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Erano
trascorsi pochi minuti dal momento in cui la figura di Amalia era
svanita dinanzi ai suoi occhi abbandonandolo con i suoi uomini a
bordo dell'Artemis. Senza perdersi d'animo si erano subito dati
da fare per liberarsi dai lacci rudimentali che stringevano loro
i polsi. L'impaccio delle tute ambientali rese ancora più
arduo il compito. Picard aveva poggiato i polsi contro lo spigolo
di una grande cassa da trasporto che stava accatastata assieme a
molte altre nell'hangar della nave tentando, tramite lo strofinamento
ripetuto delle corde, di riuscire a rompere le dure fibre intrecciate
della corda. Che lo imprigionavano
Anche Worf e La Forge, imitati dagli altri uomini dell'Enterprise
si diedero da fare per trovare una superficie sufficientemente tagliente.
Per loro fortuna i Senders non avevano ordinato che venissero legati
loro anche i piedi, cosa che avrebbe reso tutto estremamente più
complicato. Magra consolazione concluse Picard mentre la temperatura
all'interno della sua tuta era drasticamente salita a causa dello
sforzo fisico mentre gocce di sudore colavano dalla sua fronte.
Improvvisamente l'Artemis tremò per un breve istante come
se fosse stata scossa dalla mano di un gigante. Picard e gli altri
interruppero un istante le operazioni e si guardarono fra di loro
in cerca di una spiegazione per la vibrazione.
"Che sta succedendo?" domandò uno degli uomini
della squadra di sicurezza.
"Non ne sono certo ma credo che non siamo più sotto
il controllo del raggio traente dell'Enterprise" provò
ad ipotizzare Geordi.
"Lo penso anch'io" confermò Picard
"Stanno per partire" concluse Worf dalla parte opposta
dell'hangar.
"Purtroppo è quello che temo" aggiunse Picard riprendendo
a molleggiarsi sulle ginocchia tendendo quanto più poteva
le braccia legate dietro la schiena contro lo spigolo della cassa.
"Com'è possibile che nessuno sull'Enterprise sia riuscito
a fermarli?" domandò uno degli ingegneri sbarcati sull'Artemis
con Geordi.
"E' improbabile ma non impossibile. Hanno il controllo della
plancia e soprattutto un agente romulano al loro servizio e quando
c'è di mezzo la Tal Shiar tutto è possibile."
rispose digrignando i denti per lo sforzo Picard.
"Comunque non tutto è perduto. Ho fiducia nel comandante
Riker. Sono sicuro che non starà li con le mani in mano.
Ma ora la nostra priorità è liberarci da queste corde
e poi
" Picard fece una pausa sia perché stava
forzando contro lo spigolo sia perché in effetti non aveva
ancora un'idea precisa di cosa fare una volta liberi.
L'Artemis era una nave alla deriva con la maggior parte dei sistemi
fuori uso ad esclusione del supporto vitale e dei motori ad impulso
che però, vista la lontananza da ogni avamposto civilizzato
non avrebbe mai potuto portarli in tempo utile da nessuna parte.
"E poi cosa faremo capitano?" domandò un altro
dei tecnici di Geordi, uno dei più giovani, giunto a bordo
dell'Enterprise solo da poche settimane sul cui volto si poteva
leggere tutto lo sgomento di cui era preda.
Picard comprese lo stato d'animo del giovane guardiamarina. Rammentava
di avere approvato il suo ordine di servizio ma non ricordava il
suo nome.
"Mantenga la calma signor
" Picard esitò ma
il giovane lo cavò dall'imbarazzo "Guardiamarina Mark
Summer signore"
"
guardiamarina Summer. Appena saremo liberi cercheremo
di contattare la Flotta Stellare e di informarli di quanto è
accaduto. Nel frattempo il signor La Forge tenterà di riparare
i motori a curvatura dell'Artemis. Questo direi che potrebbe bastare
per ora" concluse il capitano.
