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SANGUE DI CAPITANO
di William Shatner
Un anno e più fa scrissi la recensione de I Rischi del Comando (http://stim2.altervista.org/Stim_72/72/html/libri.htm), primo libro della terza trilogia dei romanzi di Shatner esprimendo un giudizio più che positivo seppur non esente da qualche critica. Sembrava che Shatner & Co. avessero intrapreso un nuovo corso, con storie cucite su misura per il Capitano Kirk dando più spazio all’introspezione interiore a discapito dell’azione pura e soprattutto la rinuncia a voler necessariamente coinvolgere gli equipaggi delle varie serie di Star Trek, ad eccezione dell’immancabile Picard a fargli da spalla.
Nel secondo romanzo, Sangue di Capitano, Shatner e gli Reeves-Stevens fanno invece un tragico passo indietro tornando allo stile descrittivo della trilogia precedente.
L’aggancio con il romanzo precedente è minimo, quasi pretestuoso, e fa capo intorno alla figura di Norinda, un’aliena il cui rocambolesco incontro era stato descritto in I Rischi del Comando. Ma si tratta di poco più di un pretesto, un’apparizione fugace che non lascia rimpianti.
Il romanzo era iniziato molto bene con un buon mistero da risolvere. Spock è stato ucciso su Romulus, pianeta capitale dell’Impero Romulano che ancora deve riprendersi dai recenti accadimenti descritti nel film Nemesi. Il governo è malfermo, i militari premono, regna una certa confusione a livello politico. Shinzon ha spazzato via il vecchio Senato e quello nuovo è fragile. Sullo sfondo la Tal Shiar, apparentemente disciolta, tira le fila del malcontento popolare.
Spock era su Romulus per portare avanti il suo progetto di unificazione fra il popolo vulcaniano e quello romulano, loro diretti discendenti, separati in un lontano passato.
Una partenza col botto ma che ben presto si sgonfia.
Shatner & Co collocano Kirk esattamente nel punto in cui terminava I Protettori, terzo libro della seconda trilogia, come se I Rischi del Comando non fosse mai esistito e si fosse trattato di un espediente per introdurre il personaggio di Norinda.
Quindi eccoci con Kirk, suo figlio Joseph, mezzo umano, un quarto romulano ed un quarto klingon e tutti, ma proprio tutti, i possibili personaggi trek immaginabili e ripescabili da ognuna delle quattro serie. Per fortuna Enterprise è temporalmente fuori gioco, altrimenti ci avrebbero infilato anche T’Pol ed Archer.
La trama è fondamentalmente inutile, illogica, priva di senso e scontata e si riassume in tre capi.
Kirk parte per Romulus per scoprire chi ha ucciso Spock. Punto Uno. Decide di portarsi dietro il figlio nonostante si tratti di una missione pericolosa e il figlio viene regolarmente rapito e non si capisce nemmeno bene perché. Punto Due. Kirk decide di mettersi contro la Federazione pur di salvare suo figlio. Punto Tre.
Ecco, qualcosa di più banale era veramente difficile da tirare fuori. Sostanzialmente le 250 pagine di Sangue di Capitano sono costituite da una manciata di righe dedicate a svolgere questi tre punti, il resto è rimpolpato con il peggio del “minestrone trek” che Shatner aveva iniziato a sperimentare nella trilogia precedente. Evidentemente ci ha preso gusto ed anche in questa occasione avremo l’occasione di rivedere: Spock, Scotty, McCoy (che dovrebbe avere 150 anni ed un esoscheletro a tenerlo in piedi ma sgambetta, salta… manco fosse Yoda), Picard, Riker, Troi, La Forge, Worf, la dottoressa Crusher, (Data per sua fortuna si è fatto saltare giusto in tempo per risparmiarsi la comparsata), Janeway in veste ammiraglio, l’unica in cui chiunque vorrebbe vederla visti i suoi trascorsi da capitano, il dottore olografico che appare e scompare come David Copperfield e qualcun altro ancora che non ricordo.
Ebbene, ditemi voi come si può seriamente scrivere qualcosa di decente insistendo a voler dare a tutti questi personaggi il loro spazio? Il risultato finale è Kirk all’azione sempre e comunque a dispetto dei settant’anni suonati che dovrebbe avere all’incirca e tutti gli altri che gli girano intorno a dire una battuta, spesso poco più di un cliché, esattamente come avevamo già visto nella trilogia precedente, dove Kirk si trovò ad affrontare il suo doppio dell’Universo dello Specchio.
Io lo battezzai “minestrone trek” e resto dell’idea che fosse alquanto indigesto, soprattutto se riproposto in continuazione. Possibile che non ci sia altro per cena?
Ovviamente, essendo un libro di mezzo, non ha un suo finale vero e proprio e si viene rimandati al successivo romanzo che Ultimo Avamposto non ha ancora pubblicato. Kirk viene lasciato a bordo della Calypso, una nave Q (no non centra il Q-Continuum), ovvero una nave apparentemente civile ma che nasconde al suo interno il massimo della tecnologia della Flotta Stellare. Un regalino da nulla. Tremo al pensiero di cosa ci aspetti con il romanzo conclusivo di questa ultima trilogia e di cosa si farà fare a Kirk ora che è divenuto padre. La sopravvivenza di suo figlio è data perdente per tre a uno. Signori apriamo le scommesse, ma valide solo per coloro che non hanno già letto il romanzo in lingua originale
Una personale esortazione a Ultimo Avamposto a non fossilizzarsi sui romanzi di Shatner, che forse venderanno bene, ma che sono diventati davvero tristi da leggere. Puntare invece su autori che sono una garanzia come Peter David.
C’è la serie di Final Frontier con protagonista l’equipaggio della Uss Excalibur che Fanucci lasciò largamente incompleta che sarebbe bello davvero terminare. Si tratta di romanzi brevi che potrebbero essere accorpati due a due e che hanno trovato un largo consenso fra i fan italiani.
Al mese prossimo, con un ritorno al passato frutto di un fortunoso ritrovamento presso un’anonima bancarella di libri usati.

 

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