che sta succedendo? Qualcuno mi può sentire?"
Nessuno lo udì.

"Plancia a Sala Macchine. Mi potete sentire?"
"Plancia a Sala Macchine. Mi sentite?"
Il Guardiamarina Summer si scostò con disappunto dal microfono dell'intercom inserito nella consolle delle Comunicazioni dell'Artemis.
"Non si dia per vinto Guardiamarina. Continui a provare. Dobbiamo ripristinare le comunicazioni con il signor La Forge." lo incoraggiò il capitano Picard, sdraiato sulla pavimento della plancia con il busto infilato proprio sotto la consolle delle Comunicazioni.
"Provi ora"
Summer pigiò nuovamente il pulsante che stava di fronte a lui e con voce calma tornò a chiedere una risposta dalla Sala Macchine.
"Sala Macchine rispondete" Summer sbuffò e insistette "Plancia a Sala Macchine..."
"Qui La Forge. Vi sentiamo perfettamente. Il sistema di comunicazioni interno è nuovamente operativo. State facendo un ottimo lavoro voi lassù" si congratulò Geordi.
"Grazie signore. E' tutto merito del capitano Picard" rispose il giovane guardiamarina.
"Non ne dubito. E' un peccato che abbia intrapreso la carriera nella sezione comando. Sarebbe potuto diventare un buon ingegnere" commentò scherzosamente La Forge.
"Grazie Geordi. Immagino che da oggi in poi dovrò presenziare alle sue riunioni tecniche" rispose Picard che nel frattempo si era rimesso in piedi e si stava sistemando l'uniforme.
Picard scambiò un'occhiata d'intesa ed un sorriso con il guardiamarina.
"Geordi com'è invece la situazione in Sala Macchine?"
"Le perdite di plasma sono state sigillate. I motori ad impulso sono operativi al cento per cento. La radio subspaziale è operativa. Senza più il plasma a distorcere il segnale possiamo inviare un messaggio di soccorso alla Flotta"
"Ottimo signor La Forge. E per il motore di curvatura?"
"Ci stiamo lavorando. I cristalli sono molto rovinati ma forse abbiamo un'idea per costruire un rigeneratore di fortuna."
"D'accordo Geordi, quanto tempo occorre?" domandò Picard andando al sodo.
"Mezz'ora non di più. Ma non andremo più veloci di curvatura quattro e non per più di una dozzina di ore, dopodiché ci vorranno mesi per tornare alla prima base spaziale a velocità sub-luce"
"Speriamo che non accada signor La Forge. Non appena i motori saranno operativi ci muoveremo all'inseguimento dell'Enterprise"
"Siete riusciti a rilevare la sua rotta?" domandò Geordi che era rimasto all'oscuro dei progressi fatti in plancia.
"Il signor Worf con l'aiuto dei suoi tecnici sono riusciti a riparare molti sistemi. Per fortuna i danni erano di lieve entità. I sensori di prua suono nuovamente operativi e la notizia cattiva è che, come previsto, l'Enterprise è in rotta verso la Zona Neutrale Romulana. La notizia buona è che la sua velocità è inferiore al fattore tre. Il che potrebbe permetterci di raggiungerla"
"Fattore tre? Tutto ciò è molto strano, a meno che i ragazzi della Sala Macchine siano riusciti a danneggiare qualche sistema allo scopo di rallentare la fuga della nave oppure…" Geordi fece un pausa come se una nuova possibilità si fosse fatta strada nella sua mente.
"Oppure?" insistette Picard.
"Oppure Minus sta guidando la nave da solo. In fondo nessuno a bordo dell'Artemis, all'infuori di lui, possiede le conoscenze necessarie per pilotare l'Enterprise"
"Da solo? E' possibile?"
"Con un emulatore è possibile. Ma dovrebbe essere molto potente. Molto più di quelli che ho mai visto fino ad oggi"
"La Tal Shiar potrebbe avere costruito un simile emulatore?" domandò preoccupato Picard.
"Quando c'è di mezzo la Tal Shiar ho imparato a non sorprendermi più di nulla."
"Concordo. Ancora una domanda Geordi. Se stanno usando un emulatore, che possibilità ci sono che Minus sia in grado di utilizzare anche i sistemi degli armamenti? Possiamo sperare che le capacità offensive e di manovra dell'Enterprise siano in qualche modo limitate?"
"Non credo che nemmeno i romulani siano in grado di costruire un dispositivo in grado di svincolare un vascello grande come l'Enterprise dal suo equipaggio. E' probabile che Minus abbia a malapena il controllo dei sistemi primari. Giusto quanto gli serve per portare la nave in territorio romulano. Ma sono solo supposizioni capitano" concluse il capo ingegnere.
"Lo so Geordi. Ridia potenza al nucleo di curvatura e lo scopriremo. Picard chiudo"
Il capitano si voltò verso gli uomini della plancia impegnati a riattivare le consolle dell'Artemis, danneggiate da numerosi colpi di phaser.
L'ennesima missione rischiosa li attendeva eppure eccoli li, come se nulla fosse, concentrati sul loro compito. Una professionalità invidiata anche da molte altre organizzazioni militari della galassia ma che andava pagata con un duro addestramento ed una competizione interna estrema. In molti ambivano ad un incarico su di un vascello di prestigio e l'Enterprise era uno di quelli più famosi, ma solo in pochi raggiungevano l'obiettivo e soltanto il duro lavoro, il costante aggiornamento e una notevole dose di coraggio erano la garanzia necessaria per non vedersi trasferiti altrove senza appello.
Si sedette sulla poltrona che era stata del capitano dell'Artemis, il cui corpo senza vita, abbandonato nello spazio profondo, galleggiava lungo la rotta per Nuova Shangai. Un senso di vergogna si fece largo nella sua coscienza e si rammaricò di non aver recuperato, quando aveva potuto, i corpi dell'equipaggio di quella nave di cui ora era al comando.
- Tutto per rincorrere i fratelli Senders e scoprire infine di essere caduto in un'imboscata organizzata dai romulani - si rimproverò.
Chiuse un istante gli occhi, massaggiandosi le tempie. Si rese conto di essere estremamente spossato e quando riaprì le palpebre la vista era leggermente annebbiata. Scosse il capo e la situazione migliorò leggermente.
- Gli effetti del virus stanno iniziando a farsi sentire - constatò cercando di non lasciar trasparire la crescente angoscia che gli stava stringendo la bocca dello stomaco.



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