Il ragazzo sembrò un poco tranquillizzato dalle parole del
capitano e riprese il suo tentativo di liberarsi.
Picard aveva volutamente taciuto ogni riferimento al virus che con
certezza doveva averli tutti infettati e i cui effetti non avrebbero
tardato a manifestarsi. Motivo in più per adoperarsi per
velocizzare il più possibile ogni operazione senza perdere
ulteriore tempo.
- se solo riuscissi a liberarmi - pensò Picard mentre le
corde che gli tenevano bloccati i polsi non ne volevano sapere di
cedere.
Proprio in quell'istante l'urlo di rabbia di Worf echeggiò
nell'hangar mentre sollevava i polsi al cielo in segno di vittoria.
Picard sorrise soddisfatto. Worf, grazie alla sua forza di klingon
era riuscito a spezzare le corde per primo.
In pochi minuti furono tutti liberi e si riunirono in cerchio attorno
al capitano.
"Direi che per prima cosa possiamo levarci queste tute. Ormai
siamo entrati in contatto con l'atmosfera dell'Artemis per cui non
sono più utili e ci impacciano i movimenti."
Rapidamente, uno ad uno cominciarono ad aiutarsi per sfilare la
tuta protettiva, sotto la quale indossavano una versione più
leggera della uniforme d'ordinanza, composta da calzoni neri aderenti
e una maglietta maniche corte anch'essa di colore nero ad eccezione
del colletto che rispecchiava le tonalità della sezione d'appartenenza.
"Geordi, in che stato si trova l'Artemis? Abbiamo possibilità
di inviare un messaggio di soccorso?" domandò Picard
mentre il guardiamarina Summer lo aiutava a sfilare i calzoni della
tuta.
"La radio subspaziale è danneggiata ma funziona, ma
prima dobbiamo risolvere il problema della perdita di plasma o il
segnale non andrà molto lontano"
"A che punto eravate con le riparazioni prima che veniste bloccati?"
"Mi servono un paio d'ore ancora. Dopodiché avremo i
motori d'impulso attivi" rispose Geordi.
"Possibilità di riattivare il motore a curvatura?"
azzardò Picard ormai libero dalla tuta intento a ricambiare
la cortesia al giovane guardiamarina.
"Questo motore è di vecchio tipo. Non possiede un rigeneratore
per i cristalli di dilitio e quelli che ci sono rimasti sono molto
danneggiati. Potrebbe anche funzionare ma non ho idea di quante
ore di viaggio potrebbero reggere. Mi lasci tornare in sala macchine
e le farò avere un rapporto completo."
"Bene signor La Forge" disse Picard stirandosi la maglietta
"Le daremo tutti una mano nel limite delle nostre conoscenze.
Mi conceda uno dei suoi ragazzi, io e Worf andremo in plancia e
vedremo di rimetterla in sesto."
Geordi annuì facendo segno ad un elemento della sua squadra
di manutenzione di aggregarsi al gruppo del capitano.
Uscirono dall'hangar dividendosi in due gruppi diretti uno verso
la sala macchine e l'altro verso la plancia.
Riker
era accucciato con il suo phaser in mano. I corridoi dell'Enterprise
erano privi di illuminazione e questo rendeva difficile orientarsi,
soprattutto per lui che aveva così poca dimestichezza con
quella Enterprise.
Il capitano e Sulu erano pochi metri distanti da lui che tentavano
di forzare un pannello di accesso ad una condotta che gli avrebbe
permesso di raggiungere la sala teletrasporto abbastanza rapidamente
senza rischiare incontri sgraditi con i klingon.
