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I
HAVE A DREAM... GRANTED!
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Il
titolo di questo pezzo richiama l'inizio di una famoso discorso di
Martin Luther King e significa letteralmente "Io
ho un sogno...".
Lui sognava un'America senza più divisioni razziali, dove bianchi
e neri convivessero in armonia senza alcuna discriminazione. Oggi,
a quasi quarant'anni di distanza si può dire che il buon Martin
sia stato esaudito, seppur va detto che negli Usa le divisioni razziali,
scomparse a livello giuridico, permangono troppo spesso a livello
sociale.
Il mio sogno è decisamente meno nobile ma anch'esso sta per
venire esaudito (granted).
Fin da piccolo seguivo con grande interesse le affascinanti avventure
di uno sparuto gruppo di umani accompagnati da un alieno dall'aspetto
diabolico, intenti ad affrontare i pericoli di un universo che, chi
più grande di me, raccontava essere tanto vicino.
La maestra delle elementari preveggeva per noi bambini un futuro spaziale,
colonie sulla Luna e chissà quant'altro.
E io ci credevo, eccome, e al tema: "Cosa vorresti fare da
grande?" moltissimi ripondevano perentoriamente: "l'astronauta!"
Sono figlio degli anni settanta, quando le missioni sulla luna erano
storia recente e già ci si domandava quale avrebbe dovuto essere
l'obiettivo successivo da raggiungere.
Chi preferiva Marte, chi Venere. Chi ancora pensava a delle colonie
abitate sulla Luna.
E Star Trek era li, trasmesso il pomeriggio, ad alimentare questo
mio sogno di un futuro spaziale, di incontri alieni e di avventure.
Anche lui era li.
Seduto sulla poltrona della plancia. Sicuro, determinato ma allo stesso
tempo dall'animo nobile ed intrinsecamente emotivamente fragile. Riusciva
sempre a venire a capo di ogni situazione, anche della peggiore. Sembrava
invincibile.
Faceva sembrare l'oscurità dello spazio profondo come il miglior
luogo dove prendere dimora. Una nave spaziale come l'Enterprise sembrava
avere corridoi infiniti, mille stanze segrete, luoghi in cui la Scienza
e la Ragione correvano rincorrendosi l'un l'altra come a moscacieca.
E tutto era semplicemente frutto dello studio di scienziati umani
che avevano saputo imbrigliare sconosciute forze della Natura per
addomesticarle al nostro servizio e portare gli esseri umani ove desiderassero.
La fiducia in quel genere umano era infinita e disinteressata e la
volgarità dei biechi interessi personali tipica del nostro
presente pareva dissolta, dimenticata.
Un'umanità nuova in un futuro lontano, ma che nell'immaginario
di bambino sembrava là, più o meno a "quando
sarò più grande".
E si diventa grandi. Il concetto di tempo assume nuove dimensioni
e significati e improvvisamente ti rendi conto che non vedrai mai
nessuna era spaziale e il massimo che ti è stato concesso è
qualche immagine a colori della superficie di Marte.
La Luna continua a restare un deserto di sassi e sabbia finissima
e da molti anni nessun umano vi ha più messo piede.
Tutto quello che resta di quell'era di sogni spaziali è un
fittissima rete di satelliti militari, scientifici e commerciali e
una stazione spaziale, la ISS, che sembra come la
Torre di Babele, incasinata ed infinita nei tempi di realizzazione.
Quando si parla di missioni su Marte con esseri umani si procrastina
tutto a minimo vent'anni, un lasso di tempo che solitamente equivale
a non avere la più pallida idea della realizzazione di una
simile impresa.
Non c'è più tempo per lo spazio. La fuori c'è
solo il vuoto, un freddo insopportabile e distanze che impossibilitano
un qualsiasi novello Colombo dal prendere iniziative azzardate. I
costi e le difficoltà hanno trasformato lo spazio da opportunità
in curiosità.
Marte esiste, abbiamo spedito una dozzina di sonde e le poche che
hanno avuto successo ci hanno riferito quello che già sapevamo,
osservandolo tranquilli e beati dalla terra: se mai ci arrivassimo
non troveremmo nulla per noi ed il massimo a cui potremmo aspirare
è una gonfiata al petto ed una ricarica molto onerosa all'orgoglio
nei confronti dell'umanità.
E poi a casa, sempre se si becca la coincidenza planetaria, visto
che nessuno scienziato è riuscito ad inventare i mitici motori
ad impulso dell'Enterprise. Siamo relegati a velocità sub-luce,
molto sub e pochissimo luce.
Con quella, il massimo che possiamo fare è affacciarci alla
finestra dell'Universo senza sporgerci troppo. Una folata di vento
potrebbe portarci via.
Il sogno di quel bambino si è fatto sempre più sogno
lasciando sul terreno di battaglia le molte vittime dello scontro
quotidiano con la realtà che si faceva prima presente e poi
passato.
"Cosa vorresti fare da grande?" era l'impegnativa
domanda del tema delle elementari. Come se un bambino di sei anni
potesse veramente dare una risposta ragionata a tale quesito. La risposta
non veniva dalla Ragione ma dall'emozione, dal sentimento e dall'ingenuità
sognante di bambini che possono credere veramente anche nell'impossibile.
La Ragione col tempo ha preso il comando, spegnendo quell'incendio
emotivo ed irrazionale che è la fanciullezza, aprendoci gli
occhi sulla realtà delle cose facendoci infine persino dimenticare
ciò che si provava quando eravamo bambini e ciò in cui
credevamo.
Spazio compreso.