Sulla nave regnava un silenzio irreale disturbato ogni tanto dall'eco
di grida lontane, attutite dalle paratie che li separavano. Urla
di dolore? Urla di battaglia? Si domandò Riker. Sulla nave
ancora si combatteva fra terrestri e klingon quella guerra che era
iniziata molti anni prima non appena le due civiltà erano
entrate in contatto. Troppo diverse per coesistere, troppo orgogliose
per poter accettare di convivere, entrambe proiettate verso lo spazio
alla ricerca di prezioso spazio vitale. Le modalità di conquista
erano assai differenti, i klingon prediligevano la forza, la conquista
militare anche brutale e non esitavano a spazzare via popolazioni
intere pur di acquisire un nuovo sistema solare, mentre la Federazione
si proponeva come organizzazione unificante e pacifica che faceva
della diplomazia la sua forza ma che aveva un potente strumento
persuasivo quale la Flotta Stellare. Due organismi estremamente
vitali che dominavano quella zona di galassia conosciuta come Quadrante
Alfa. Molte battaglie erano state combattute, molti i caduti da
entrambe le parti, identico l'odio accumulato che li separava. In
quegli anni era fantapolitica anche solo immaginare un futuro di
pace fra la Federazione e l'Impero Klingon.
- Se potessero sapere che fra meno di cento anni lavoreremo fianco
a fianco - fu l'inevitabile riflessione di Will, lui che da diversi
anni lavorava gomito a gomito con un klingon, seppur allevato da
umani, e che aveva anche partecipato ad un programma di scambio
di ufficiali fra l'Enterprise e una nave klingon. Ricordava bene
le sue difficoltà a farsi accettare dal resto dell'equipaggio
ancora preda di antichi pregiudizi sugli umani. Ma una volta accettato
e compreso il modo di lavorare e le basi culturali che regolavano
la società klingon aveva saputo farsi onore e guadagnarsi
il rispetto dei suoi compagni.
I klingon erano gente fiera, guerrieri formidabili con uno spiccato
senso dell'onore ed un'aggressività innata che difficilmente
avrebbe mai potuto essere irregimentata negli stretti canoni comportamentali
degli umani ed andavano accettati per quello che erano - se si esclude
la cucina - commentò fra se William a conclusione della riflessione,
lui che aveva gustato il famoso Gagh, piatto tipico klingon semplicemente
ripugnante per gli umani.
Un rumore metallico lo raggiunse alle spalle.
Riker si voltò un istante giusto per controllare a che punto
fossero i suoi compagni scorgendo i piedi del signor Sulu scomparire
all'interno di un condotto laterale mentre il capitano gli faceva
cenno di avvicinarsi.
Riker obbedì e scambiandosi un'occhiata d'intesa con Kirk
si accucciò infilando il capo nella stretta apertura che
dava su un cunicolo illuminato esclusivamente dal riverbero della
torcia portatile del nipponico che nel frattempo aveva già
guadagnato alcuni metri, strisciando carponi con la schiena e le
spalle che sfioravano dei condotti di servizio.
L'energia
tornò ad alimentare i suoi circuiti e dopo un breve ciclo
diagnostico Data riaprì gli occhi. Il suo orologio interno
misurava trenta minuti dallo spegnimento generale senza che nessuna
operazione di manutenzione fosse stata eseguita per cui aveva autonomamente
ripristinato l'afflusso di energia al cervello positronico di Data.
Si trattava di una recente modifica che lui e Geordi avevano progettato
al fine di proteggere Data da spegnimenti causati da fattori esterni.
In caso di distacchi per manutenzione Geordi avrebbe dovuto intervenire
su di un determinato circuito che avrebbe solo allora escluso il
sistema di sicurezza e questa novità era rimasta un segreto
circoscritto a pochi ingegneri dell'Enterprise.
Un segreto di cui la Tal Shiar non era entrata in possesso. Fortunatamente.
Data esaminò le sue celle di memoria ricostruendo quanto
era accaduto poco prima dello spegnimento non autorizzato. I sensori
dell'Enterprise avevano appena rilevato un picco d'energia provenire
dall'Artemis e Data aveva immediatamente riconosciuto lo schema
delle onde come quelle di un raggio del teletrasporto il tutto mentre
era ancora in comunicazione visiva con l'hangar dell'Artemis.
La voce del capitano Picard che gli ordinava di allontanare l'Enterprise
era l'ultimo ricordo memorizzato, poi la pressione del pulsante
di spegnimento posizionato sulla sua schiena aveva steso un velo
nero sui suoi circuiti.
Era sdraiato a terra. I suoi occhi meccanici inquadravano il soffitto
di una piccola stanza dell'Enterprise. Sollevò il busto e
guardandosi intorno si rese conto di essere all'interno della saletta
del capitano completamente solo.
Alzandosi in piedi constatò attraverso il grande oblò
che le stelle erano scie che correvano veloci segno che l'Enterprise
era in viaggio a velocità di curvatura.
Il cervello positronico di Data iniziò immediatamente a macinare
calcoli su calcoli con lo scopo di trovare una risposta alle sue
domande. Ben presto constatò che il novantotto percento delle
probabilità erano a favore di un abbordaggio dell'Enterprise
e che ora in plancia sicuramente non avrebbe trovato il capitano
Picard. Decise saggiamente di non precipitarsi in plancia onde evitare
che coloro che ora avevano il controllo della nave e che lo avevano
disattivato venissero a conoscenza di quell'ultima modifica alla
sua procedura di spegnimento, motivo per il quale lo avevano abbandonato
nella saletta attigua alla plancia ritenendolo ormai inoffensivo.
Avrebbe dovuto scoprire le loro intenzioni prima di fare una qualsiasi
mossa, tanto più che era disarmato.
Logicamente avrebbe dovuto giocare a suo favore questo vantaggio
tattico e andò a sedersi alla poltrona del capitano attivando
il computer presente sulla scrivania ma con disappunto verificò
che chi aveva preso il controllo della nave aveva anche provveduto
a bloccare ogni postazione.
Spense lo schermo che gli mostrava una scritta di avvertimento circa
lo stato della connessione con la rete della nave mentre il suo
cervello rapidamente valutava tutte le variabili a sua disposizione
per approntare un piano che gli permettesse per prima cosa di comprendere
chi fosse al comando della nave e soprattutto quali fossero le relative
intenzioni.
Digitò un controllo sulla porta della saletta al fine di
evitare che si aprisse automaticamente al suo passaggio ed avvicinò
l'orecchio alle paratie scorrevoli regolando alla massima capacità
i suoi sensori uditivi.
Poté nitidamente rilevare i normali rumori di sottofondo
della plancia dell'Enterprise più il respiro di almeno altre
cinque persone. Non ne era certo ma con una probabilità abbastanza
alta una di esse era una donna ed infatti non sbagliò quando
la voce di Amalia Senders scosse il silenzio della plancia.
"Minus quanto tempo ci vorrà ancora per raggiungere
la nave?" domandò Amalia.
"Ventisei ore circa. Te l'ho già detto umana"
Data non riconobbe la voce di colui che aveva risposto ad Amalia
ma il nome era come una carta d'identità: era chiaramente
un romulano. Il cervello di Data acquisì i nuovi elementi
e iniziò ad elaborare nuove teorie e possibilità su
quale fosse la loro destinazione. La vicinanza con la Zona Neutrale
Romulana non lasciava dubbi. La nave a cui aveva accennato Amalia
doveva essere romulana.
"Così tanto? Com'è possibile? L'Enterprise è
una nave potente
molti di noi non sopravviveranno un altro
giorno!"
"Ti ricordo che sto manovrando la nave senza equipaggio. L'emulatore
che ho installato è già al limite delle capacità
e sto faticando a tenere a bada i tentativi dell'equipaggio di violare
l'accesso al computer centrale per disattivare i campi di forza
in cui li ho rinchiusi. Il massimo a cui riesco a spingere l'Enterprise
è curvatura due, se provassi ad aumentare rischierei di mandare
in tilt l'emulatore e ben presto saremmo sopraffatti" rispose
la voce del romulano chiamato Minus.