Penso che nessuno di noi, adulto, oggi, pensi seriamente che andrà
un giorno a vivere sulla Luna o su Marte. Probabilmente saremo già
fortunati se ci riuscirà di vedere una spedizione umana sul
pianeta rosso.
Niente colonie extraplanetarie, niente Total Recall,
niente colonie extrasolari, niente 2001 Odissea nello spazio, il 2001
è passato e non abbiamo costruito nulla di ciò che Kubrick
sognava. Niente Alfa Centauri e quasi certamente niente Zephram Cochrane
e primo contatto. Nel 2063, se mai dovessi essere ancora vivo, avrò
novant'anni. Troppi, credo, per gioire dell'arrivo dei vulcaniani.
Eppure, in questi anni il sogno non è completamente evaporato
come acqua al sole. Grazie ad un altro signore, diverso dal precedente,
molto diverso ma altrettanto forte e carismatico, la fiamma del sogno
spaziale è rimasta accesa anche se notai che tutto si era spostato
rispetto a quando ero bambino di cento anni in avanti nel tempo.
Sembrava una specie di correzione: Alt! Prima ci siamo sbagliati.
Il sogno si avvererà fra quattrocento anni e non trecento.
Siamo spiacenti per l'errata comunicazione. Ripresentarsi fra cento
anni.
Ed allora capisci che veramente non ne vivrai nemmeno un briciolo
di quel sogno.
Quattrocento anni? Così tanto? Mio dio mi sa che non ce la
faccio proprio...
Poi un giorno di Maggio arrivi alla Sticcon, il ritrovo di coloro
che quel sogno proprio non lo vogliono lasciare morire, e guardandosi
in faccia cercando di comprendere chi di noi da un anno all'altro
avesse più smarrito parte del sogno, domandandosi fino a quando
riusciremo a tenercelo stretto prima che il Tempo lo faccia a brandelli,
prima che una lacrima spazzi via tutto e l'uniforme immaginaria (e
non sempre tale!) finisca in soffitta, ecco una notizia che ti lascia
di stucco, ti tramortisce, ti spiazza in quanto non te l'aspetti,
come quando la tua squadra pareggia al novantaquattresimo e tu sei
li per abbandonare mestamente lo stadio, hai già le spalle
voltate verso l'uscita e l'urlo gioioso dei tifosi ti fa vibrare il
cuore per l'emozione e per la gioia di essere semplicemente rimasto
li giusto ancora un minuto...
Ecco la notizia che quell'uomo in uniforme color senape che quando
eri bambino era come carburante ad alimentare il sogno e che ti ha
portato in giro per una galassia immaginifica lasciandoti credere
che "da grande" quella nave sarebbe stata anche
tua e quei lontani orizzonti sarebbero stati il tuo presente, ebbene
quell'uomo fra un anno esatto sarà li nello stesso luogo in
cui ti trovi ora.
Quell'uomo non è facile da avvicinare, la sua stessa fama è
il primo freno per portarlo da noi e che quanto sta accadendo vibra
come un evento straordinario. Qualcosa di unico ed irripetibile. Tutto
è unico ed irripetibile, ogni nostro singolo istante, il Tempo,
raccontava il povero Soran, è un predatore
che ci aspetta al varco e per quanto tu posso farti trovare preparato
prima o poi ti coglierà in fallo.
Il
sogno non può tornare al suo antico splendore perché
c'è un tempo per tutto, ed il suo è finito, ma quell'uomo
rappresenta per me, ma sono convinto non solo per me, la piccola ingenua
opportunità di fissarlo dritto nelle pupille, uniche inalterate
dal passare degli anni e concentrarmi quanto basta per ritrovare,
anche solo per un istante, la sintonia con un passato ormai lontano
e di ritrovare l'infantile certezza che tutto è possibile,
che i sogni possono diventare realtà, che il futuro sarà
migliore non solo per me ma per tutti e che tutte le cose brutte del
mondo avranno fine.
Quell'uomo si chiama William Shatner, ha interpretato
per anni il ruolo del capitano James Tiberius Kirk e
secondo la critica non è nemmeno stato un gran che come attore.
Oltre a Star Trek ha fatto poco altro e oggi appare come
un uomo vecchio e stanco che sta lottando per preservare il suo fisico
dalle ingiurie dell'età senza nemmeno riuscirci troppo bene.
Eppure sento di avere un debito verso di lui per tutto quello che
ha rappresentato nel mio immaginario in tutti questi anni e alla Sticcon
numero diciannove voglio esserci, devo esserci e soprattutto dove
esserci anche lui. Il mio sogno ha un appuntamento personale con lui,
proprio quando, andando contro le mie personali convinzioni in tema
di comportamenti da fan, tenterò di presenziare al momento
della firma degli autografi, ma non perché mi importi un beneamato
del suo nome scritto da qualche parte, ma per potere, un istante,
solo un istante, far incontrare le nostre pupille senza più
nessun filtro.
Da essere umano ad essere umano.
Dall'esterno si vedrà solamente Riccardo Palazzani e l'attore
americano William Shatner uno in fronte all'altro fissarsi per un
breve attimo.
Il mio sogno invece tornerà a vivere quanto basta per ricordare
con gioia quei pomeriggi spensierati sdraiato sul fresco pavimento
del tinello della mia casa, con gli occhi fissi su un vecchio televisore
e l'impazienza per un futuro che non vedevo l'ora si facesse presente.
"Cosa vorresti fare da grande Riccardo?" domandava la mia
cara maestra Peroni. "L'astronauta?"
"No, signora maestra. Il capitano di un'astronave. Come il capitano
Kirk".
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