Le nuove informazioni furono molto preziose per Data il quale effettuò
una ricerca nell'archivio interno estraendo tutte le informazioni
possibili circa il funzionamento degli emulatori, strumenti in grado
di automatizzare molte funzioni di una nave spaziale riducendo quindi
i costi del personale. Nell'ambito mercantile era comune imbattersi
in vascelli di questo tipo con non più di una dozzina di
persone di equipaggio nonostante la complessità dei sistemi.
Anche l'Enterprise affidava a dispositivi simili alcune funzioni
della nave ma Data non era a conoscenza di sistemi tanto potenti
da poter controllare una nave grande e complessa quale una classe
Galaxy. Era evidente che i romulani avevano appositamente sviluppato
tale tecnologia al fine di potersi impossessare di vascelli nemici
utilizzando un esiguo numero di uomini. Un'idea brillante concluse
Data ma allo stesso tempo dedicò una sub-routine alla ricerca
di un metodo efficace per rendere l'emulatore inoffensivo.
"Maledizione!"
Data riconobbe l'autore dell'imprecazione: il fratello della Guardiana,
Joshef.
"Tanto valeva farci aiutare da Picard! Te l'avevo detto Amalia
che i romulani non sono affidabili! Fin dal primo giorno che è
arrivato su Nuova Shangai ho capito che ci avrebbe procurato solo
dei guai!" continuò l'umano alzando i toni.
"Taci umano! Se non fosse per me sareste ancora tutti su quel
pianeta di pazzi bigotti a morire per un semplice raffreddore!"
ribatté acidamente Minus.
"Perché ora che ci sta succedendo? Invece di un raffreddore
è un dannato virus romulano che avrebbe dovuto colpire solo
il bestiame, come ci avevate garantito!"
"Purtroppo non abbiamo sufficienti conoscenze sulla fisiologia
umana. Si è trattato di una mutazione non prevista."
Si giustificò il romulano riprendendo il controllo del tono
di voce.
"Ce la faremo vero?" domandò Amalia con voce tremante.
"Voi non so. Io sicuramente" rispose freddo il romulano
"Bastardo!" gridò Joshef.
Data udì il rumore tipico di una colluttazione e dopo pochi
secondi la voce di Amalia che implorava pietà per il fratello.
"Umano! Sono la tua unica speranza di vivere per cui vedi di
stare al tuo posto e di non fiatare ancora. Come promesso avrete
la cura ed un luogo dove vivere ed io avrò l'Enterprise ma
non sono più disposto a tollerare altre intemperanze! Ci
siamo chiariti?" intimò il romulano.
Data udì un lamento che riconobbe provenire da Joshef e poco
dopo il tonfo di un corpo che cadeva a peso morto sul pavimento
della plancia.
Le
ginocchia stavano iniziando a dolergli in modo insopportabile. Non
era allenato a strisciare tanto a lungo sulla superficie irregolare
del condotto di manutenzione che avrebbe dovuto, secondo quanto
indicato da Spock prima che i due gruppi si separassero, portarli
proprio sopra la sala teletrasporto dell'Enterprise.
Davanti a lui Sulu proseguiva imperterrito soffermandosi di tanto
in tanto di fronte ad una biforcazione per valutare quale fosse
la direzione corretta. Dietro di lui il capitano ansimava per lo
sforzo senza perdere il passo.
"Signor Sulu quanto manca ancora?" domandò Kirk
sottovoce.
Il nipponico, avanti alcuni metri si arrestò e tentò
di voltare la testa verso i suoi compagni ma rinunciò quando
la sua tempia batté contro una sporgenza metallica.
"Ancora quindici metri poi si scende al ponte cinque. Altri
ventisei metri e poi dovremmo esserci capitano"
"Ci restano ancora sei minuti prima che i klingon riescano
a riavere l'uso dei sensori. Dobbiamo sbrigarci o moriremo qui dentro
senza nemmeno rendercene conto. Forza, vada avanti" incitò
Kirk.
Le parole del capitano accesero un campanello dall'allarme nella
memoria di Riker. Si domandò infatti quanto mancasse alla
fine del tempo a sua disposizione prima del momento di riprendere
il ruolo reale di comandante e Numero Uno della sua Enterprise e
tornare così dai coloni a bordo della Artemis con i loro
guai ad attenderlo.
"Che succede Riker? Coraggio vada avanti!"
"Si capitano!" rispose Riker che si era come incantato.
Will dovette accelerare per recuperare la distanza che lo separava
da Sulu.
Ci vollero ancora circa quattro minuti per arrivare finalmente in
posizione sopra la sala teletrasporto. La sala era visibile attraverso
una piccola grata per l'aerazione inserita a sua volta in un pannello
rimovibile di dimensioni maggiori che fungeva da accesso allo stretto
condotto di manutenzione.
Sulu, che era arrivato per primo diede una prudente occhiata attraverso
l'intercapedine e quando Riker e Kirk lo raggiunsero riferì
della presenza di due soldati klingon di guardia all'interno della
sala. Riker faticò a comprendere le parole del navigatore
tanto fu flebile il tono della sua voce.
"Bene signori, è ora di estrarre i vostri phaser e di
passare all'azione. Settateli su massimo stordimento. Sulu se la
sente di andare per primo? Dovrà sfondare il pannello ed
essere molto veloce ad abbattere le guardie." sussurrò
Kirk.
Sulu annuì ed estrasse il phaser controllandone i settaggi.
E poi rimase come congelato per alcuni istanti prima che la simulazione
si dissolvesse intorno a Riker che finì per ritrovarsi a
gattoni sul pavimento del ponte ologrammi.
La voce femminile del computer dell'Enterprise informò Will
che il suo tempo a disposizione per godersi la simulazione era scaduto
e che era ora di tornare in servizio.
Riker si rimise in piedi sistemandosi l'uniforme del XXIII secolo
rammaricato che il suo tempo si fosse esaurito proprio ora che l'avventura
stava per offrirgli un momento carico di tensione ed azione.
- Alla prossima - salutò fra sé i compagni olografici
e si avvicinò all'arco che dava sui corridoi dell'Enterprise
reale quando con sorpresa le porte automatiche non si aprirono facendolo
quasi andare a sbattere con il naso contro di esse.
"Devono essersi guastate" commentò dopo aver tentato
più volte, portandosi infine alla consolle di controllo per
attivare l'apertura via comando manuale.
Con sua sorpresa la consolle risultò disattiva e completamente
scollegata dalla rete dei computer della nave.
"Ma che sta succedendo
" imprecò.
"Riker a plancia. Ci sono problemi? Mi trovo sul ponte ologrammi
e
"
"Sistema di comunicazione interno non operativo" rispose
freddamente la voce del computer dell'Enterprise.
"Cosa?" Riker si grattò nervosamente la barba.
Quanto stava accadendo era molto sospetto ed andava al di là
di un semplice guasto.
"Computer, per quale motivo la consolle del ponte ologrammi
e il sistema di comunicazioni interno sono fuori linea?" domandò
Will in cerca di risposte.
"Informazione non disponibile" rispose il computer.
Will cominciò a provare un senso di frustrazione incapace
di comprendere se si trovasse di fronte ad un guasto del ponte ologrammi
o a qualcosa di più grande decise di fare chiarezza aprendo
le porte utilizzando il comando manuale.
Aprì un pannello che celava una leva per lo sblocco manuale
delle porte pensato per le emergenze estreme, qualora la nave fosse
rimasta senza una goccia d'energia nei sui circuiti.
Tirò con forza la leva di sblocco e le grandi e pesanti porte
del ponte ologrammi schioccarono aprendosi di circa venti centimetri.
Soddisfatto William spinse le due grandi porte con la forza delle
braccia riuscendo a spostarle quanto bastava per uscire dal ponte
ologrammi.
"Con le buone maniere si ottiene tutto" commentò
soddisfatto mentre si sistemava nuovamente l'antica uniforme. Ma
la sua soddisfazione si infranse contro un campo di forza che bloccava
l'uscita dal ponte ologrammi.
Una scarica bluastra gli scottò le mani e la punta del naso
e lo fece rimbalzare all'indietro spedendolo lungo disteso sul pavimento
del ponte ologrammi.
Ne seguì una serie di imprecazioni di vario genere mentre
si rimetteva in piedi massaggiandosi i palmi infastidito dal dolore
che lentamente stava svanendo.
Ia mente di Riker iniziò ad elaborare possibili spiegazioni
per quanto stava accadendo in quanto era estremamente irregolare
e non riferibile a nessuna procedura d'emergenza standard. Tutto
ciò che gli venne in mente non gli piacque affatto in quanto
significava che l'Enterprise o aveva subito un guasto estremamente
rilevante o peggio, qualcuno non autorizzato ne aveva preso il controllo
nel breve intervallo di tempo in cui lui era rimasto nel ponte ologrammi.
Nei corridoi non si vedeva anima viva, il che era insolito visto
l'orario e il luogo, un punto di collegamento fra zone estremamente
vitali della nave, normalmente molto trafficato a tutte le ore.
"C'è nessuno?" gridò con forza.
Ma non ottenne alcuna risposta e l'eco della sua voce si spense
in lontananza.
"Sono il comandante Riker! Che sta succedendo? Qualcuno mi
può sentire?"
Nessuno lo udì.
"Plancia
a Sala Macchine. Mi potete sentire?"
"Plancia a Sala Macchine. Mi sentite?"
Il Guardiamarina Summer si scostò con disappunto dal microfono
dell'intercom inserito nella consolle delle Comunicazioni dell'Artemis.
"Non si dia per vinto Guardiamarina. Continui a provare. Dobbiamo
ripristinare le comunicazioni con il signor La Forge." lo incoraggiò
il capitano Picard, sdraiato sulla pavimento della plancia con il
busto infilato proprio sotto la consolle delle Comunicazioni.
"Provi ora"
Summer pigiò nuovamente il pulsante che stava di fronte a
lui e con voce calma tornò a chiedere una risposta dalla
Sala Macchine.
"Sala Macchine rispondete" Summer sbuffò e insistette
"Plancia a Sala Macchine..."
"Qui La Forge. Vi sentiamo perfettamente. Il sistema di comunicazioni
interno è nuovamente operativo. State facendo un ottimo lavoro
voi lassù" si congratulò Geordi.
"Grazie signore. E' tutto merito del capitano Picard"
rispose il giovane guardiamarina.
"Non ne dubito. E' un peccato che abbia intrapreso la carriera
nella sezione comando. Sarebbe potuto diventare un buon ingegnere"
commentò scherzosamente La Forge.
"Grazie Geordi. Immagino che da oggi in poi dovrò presenziare
alle sue riunioni tecniche" rispose Picard che nel frattempo
si era rimesso in piedi e si stava sistemando l'uniforme.
Picard scambiò un'occhiata d'intesa ed un sorriso con il
guardiamarina.
"Geordi com'è invece la situazione in Sala Macchine?"
"Le perdite di plasma sono state sigillate. I motori ad impulso
sono operativi al cento per cento. La radio subspaziale è
operativa. Senza più il plasma a distorcere il segnale possiamo
inviare un messaggio di soccorso alla Flotta"
"Ottimo signor La Forge. E per il motore di curvatura?"
"Ci stiamo lavorando. I cristalli sono molto rovinati ma forse
abbiamo un'idea per costruire un rigeneratore di fortuna."
"D'accordo Geordi, quanto tempo occorre?" domandò
Picard andando al sodo.
"Mezz'ora non di più. Ma non andremo più veloci
di curvatura quattro e non per più di una dozzina di ore,
dopodiché ci vorranno mesi per tornare alla prima base spaziale
a velocità sub-luce"
"Speriamo che non accada signor La Forge. Non appena i motori
saranno operativi ci muoveremo all'inseguimento dell'Enterprise"
"Siete riusciti a rilevare la sua rotta?" domandò
Geordi che era rimasto all'oscuro dei progressi fatti in plancia.
"Il signor Worf con l'aiuto dei suoi tecnici sono riusciti
a riparare molti sistemi. Per fortuna i danni erano di lieve entità.
I sensori di prua suono nuovamente operativi e la notizia cattiva
è che, come previsto, l'Enterprise è in rotta verso
la Zona Neutrale Romulana. La notizia buona è che la sua
velocità è inferiore al fattore tre. Il che potrebbe
permetterci di raggiungerla"
"Fattore tre? Tutto ciò è molto strano, a meno
che i ragazzi della Sala Macchine siano riusciti a danneggiare qualche
sistema allo scopo di rallentare la fuga della nave oppure
"
Geordi fece un pausa come se una nuova possibilità si fosse
fatta strada nella sua mente.
"Oppure?" insistette Picard.
"Oppure Minus sta guidando la nave da solo. In fondo nessuno
a bordo dell'Artemis, all'infuori di lui, possiede le conoscenze
necessarie per pilotare l'Enterprise"
"Da solo? E' possibile?"
"Con un emulatore è possibile. Ma dovrebbe essere molto
potente. Molto più di quelli che ho mai visto fino ad oggi"
"La Tal Shiar potrebbe avere costruito un simile emulatore?"
domandò preoccupato Picard.
"Quando c'è di mezzo la Tal Shiar ho imparato a non
sorprendermi più di nulla."
"Concordo. Ancora una domanda Geordi. Se stanno usando un emulatore,
che possibilità ci sono che Minus sia in grado di utilizzare
anche i sistemi degli armamenti? Possiamo sperare che le capacità
offensive e di manovra dell'Enterprise siano in qualche modo limitate?"
"Non credo che nemmeno i romulani siano in grado di costruire
un dispositivo in grado di svincolare un vascello grande come l'Enterprise
dal suo equipaggio. E' probabile che Minus abbia a malapena il controllo
dei sistemi primari. Giusto quanto gli serve per portare la nave
in territorio romulano. Ma sono solo supposizioni capitano"
concluse il capo ingegnere.
"Lo so Geordi. Ridia potenza al nucleo di curvatura e lo scopriremo.
Picard chiudo"
Il capitano si voltò verso gli uomini della plancia impegnati
a riattivare le consolle dell'Artemis, danneggiate da numerosi colpi
di phaser.
L'ennesima missione rischiosa li attendeva eppure eccoli li, come
se nulla fosse, concentrati sul loro compito. Una professionalità
invidiata anche da molte altre organizzazioni militari della galassia
ma che andava pagata con un duro addestramento ed una competizione
interna estrema. In molti ambivano ad un incarico su di un vascello
di prestigio e l'Enterprise era uno di quelli più famosi,
ma solo in pochi raggiungevano l'obiettivo e soltanto il duro lavoro,
il costante aggiornamento e una notevole dose di coraggio erano
la garanzia necessaria per non vedersi trasferiti altrove senza
appello.
Si sedette sulla poltrona che era stata del capitano dell'Artemis,
il cui corpo senza vita, abbandonato nello spazio profondo, galleggiava
lungo la rotta per Nuova Shangai. Un senso di vergogna si fece largo
nella sua coscienza e si rammaricò di non aver recuperato,
quando aveva potuto, i corpi dell'equipaggio di quella nave di cui
ora era al comando.
- Tutto per rincorrere i fratelli Senders e scoprire infine di essere
caduto in un'imboscata organizzata dai romulani - si rimproverò.
Chiuse un istante gli occhi, massaggiandosi le tempie. Si rese conto
di essere estremamente spossato e quando riaprì le palpebre
la vista era leggermente annebbiata. Scosse il capo e la situazione
migliorò leggermente.
- Gli effetti del virus stanno iniziando a farsi sentire - constatò
cercando di non lasciar trasparire la crescente angoscia che gli
stava stringendo la bocca dello stomaco.
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